Notiziario CDP 260

Introduzione

“Questi ragazzi sono diventati finalmente consapevoli di essere il primo bersaglio dei problemi climatici della nostra epoca e sanno che non c’è più tempo”. 

Luca Mercalli

      L’Amazzonia e la Siberia bruciano, liberando milioni di tonnellate di CO2, mentre i ghiacciai della Groenlandia e del mondo, compreso quello del Monte Bianco, si sciolgono sempre di più. Nel Mediterraneo, Italia compresa, si moltiplicano i fenomeni meteorologici estremi, dalle ondate di calore alle tempeste tropicali e alle alluvioni. Sono tutti effetti della crisi climatica in corso e del suo rapido aggravamento. Purtroppo non c’è ancora una reale consapevolezza dell’emergenza climatica nella società, nella politica, nei mezzi di comunicazione. Eppure “non c’è più tempo”: l’ultimo rapporto Ipcc (Intergovernmental Panel On Climate Change) Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico, afferma l’urgenza di contenere l’aumento della temperatura media globale entro +1,5 °C, dimezzando le emissioni globali di CO2 entro il 2030 e azzerandole entro il 2050. Con gli eventi dati che ogni giorno si vedono, che confermano la crisi climatica ambientale, bisognerebbe avere invece una reazione molto più forte e dare segnali e agire con azioni  concrete all’altezza della situazione, ripensando all’economia reale come l’industria, l’agricoltura, l’allevamento e ai settori dei trasporti e dell’energia che sono alla base dell’inquinamento mondiale. 

Il 2019 ha segnato la nascita del movimento giovanile globale Fridays for future. Sono giovani e giovanissimi che sono partiti con lo sciopero scolastico per il clima, il Venerdì per il futuro, appunto Fridays for future, ispirati dall’esempio della giovane svedese Greta Thunberg, la studentessa che dal 20 agosto 2018 aveva deciso di non frequentare la scuola, sedendosi per protesta all’esterno della sede del parlamento e chiedendo  al governo svedese di ridurre i gas serra. Nel giro di un anno la giovane Greta ha prima girato l’Europa, tenendo dei discorsi davanti ai potenti del Pianeta. In dicembre ha parlato alla Cop24 (Conferenza delle Parti sul Clima), il vertice delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici a Katowice, in Polonia. Poi a fine settembre è intervenuta con un potente discorso all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. 

Intanto il movimento Fridays for Future è cresciuto portando milioni di persone nelle strade e nelle piazze di tutto il mondo. Con gli scioperi del 15 marzo, del 24 maggio e soprattutto del 27 settembre 2019, ha fatto il record di presenze a livello mondiale. A questi seguirà un climate strike il 29 novembre 2019, proprio lo stesso giorno del black friday, per sensibilizzare su clima e consumismo. 

I giovani hanno chiesto ai governi azioni e politiche più incisive, per contrastare il cambiamento climatico e il riscaldamento globale. Hanno creato un movimento ecologista transnazionale che chiede di tutelare l’ambiente e salvare la Terra. “Cambia il sistema non il clima” era scritto in molti cartelli nelle manifestazioni che hanno messo in discussione il sistema economico. 

I discorsi di Greta sul cambiamento climatico sono diventati virali e sono stati ascoltati in tutto il Mondo. Greta e il movimento stanno diventando un simbolo del “cambiamento” possibile, una protesta senza bandiera politica ma contro la politica attuale e passata.  I partiti italiani ed europei sapranno rispondere a questa “ribellione” e raccogliere le richieste di questo movimento?  

I giovani continueranno e svilupperanno la loro mobilitazione e riusciranno ad avere quella rilevanza politica che non sono riusciti ad avere ambientalisti e scienziati negli ultimi decenni?

Questa pubblicazione cerca di dare un contributo, seppur parziale, alla conoscenza dei cambiamenti climatici in corso e del movimento giovanile globale iniziato da Greta Thunberg, Fridays for Future, delle dinamiche a cui ha dato inizio,  indicando anche alcune proposte e alcuni esempi concreti del “che fare”, che si svilupperanno in una prossima pubblicazione. 

Maurizio Da Re

Non c’è più tempo per il clima 

“La lotta contro i cambiamenti climatici è una questione di vita o di morte: non agire sarebbe un suicidio.” 

Antonio Guterres 

(Segretario Generale delle Nazioni Unite), Conferenza climatica Cop24, Katowice, Polonia, 3 dicembre 2018

Il rapporto Ipcc sulla lotta ai cambiamenti climatici spiegato in 10 punti

Greenpeace – 8 Ottobre 2018

   Un piano ben definito per riuscire a limitare con urgenza il riscaldamento globale. È quanto propone l’atteso “Special Report on 1.5 degrees Celsius”, presentato in Corea nelle scorse ore da Ipcc.

Il report mostra come le emissioni globali debbano essere dimezzate entro il 2030, per poi essere totalmente azzerate al massimo entro il 2050. Se infatti si dovesse continuare ad emettere CO2 ai ritmi odierni, ci si attende che la temperatura del Pianeta superi il grado e mezzo di aumento entro pochi anni.

Ma cosa suggerisce la scienza per evitare gli effetti peggiori dei cambiamenti climatici?

Lo riassumiamo in 10 punti.

1. Un aumento di 2 gradi Celsius della temperatura media globale è assai più pericoloso di quello che si pensava nel 2015, quando fu firmato l’Accordo di Parigi. Il nuovo rapporto dell’Ipcc sottolinea rischi significativamente più elevati per il genere umano, la biosfera e le economie.

2. Limitare l’aumento della temperatura globale media a 1,5 gradi, invece che a 2 gradi, farebbe una grande differenza per la vita negli oceani e sulla terra. Proteggerebbe centinaia di milioni di persone dalle ondate di calore estreme, dimezzerebbe l’aumento della popolazione che soffrirà la scarsità d’acqua e aiuterebbe a raggiungere gli obiettivi dello sviluppo sostenibile e a sradicare la povertà.

3. Limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi o meno, è un obiettivo sfidante ma ancora raggiungibile, se saremo veloci, determinati e fortunati, e se acceleriamo le azioni su tutti i fronti.

4. Esistono già le soluzioni che possono farci dimezzare le emissioni globali di gas a effetto serra entro il 2030, in maniera da sostenere gli obiettivi di sviluppo e darci società più sane e prospere.

5. I prossimi anni sono quelli cruciali per portare il mondo in una traiettoria di trasformazione e ridurre le emissioni di carbonio, aumentare le aree forestate per giungere a emissioni nette nulle entro e non oltre la metà del secolo. Con gli attuali obiettivi di riduzione di emissioni al 2030 non abbiamo speranza di farcela. 

I Paesi devono fissare obiettivi più ambiziosi.

6. Dobbiamo pensare in grande ad ogni livello, coinvolgendo tutti. La sfida non ha precedenti e non sarà vinta solo con la tecnologia o l’economia. Abbiamo bisogno di una migliore governance, e una più profonda comprensione delle trasformazioni di sistema e di come motivare per il cambiamento. E abbiamo bisogno di prepararci per gli impatti e le perdite che non potranno più essere evitate, soddisfacendo le necessità delle persone più a rischio.

7. Siamo già a 1 grado Celsius sopra i livelli preindustriali. Se le temperature continueranno a crescere alla velocità attuale, il livello di 1,5 gradi verrebbe raggiunto tra il 2030 e il 2052.

8. Un ulteriore aumento di 0,5 gradi aumenterebbe di molto i rischi e gli impatti dei cambiamenti climatici. Già con 1,5 gradi si potrebbero destabilizzare le calotte glaciali, uccidere fino al 90 per cento dei coralli e causare gravi problemi agli ecosistemi marini, all’Artico e alle persone.

9. Il degrado ambientale in generale, e i cambiamenti climatici in particolare, sono già oggi tra le cause scatenanti di notevoli spostamenti di popolazioni sfollate costrette ad abbandonare i loro territori per sfuggire a siccità, inondazioni, carestie. Questa tendenza sta purtroppo aggravandosi e con un aumento di 2 gradi i flussi migratori sarebbero certamente ingestibili e incontrollabili.

10. Limitare l’aumento a 1,5 gradi comunque ridurrebbe gli ulteriori rischi e impatti in modo significativo come rappresentato nella tabella successiva.

Impatti e rischi: scenari a 1,5°C e 2°C

Calotte di ghiaccio: punto di non ritorno

   L’instabiltà di Groenlandia e Antartide, che potrebbe portare allo scioglimento di ghiacci e al relativo aumento del livello dei mari di diversi metri, avverrebbero tra i 1,5°C e 2°C di aumento della temperatura globale.

Eventi estremi

   Previsto sostanziale incremento degli eventi estremi con aumento tra 1,5°C e i 2°C.

Ondate di calore

   Un aumento di 1,5°C, rispetto ai 2°C, ridurrebbe di circa 420 milioni di unità il numero di persone esposte con frequenza a ondate di calore.

Livello dei mari

   Un aumento di 1,5°C, rispetto ai 2°C, ridurrebbe di circa 10 milioni di unità il numero di persone esposte ai rischi di innalzamento dei mari.

Scarsità di acqua

   La proporzione di popolazione mondiale esposta a scarsità di acqua si ridurrebbe del 50% in uno scenario a 1,5°C rispetto ai 2°C.

Povertà e rischi multi-settoriali

   Un numero quattro volte maggiore di persone sarebbe esposto a povertà e rischi multisettoriali nello scenario a 2°C rispetto a 1.5°C (da 86 a 1.229 milioni contro i  possibili da 24 a 357 milioni).

Sistema alimentare

   Un aumento di 2°C, rispetto a 1,5°C, vorrebbe dire decuplicare il numero di persone esposte a carestie.

Servizi degli ecosistemi

   Con uno scenario a 1,5°C rispetto ai 2°C, ci sarebbero importanti benefici per l’acqua dolce, per gli ecosistemi terrestri e costieri e per la conservazione dei loro servizi all’umanità.

Perdita di specie e estinzioni

   Il numero di specie che perderebbero la metà dei loro individui sarebbe ridotta del 50% per piante e vertebrati e del 66% per gli insetti con uno scenario a 1,5°C, anziché a 2°C.

Ecosistemi

   L’area della Terra soggetta a cambiamenti degli ecosistemi sarebbe ridotta della metà a 1,5°C rispetto a 2°C.

Artico

   Il rischio di avere un Artico senza ghiacci sarebbe ridotto a una possibilità al secolo a 1,5°C, rispetto a una possibilità ogni 10 anni a 2°C.

Permafrost

   Stabilizzare la temperatura media globale a 1,5 °C invece che 2 °C salverebbe circa 2 milioni di chilometri quadrati di permafrost.

Impatti sugli oceani

   Gli ecosistemi marini, che stanno già sperimentando cambiamenti su larga scala, presentano una soglia critica stimata da 1,5°C in su.

Coralli

 I coralli in acque calde perderebbero il 70-90% di copertura a 1,5°C e il 99% a 2°C di riscaldamento globale.

Pesca

   Con 1,5°C la diminuzione del pescato globale annuale si ridurrebbe della metà rispetto allo scenario a 2°C.

Un clima incandescente

Alberto Castagnola – Da Comune-info – 20 Marzo 2019

   A che punto siamo

Sono ormai disponibili  le informazioni principali per valutare l’andamento del riscaldamento globale nel 2018 e quindi si possono analizzare gli andamenti della crisi climatica negli anni più recenti. Inoltre sono apparse anche delle stime con ogni probabilità valide per l’immediato futuro e nel complesso la situazione non è certo tranquillizzante, anzi si può affermare che le previsioni più preoccupanti formulate negli ultimi mesi a livello internazionale dai principali scienziati sono state ampiamente confermate. Vediamo i dati più significativi. Da  poco più di due  mesi è terminata la Cop24, l’Assemblea Onu dei 195 paesi che si incontrano ormai da parecchi anni per decidere le strategie da adottare contro il continuo peggioramento della situazione climatica del pianeta. Introducendo i lavori, Guterrez, presidente dell’assemblea, ha ricordato i dati ufficiali del riscaldamento della Terra:

 • Gli ultimi quattro anni sono stati i più caldi della storia

   La concentrazione di anidride carbonica (CO2) nell’atmosfera terrestre è la più elevata raggiunta negli ultimi tre milioni di anni.

 • Dopo una brevissima fase di riduzione, (dovute in gran parte alle ridotte attività economiche a scala globale) le emissioni complessive di gas serra hanno ripreso ad aumentare.

 • La temperatura media del pianeta è aumentata di più di un grado Celsius rispetto ai livelli preindustriali e sale di 0,2 gradi ogni decennio.

 • Con una temperatura media di 2 gradi, i mari innalzerebbero il loro livello di 10 centimetri e altri dieci milioni di persone sarebbero in situazione di rischio (a causa di maree, tempeste, tsunami).

 • Il permafrost, cioè lo spessore di terra rimasta perennemente congelata al di sotto dei ghiacci e ora in progressiva scopertura e scongelamento, passerebbe da 1,5 milioni di chilometri quadrati a 2,5 milioni (aumentando l’uscita di gas metano, che salirebbe in atmosfera causando effetti da 23 a 84 volte peggiori di quelli determinati dalla CO2)

 • 420 milioni di persone sarebbero esposti a ondate di calore estremo

 • Le barriere coralline attualmente “sbiancate” tra il 70 e il 90 % a seconda delle zone, sparirebbero al 99%

 • La sparizione delle specie di insetti passerebbe dal 6 al 18%, quella delle piante dall’8 al 16%, quella degli invertebrati da 4 all’8 %.

Sulla base di queste  informazioni iniziali, si poteva supporre che l’assemblea  dell’Onu tenesse particolarmente in conto il rapporto speciale che era stato richiesto all’Ipcc, il comitato di oltre 2500 scienziati che analizzano continuamente i risultati delle ricerche effettuate in tutto il mondo. Il documento è stato presentato nell’ottobre 2018  e sulla base di una infinità di dati, spiegava che era da escludere la possibilità di arrivare ai due gradi centigradi di riscaldamento globale (in più rispetto al livello pre-industriale) e che era assolutamente necessario non superare il grado e mezzo. La presidenza dell’Assemblea sperava di far diventare questo rapporto la base ufficiale dei successivi lavori, ma dopo lunghe discussioni è stato bloccato da pochi paesi, tra i quali spiccano Stati Uniti, Russia, e Arabia Saudita, negazionisti della crisi climatica o strenui difensori dell’uso dei combustibili fossili. L’assemblea ha di fatto potuto far approvare solo uno schema generale di regolamentazione degli interventi che i singoli stati dovrebbero realizzare, e quindi le norme vincolanti e le misure radicali sono state rinviate ai successivi incontri Cop25 e 26.

Più di recente si sono resi disponibili altri dati, sempre molto preoccupanti, risultato delle ricerche più avanzate e garantite dagli scienziati più autorevoli e riconosciuti:

Gas serra: la CO2 ha raggiunto le 405,5 parti per milione nel 2017 (erano 400,1 ppm nel 2015). Secondo gli scienziati la soglia di sicurezza è di 350 ppm.

Il metano, il secondo gas più pericoloso sulle sei principali emissioni che contribuiscono al riscaldamento globale, ha raggiunto sempre nel 2017 il livello di 1859 parti per miliardo, cioè il 257 per cento in più rispetto all’epoca preindustriale

Il biossido d’azoto, altro gas serra, è aumentato del 122% rispetto all’epoca preindustriale ed è circa 300 volte più potente della CO2

Triclorofluorometano, CFC: l’Accordo di Montreal, considerato un accordo esemplare, lo sostituisce con altro prodotto industriale HFC; finora però la fascia di ozono si è ricostituita solo per il 9% e si scopre che il nuovo prodotto è anch’esso dannoso per l’ambiente.

In Italia, l’Ispra rende noto che il 2018 è stato l’anno più caldo degli ultimi due secoli e che la temperatura è aumentata del 1,77% rispetto al periodo 1961-1990.

Stessa fonte, sempre in Italia, il 20 novembre 2018 comunica che le emissioni di gas serra sono aumentate dello 0,4% (dovuto per l’1,7 % ai trasporti, per il 3,1% ai trasporti su strada, per l’1% al riscaldamento nell’edilizia), mentre cala dell’1% l’impiego dell’energia a causa di una minore utilizzazione delle centrali termoelettriche.

Nelle previsioni, il clima globale è sempre più caldo.

I ricercatori della Nasa hanno annunciato che la temperatura media di superficie nel 2018 è stata la quarta più alta dal 1880, quando è cominciata l’archiviazione dei dati; un segnale dell’inequivocabile tendenza al riscaldamento globale. Diciotto dei diciannove anni più caldi sono stati registrati dal 2001, scrive il «New York Times». “Non stiamo più parlando di una situazione in cui il cambiamento climatico riguarda il futuro, è qui e adesso”, ha detto Gavin Schmidt, direttore del Goddard Institute for Space Studies della Nasa, l’istituto che ha condotto la ricerca. I dati confermano che il cambiamento climatico è causato dall’attività umana. Il risultato relativo al 2018 della Nasa è identico a quello della National Oceanic and Atmospheric Administration, (Noaa) ottenuto con una metodologia un po’ diversa. Rispetto al passato, l’attuale riscaldamento è differente perché è dovuto all’azione umana ed è più rapido. Secondo il Met Office del Regno Unito, anche nei prossimi anni si registreranno temperature record. L’istituto prevede che il prossimo quinquennio sarà di un grado più caldo rispetto al periodo 1850-1900. 

C’è anche il 10 per cento di possibilità che un anno tra il 2019 e il 2023 faccia registrare una temperatura di 1,5 gradi oltre i livelli preindustriali, un valore considerato una soglia critica per il cambiamento climatico.  

Se le previsioni saranno rispettate,  scrive la Bbc, il decennio tra il 2014 e il 2023 dovrebbe essere il più caldo in oltre 150 anni di archiviazione dei dati.

Altri  dati permettono di valutare alcuni degli effetti del riscaldamento globale. I morti per fenomeni di inquinamento sono stati 60.000 in un anno, mentre sono nove milioni a livello globale, cioè più delle morti per tabacco, droghe e alcool, oppure per malattie infettive come Aids, malaria e tubercolosi.  Infine, la Banca Mondiale afferma che nel 2050 i migranti per cause ambientali potrebbero essere 143 milioni (mentre altre fonti parlano di 250 milioni di persone).

Sembra evidente che il periodo ancora a disposizione per adottare misure immediate, consistenti e largamente condivise  può ridursi a meno della metà degli undici anni indicati nel Ipcc e soprattutto che  sono ormai inaccettabili impegni politici proiettati in un orizzonte indefinito e misure non incisive proposte solo per guadagnare tempo.  Possiamo solo riporre le nostre speranze sui movimenti di giovani studenti che in queste ultime settimane hanno riempito le strade e le piazze in tanti paesi, ma anch’essi non dovranno ridurre la loro presenza finché non saranno adottate misure concrete, immediatamente operative, specie nei paesi maggiori inquinatori. 

Senza mitigazione e adattamento, 5.600 Km2 di aree costiere italiane sommerse dal mare

Umberto Mazzantini – Tratto da Greenreport – 15 Febbraio 2019

   Al convegno “Pericolo Mediterraneo per l’economia del mare”, organizzato da Confcommercio  in collaborazione con l’Enea, si è parlato di innalzamento del livello del mar Mediterraneo, dell’impatto che questo avrà sulle attività turistico-balneari e marittimo-portuali e della necessità di «interventi tempestivi per la salvaguardia dei territori costieri e della blue economy».

Il meeting è stata l’occasione per firmare un Protocollo d’intesa sullo sviluppo sostenibile che prevede un’ampia collaborazione in  settori, come l’uso efficiente delle risorse, il recupero dei rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche (Raee) e la riqualificazione energetica.

La collaborazione tra Enea e Confcommercio prevede anche lo studio del rischio inondazione sui 21 principali porti commerciali italiani, oltre all’impatto sulle attività turistico-balneari. Dallo studio emerge che «il livello del mar Mediterraneo si sta innalzando velocemente a causa del riscaldamento globale. Entro il 2100 migliaia di chilometri quadrati, oltre 5.600 km2 e più di 385 km di costa, di aree costiere italiane rischiano di essere sommerse dal mare, in assenza di interventi di mitigazione e adattamento».

L’Enea sottolinea che, prendendo in considerazione un modello cautelativo, «Entro la fine del secolo l’innalzamento del mare lungo le coste italiane è stimato tra 0,94 e 1,035 metri»; con una previsione prudenziale si arriva a un aumento del livello del mare «tra 1,31 metri e 1,45 metri». Un innalzamento che metterebbe in crisi intere aree costiere e le loro attività turistiche, portuali e legate al mare,

Enea continua la mappatura dettagliata delle 40 zone costiere a rischio inondazione in Italia, dove sono presenti attività turistico-balneari, ferrovie, strade e autostrade, riserve naturali e città ad alta densità abitativa. Di queste 40, ha realizzato mappe ad alta definizione di 14 aree, con un’estensione totale di 5.686,4  km2, pari a una regione come la Liguria. Infatti, come spiega Confcommercio,  dalla mappa diffusa dall’Enea viene confermato che a forte rischio innalzamento del mare «Sono una vasta area nord adriatica tra Trieste, Venezia e Ravenna; la foce del Pescara, del Sangro e del Tronto in Abruzzo; l’area di Lesina (Foggia) e di Taranto in Puglia; La Spezia in  Liguria, tratti della Versilia, Cecina, Follonica, Piombino, Marina di Campo sull’Isola d’Elba e le aree di Grosseto e di Albinia in Toscana. Andando al Centro-Sud, ad essere minacciate sono la piana Pontina, di  Fondi e la foce del Tevere nel Lazio; la piana del Volturno e del Sele in Campania; l’area di Cagliari, Oristano, Fertilia, Orosei, Colostrai (Muravera) e di Nodigheddu, Pilo, Platamona e Valledoria (Sassari), di Porto Pollo e di Lido del Sole (Olbia) in Sardegna; Metaponto in  Basilicata; Granelli (Siracusa), Noto (Siracusa), Pantano Logarini  (Ragusa) e le aree di Trapani e Marsala in Sicilia; Gioia Tauro  (Reggio Calabria) e Santa Eufemia (Catanzaro) in Calabria».

Fabrizio Antonioli, geomorfologo del laboratorio Enea di modellistica
climatica e impatti, spiega che «Al 2100 il livello del mare nei principali
porti italiani dovrebbe aumentare di circa un metro, con picchi a Venezia
(+ 1,06 metri) e a Napoli (+1,04 m). Ma, secondo le nostre stime, l’effetto è destinato ad amplificarsi a causa dello storm surge, un mix di bassa pressione, onde e vento, variabile da zona a zona, che può determinare un ulteriore aumento del livello del mare di circa
1 metro».

State of the climate in 2018: “Gli impatti del cambiamento climatico si stanno intensificando

Tratto da Greenreport – 29 Marzo 2019

   Secondo il 25mo rapporto “Wmo (World meteorological organization), Statement on the state of the global climate in 2018”, «Le manifestazioni fisiche del cambiamento climatico si moltiplicano e il suo impatto socio-economico cresce. Le concentrazioni record di gas serra portano in effetti a un rialzo delle temperature mondiali che raggiungono dei livelli inquietanti».

Il nuovo State of Climate delWmo evidenzia anche «l’aumento record del livello del mare e le temperature eccezionalmente elevate osservate in questi ultimi 4 anni sulla superficie delle terre e degli oceani. Questo trend al riscaldamento non è stato smentito dall’inizio di questo secolo e dovrebbe proseguire».

Il segretario generale della Wmo, Petteri Taalas, ha ricordato che «Da quando è stato pubblicato il primo Statement, la scienza climatica ha raggiunto un rigore senza precedenti. 

Abbiamo così potuto mettere in evidenza in maniera irrefutabile l’aumento della temperatura media e i suoi corollari che sono, tra gli altri, l’innalzamento del livello del mare e il ritmo accelerato del ritiro della banchisa e dei ghiacciai e dei fenomeni come le ondate di caldo. Questi indicatori chiave del cambiamento climatico sono sempre più rivelatori: la concentrazione di anidride carbonica, che era a 357,0 parti per milione (ppm) nel 1993, primo anno coperto dallo State of the Climate, non ha cessato di crescere, raggiungendo le 405,5 ppm nel 2017. Per il 2018 e il 2019, i valori dovrebbero essere ancora più alti».

Il riscaldamento dell’Europa è più rapido del previsto

Tratto da Greenreport – 29 Agosto 2019

   In tutta Europa, i cambiamenti climatici stanno facendo aumentare il numero di giorni di caldo estremo e facendo diminuire il numero di giorni di freddo estremo e questo rappresenta un rischio per gli europei. A dirlo è lo studio “Detection of a climate change cignal in extreme heat, heat Stress, and cold in Europe from observations”, pubblicato su AGU «Geophysical Research Letters» da Ruth Lorenz, Zélie Stalhandske ed Erich Fischer dell’Eth (Eidgenössische Technische Hochschule) di Zurigo, che evidenzia che «Dal 1950, il numero di giorni estivi con caldo estremo è triplicato e le estati sono diventate generalmente più calde, mentre il numero di giorni invernali con freddo estremo è diminuito di frequenza di almeno la metà e gli inverni sono diventati complessivamente più caldi». Il nuovo studio rileva che alcune parti d’Europa si stanno riscaldando più rapidamente di quanto previsto dai i modelli climatici. 

Come l’industria automobilistica guida la crisi climatica

Greenpeace – 10 Settembre 2019

   Nel 2018 il settore automobilistico ha complessivamente prodotto il 9 per cento delle emissioni globali di gas serra, più di tutta l’Unione europea.

Secondo Scontro con il clima: come l’industria automobilistica guida la crisi climatica – classifica di Greenpeace delle 12 principali compagnie automobilistiche del mondo in relazione al loro impatto sul clima – Volkswagen risulta essere l’azienda che produce la maggior quantità di emissioni, seguita da Renault Nissan, Toyota, General Motors e Hyunday-Kia. Fiat Chrysler Automobiles (Fca) detiene invece il primato negativo di azienda più inquinante per emissioni medie per veicolo. 

Cosa hanno detto Greta Thunberg e… 

“Siamo qui per farvi sapere che il cambiamento sta arrivando, che vi piaccia o no. Il vero potere appartiene alle persone.” 

Greta Thunberg 

Greta Thunberg, la 16enne che fa tremare i Grandi a Cop24

Intervento alla Cop24, Conferenza mondiale sul clima, a Katowice, in Polonia – 16 dicembre 2018

   “Il mio nome è Greta Thunberg, ho quindici anni e vengo dalla Svezia. Parlo per conto di Climate Justice Now. Molte persone dicono che la Svezia è solo un piccolo Paese e non importa quel che facciamo. Ma ho imparato che non sei mai troppo piccolo per fare la differenza. E se alcuni ragazzi ottengono attenzione mediatica internazionale solo perché non vanno a scuola per protesta, immaginate cosa potremmo fare tutti insieme, se solo lo volessimo veramente.

Ma per fare ciò dobbiamo parlare chiaramente, non importa quanto questo possa risultare scomodo. Voi parlate solo di una infinita crescita della green economy, perché avete troppa paura di essere impopolari. Parlate solo di andare avanti con le stesse idee sbagliate che ci hanno messo in questo casino, anche quando l’unica cosa sensata da fare è tirare il freno di emergenza. Non siete abbastanza maturi per dire le cose come stanno, anche questo fardello lo lasciate a noi bambini.

A me, invece, non importa di risultare impopolare, mi importa della giustizia climatica e del pianeta. La civiltà viene sacrificata per dare la possibilità a una piccola cerchia di persone di continuare ad accumulare un’enorme quantità di profitti. La nostra biosfera viene sacrificata per far sì che le persone ricche in Paesi come il mio possano vivere nel lusso. 

È la sofferenza di molti a garantire il benessere a pochi.

Nel 2078 festeggerò il mio settantacinquesimo compleanno. Se avrò dei bambini probabilmente passeranno quel giorno con me e forse mi faranno domande su di voi. Forse mi chiederanno come mai non avete fatto niente quando era ancora il tempo di agire. 

Dite di amare i vostri figli sopra ogni cosa ma state rubando il loro futuro proprio davanti ai loro occhi. Finché non vi concentrerete su cosa deve essere fatto anziché su cosa sia politicamente meglio fare, non c’è alcuna speranza.

Non possiamo risolvere una crisi se non la trattiamo come tale: dobbiamo lasciare i combustibili fossili sotto terra e dobbiamo focalizzarci sull’uguaglianza. 

E se le soluzioni sono impossibili da trovare all’interno di questo sistema significa che dobbiamo cambiare il sistema. Non siamo venuti qui per pregare i leader di occuparsene. Ci avete ignorato in passato e continuerete a farlo. Siete rimasti senza scuse e noi siamo rimasti senza più tempo. Noi siamo qui per farvi sapere che il cambiamento sta arrivando, che vi piaccia o no. 

Il vero potere appartiene al popolo. Grazie.”

“Come osate? Se fallite non vi perdoneremo mai”

Discorso all’Assemblea generale delle Nazioni Unite – 23 settembre 2019 

   “È tutto sbagliato. Non dovrei essere quassù. Dovrei essere a scuola, dall’altra parte dell’oceano. Eppure tutti voi venite da noi giovani per cercare la speranza. Come osate!

Avete rubato i miei sogni e la mia infanzia con le vostre parole vuote. E questo nonostante io sia tra i più fortunati. Le persone stanno soffrendo. Le persone stanno morendo. L’intero ecosistema sta crollando. Siamo all’inizio di un’estinzione di massa, e tutto quello di cui riuscite a parlare è di soldi e fiabe della crescita economica eterna. Come osate!

Per più di 30 anni, la scienza è stata chiarissima. Come osate continuare a distogliere lo sguardo e venire qui dicendo che state facendo abbastanza, quando la politiche e le soluzioni necessarie ancora non si vedono lontanamente.

Dite che ci sentite e che capite l’urgenza. Ma non importa quanto sia triste e arrabbiata, non voglio crederci. Perché se davvero capiste la situazione e continuaste a non agire, allora sareste malvagi. E mi rifiuto di credere a questo.

L’idea popolare di dimezzare le nostre emissioni in 10 anni ci dà solo il 50% di possibilità di rimanere al di sotto di 1,5 gradi [Celsius] e non elimina il rischio di innescare reazioni a catena irreversibili al di fuori del controllo umano.

Il cinquanta percento può essere accettabile per voi. Ma quei numeri non tengono conto dei punti di non ritorno, delle reazioni a catena, del riscaldamento aggiuntivo nascosto dall’inquinamento atmosferico tossico o dell’equità e della giustizia climatica. Si affidano inoltre alla mia generazione affinchè rimuova centinaia di miliardi di tonnellate della vostra CO2 dall’aria con tecnologie che a malapena esistono.

Quindi un rischio del 50% semplicemente non è accettabile per noi – noi che dobbiamo convivere con le conseguenze.

Per avere una probabilità del 67% di rimanere al di sotto di un aumento della temperatura globale di 1,5 gradi – le migliori probabilità date dalla Ipcc [Gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici] – il 1° gennaio 2018 restavano 420 miliardi di tonnellate di CO2 da emettere. Oggi quella cifra è già scesa a meno di 350 miliardi di tonnellate .

Come osate fingere che ciò possa essere risolto solo con il business as usual e con alcune soluzioni tecniche? Con i livelli di emissioni odierni, il budget di CO2 che ci resta sarà interamente consumato entro meno di 8 anni e mezzo.

Non ci saranno soluzioni o piani presentati in linea con queste cifre qui oggi, perché questi numeri sono troppo scomodi. E non siete ancora abbastanza maturi per dire le cose come stanno. Ci state deludendo. Ma i giovani stanno iniziando a capire il vostro tradimento. Gli occhi di tutte le generazioni future sono su di voi. E se scegliete di fallire, vi dico: non vi perdoneremo mai. Non vi lasceremo farla franca. Proprio qui, proprio ora è dove tracciamo la linea. Il mondo si sta svegliando. E il cambiamento sta arrivando, che vi piaccia o no. Grazie.”
                                                                                                     … Fridays for future

“Siamo consapevoli di essere la prima generazione a vedere gli effetti dei cambiamenti climatici, e l’ultima a poter fare qualcosa”.  

Marta Sabatino, 16 anni, terzo liceo linguistico di Palermo 

“Oltre a fare proclami, i governanti devono agire, siamo scesi in piazza e continueremo a farlo fino a quando non vedremo azioni concrete”.  

Federica Gasbarro, 24enne, portavoce romana del Fridays for future.

“Non ci consideriamo un movimento ambientalista, perché il cambiamento climatico non è un problema ambientale ma sociale, economico, politico. Quindi siamo un movimento, prima di tutto umanista, che affronta la più grande problematica dell’umanità di oggi. Tutti insieme, con i nostri scioperi, proviamo a cambiare il sistema, non solo le sorti del clima”. 

Tommaso Felici, 23enne romano, studia a Torino economia dell’ambiente.

Report di sintesi dell’assemblea nazionale costituente di Fridays for future Italia
Fridays for future Italia  – Milano – 13 aprile 2019

Chi siamo

Siamo un movimento di persone che si rivolge a tutta la società. Lottiamo per fermare il cambiamento climatico, rilanciando gli allarmi della comunità scientifica e denunciando le mancanze dei governi.

Facciamo parte di un movimento globale, pacifico, apartitico e contro ogni forma di discriminazione. Siamo la generazione che sarà costretta a pagare più di tutti il costo di un modello di sviluppo insostenibile e ingiusto, se non saremo in grado di cambiare il sistema per fermare il cambiamento climatico.

Siamo indipendenti dai partiti e rispondiamo solamente alle assemblee in cui le persone partecipano alla lotta per il futuro di tutte e tutti. Rifiutiamo ogni strumentalizzazione: non ci rappresenta nessuno, non abbiamo nessuna bandiera, la nostra voce viene dalle assemblee e dalle piazze di mobilitazione.

Cosa vogliamo

Vogliamo salvare il mondo dalla catastrofe climatica, arrestando l’aumento della temperatura terrestre a +1,5°C.

Il nostro Paese deve realizzare la decarbonizzazione della produzione nel più breve tempo possibile.

Per garantire la protezione dell’ecosistema serve un cambio radicale del sistema economico e sociale: è necessario decostruire un sistema che mette il profitto prima della vita, inquinando e devastando i territori, nel nome di un concetto di sviluppo infinito in un mondo di risorse finite.

La nostra rivendicazione di cambiamento sistemico si declina sui territori con l’opposizione ad  ogni  devastazione  ambientale,  includendo  le  grandi  opere  dannose  per  i  nostri ecosistemi. Pensare globale, agire locale è un principio fondamentale per cui sosteniamo le lotte ambientali territoriali.

Vogliamo un sistema economico circolare, che comporti un cambiamento degli stili di vita, unito ad un modo di produzione fondato sul rispetto dell’ambiente e la giustizia climatica e sociale. Chi ha inquinato e si è arricchito con questo sistema economico insostenibile deve finanziare i costi della riconversione ecologica.

L’istruzione e la ricerca pubblica devono proporre modelli alternativi di sviluppo, abbandonando gli insegnamenti e le ricerche collegate ad attività inquinanti, come l’alternanza scuola-lavoro e i tirocini universitari in aziende responsabili della devastazione dei nostri territori. I miliardi di finanziamenti pubblici ad attività inquinanti vanno spostati sull’istruzione, la ricerca e un piano di investimenti per la riconversione ecologica e la democrazia energetica.

Riteniamo che sia utile avere delle linee guida generali, descritte in questo report, a cui tutti i gruppi di Fridays for future Italia debbano attenersi. Come dice Greta, la politica conosce già le soluzioni concrete ai problemi, noi abbiamo il dovere di contestare gli errori e le mancanze dei governi.

Dove andiamo

Continueremo la mobilitazione quotidianamente, ogni venerdì e negli scioperi globali, come quello del 24 maggio. Ogni settimana vogliamo organizzare iniziative in piazza sempre più ampie e partecipate.

Lo sciopero del venerdì è una delle pratiche centrali a cui dare continuità.

Le manifestazioni devono essere sempre più larghe ed incisive: è necessaria creatività per co-creare dei nuovi modelli di sciopero, chiedendone la proclamazione, ispirandoci, per quanto possibile, ai potenti atti di disobbedienza civile di Greta.

In molte città continueremo a partecipare anche alle mobilitazioni  contro le devastazioni ambientali territoriali.

Parteciperemo inoltre alla mobilitazione europea di Fridays for future ad Acquisgrana il 21 giugno e al campeggio europeo di Fridays for future a Losanna a fine luglio.

Come ci coordiniamo

Le assemblee locali pubbliche sono lo strumento principale di partecipazione e discussione di Fff Italia. I gruppi locali devono aprirsi a tutte e tutti, utilizzando i social e le iniziative di piazza per informare e coinvolgere nella discussione di Fff.

Nonostante le difficoltà di un movimento che si incontra e confronta dal vivo per la prima volta, l’assemblea nazionale di oggi ha aperto una fase costituente di #Fridaysforfuture Italia,   i   gruppi   locali   hanno   la   massima   autonomia,  seguendo  i  principi  discussi collettivamente nelle assemblee nazionali, mentre i referenti delle città locali continueranno a confrontarsi telematicamente nelle prossime settimane. Per discutere delle mobilitazioni autunnali di Fff, a settembre, organizzeremo un’assemblea nazionale a Napoli, seconda piazza per numeri del 15 marzo.

Lettera aperta a tutte le lavoratrici, a tutti i lavoratori e a tutte le organizzazioni sindacali

Fridays for future Italia  – 25 giugno 2019

 

   Noi giovani siamo la futura generazione di lavoratori, che nei prossimi anni affronterà le avversità di un mondo sempre più ostile. Gli scienziati del clima indicano che forse non avremo nemmeno l‘opportunità di mettere in pratica ciò che oggi stiamo studiando.

Secondo l’Ipcc abbiamo solo undici anni per evitare il collasso degli equilibri ecosistemici causato dal riscaldamento globale da gas serra; il punto di non ritorno potremo forse evitarlo solo a patto di una decarbonizzazione a livello globale entro il 2050.

Aumento di temperature, innalzamento del livello del mare, desertificazione, eventi climatici estremi distruttivi, scarsità di acqua, cibo, perdita di biodiversità: sono solo alcuni effetti della crisi climatica ed ecologica cui rischiamo di assistere inermi. Settori interi dell’economia, della società e la stessa civiltà umana per come l’abbiamo conosciuta rischiano il tracollo.

In questo scenario catastrofico le disuguaglianze sociali si faranno ancora più estreme, poiché il fardello dei costi ambientali si scarica sugli ultimi anelli della piramide:
i lavoratori, i disoccupati, gli studenti, i migranti.

Chi si trova in cima a quella piramide sono i governi e circa 100 grandi aziende private e pubbliche che stanno provocando la crisi globale e al contempo minimizzano o negano pubblicamente il problema. 

Le istituzioni italiane continuano a ignorare la voce degli esperti e trattano la grande mobilitazione sul clima di questi mesi con un misto di irritazione e condiscendenza.
Il recente diniego da parte del Senato della Repubblica di dichiarare l’emergenza climatica per lo Stato Italiano è stato solo l’ultimo gesto di una politica che ha scelto di non agire.Ma noi non possiamo stare a guardare mentre “la nostra casa è in fiamme”. Nessuno può.

È per questo motivo che il movimento Fridays for future, nato e guidato da giovani e studenti, invita tutti ad unirsi a questa lotta: una lotta che non conosce età, categoria, gruppo o singoli. L’emergenza climatica ci riguarda tutti, indistintamente.

Lavoratrici e lavoratori: per noi siete interlocutori ineludibili. Ciò che rischia di pregiudicare il futuro nostro, dei vostri figli e dei vostri nipoti, è un’emergenza planetaria che innanzitutto pregiudica il vostro presente. In questi mesi abbiamo conosciuto la lotta di lavoratrici e lavoratori dell’industria pesante, dell’estrazione dei combustibili fossili, del petrolchimico, dell’edilizia e dell’industria agroalimentare e di tutti lavoratori delle attività più dannose per l’ecosistema e per la salute della popolazione. 

Sappiamo che sono loro, già ora, le prime vittime di questo sistema, poiché c’è una interconnessione strutturale tra il sistema che estrae forsennatamente le risorse del pianeta, ignorando i limiti imposti dalla natura, e il sistema iniquo in cui ad essere estratte sono le risorse umane dei lavoratori. 

Insieme stanno portando al collasso del nostro ecosistema e della nostra società.

Siamo certi che i sindacati che vi rappresentano e vi tutelano, i sindacati che già conoscono e in alcune occasioni hanno abbracciato le istanze e le rivendicazioni di Fridays for future, vorranno farsi parte attiva per tutelarvi in questa vostra decisione, e non si risparmieranno in sforzi per avviare già oggi il cambiamento di paradigma necessario. 

Le due lotte, quella per un pianeta vivibile e quella per i diritti dei lavoratori
e delle lavoratrici, sono intimamente connesse, anzi:inscindibili. 

La necessaria conversione a un sistema ecologicamente sostenibile deve andare di pari passo con la tutela dei diritti dei lavoratori e delle fasce più deboli della popolazione.

Chiediamo ai governi investimenti ed incentivi per la transizione ecologica che al contempo rispettino i principi di giustizia sociale, ambientale e climatica. Sappiamo che questa trasformazione socio-economica radicale è l’unica che potrà portare prospettive diverse di occupazione e, contrariamente all’opinione comune, può creare più lavoro. Soprattutto lavoro migliore per tutti, persone e ambiente.

Costruire un percorso comune di pressione politica e consapevolezza sociale è quanto Fridays for future propone ai lavoratori tutti, a partire dalle piazze e dalle manifestazioni in cui unire le nostre forze e i nostri numeri. È l’unica, ultima possibilità, per il nostro e il vostro futuro. Vi invitiamo, quindi, in piazza e nelle strade nella giornata del terzo sciopero globale per il clima, indetto per il 27 del prossimo settembre. Unitevi a noi e se le istituzioni non vorranno riconoscere lo stato di emergenza in cui ci troviamo, sarà la nostra azione, con un’unica voce, a decretarlo. Il futuro è già nel presente, è qui e ora, è in ogni venerdì di mobilitazione, in ogni piazza in ogni città. 

Report 2° Assemblea Nazionale di Napoli 

Fridays for future Italia  – 6 ottobre 2019

   Il movimento Fridays for future Italia, rappresentato nella seconda assemblea a Napoli da oltre 80 assemblee locali, ha condiviso queste posizioni per rilanciare la lotta per la giustizia climatica. Per noi la giustizia climatica è la necessità che a pagare il prezzo della riconversione ecologica e sistemica sia chi fino ad oggi ha speculato sull’inquinamento della Terra, sulle devastazioni ambientali, causando l’accelerazione del cambiamento climatico. I costi della riconversione non devono ricadere sui popoli che abitano nei Paesi del Sud del mondo. Siamo solidali con i e le migranti e con tutti i popoli indigeni. 

Siamo i/le giovani, e non solo, contro gli attuali potenti della Terra, contro le multinazionali e contro chi detiene il potere economico e politico che non stanno facendo nulla in proposito.

La giustizia climatica è per noi strettamente connessa alla giustizia sociale, la transizione ecologica dev’essere quindi accompagnata dalla redistribuzione delle ricchezze, vogliamo un mondo in cui i ricchi siano meno ricchi e i poveri meno poveri. Cambiare sistema e non il clima non è per noi uno slogan. Il cambio di sistema economico e di sviluppo è per noi un tema centrale e necessariamente connesso alla transizione verso un modello ecologico. Cambiare il sistema vuol dire anche non analizzare la questione ecologica come questione settoriale, ma riconoscere le forti connessioni che esistono con le lotte transfemministe, antirazziste e sociali legate ai temi del lavoro, della sanità e dell’istruzione e metterle in connessione. 

I criteri che chiediamo di rispettare a livello globale riguardo la parità di genere sono assunti anche nelle pratiche e nelle metodologie del nostro movimento. L’intersezionalità è una modalità di lettura che permette di leggere in termini analitici la società sistematizzando le diverse lotte e la molteplicità di oppressioni che caratterizzano il nostro sistema patriarcale, sessista, razzista, colonialista, machista e basato sulla logica dell’accumulazione e del profitto.

Le nostre rivendicazioni come studenti/esse si devono porre l’obiettivo di entrare in sintonia, e non in contraddizione, con i bisogni di lavoratrici e lavoratori, delle abitanti e degli abitanti delle nostre città, delle nostre province e di tutti i nostri territori. 

Ci lasciamo con la volontà di approfondire relazioni con la comunità scientifica, essendo consapevoli che i dati sono scientifici, ma le scelte sono politiche. Dobbiamo essere in grado di ripensare il sistema, nella sua totalità, senza lasciare indietro nessuna persona. La nostra casa è in fiamme, e noi stiamo spegnendo l’incendio consapevoli che una volta spento l’incendio la casa non potrà essere più la stessa.

Vogliamo una casa che metta al centro il processo democratico e partecipativo ribaltando le logiche di potere che caratterizzano il nostro sistema.

Non vogliamo più sussidi sui combustibili fossili, vogliamo una tassazione che colpisca i profitti della produzione e non solo il consumo. Pretendiamo l’obiettivo emissioni zero entro il 2030 per l’Italia.

Vogliamo la decarbonizzazione totale entro il 2025 passando alla produzione energetica totalmente rinnovabile e organizzata democraticamente con le realtà territoriali. Siamo fermamente contrari a ogni infrastruttura legata ai combustibili fossili, come il metanodotto in Sardegna, la Tap Chiediamo la dismissione nei tempi più rapidi possibili di ogni impianto inquinante attualmente operativo, come l’Ilva.

Tutte le fonti inquinanti devono essere chiuse attivando tutte quelle bonifiche, sotto controllo popolare e pagate da chi fino ad oggi ha inquinato.

Il nostro futuro è più importante del Pil. Le aziende inquinanti devono chiudere, ma devono essere garantiti posti di lavoro e tutele a tutte quelle persone coinvolte nella transizione. 

Non accettiamo il ricatto tra lavoro, salute e tutela dell’ambiente.

Vogliamo un investimento nazionale su un trasporto pubblico sostenibile, accessibile a tutti e di qualità. Vogliamo dei trasporti a emissioni zero e necessariamente gratuiti. Un trasporto nazionale e territoriale che rispecchia i bisogni dei più, organizzato e pianificato secondo un processo di coinvolgimento democratico di tutte le abitanti e di tutti gli abitanti.

Vogliamo un cambio di rotta sostanziale per quanto riguarda il sistema d’istruzione e il mondo della ricerca. 

Esigiamo un ripensamento della didattica in ottica ecologista e che si investa sulla ricerca riconoscendo il valore dei saperi nei processi trasformativi della realtà. Riconosciamo la centralità di scuole e università nel processo di cambio di sistema per il quale stiamo lottando. 

Non vogliamo che il Miur faccia operazioni di greenwashing, ma che sospenda immediatamente ogni accordo con le multinazionali e con le aziende inquinanti.
Ci dichiariamo contrari a ogni grande opera inutile e dannosa, intesa come infrastruttura, industria e progetto che devasta ambientalmente, economicamente e politicamente i territori senza coinvolgere gli abitanti nella propria autodeterminazione. 

Sosteniamo ogni battaglia territoriale portata avanti dai tanti comitati locali, come No-Tav per Val di Susa, No-Grandi navi per Venezia, no Muos per Catania e Siracusa, no Tap per Lecce e Stopbiocidio per Napoli e la terra dei fuochi, Bagnoli Libera contro il commissariamento, la lotta all’Enel per Civitavecchia, la Snam per l’Abruzzo, il Terzo valico per Alessandria. Rifiutiamo ogni speculazione sullo smaltimento dei rifiuti, sul consumo del suolo e quelle infrastrutture che causano dissesto idrogeologico. 

Pretendiamo che l’unica grande opera da portare avanti sia la bonifica e la messa in sicurezza dei territori.

Non possiamo inoltre ignorare che l’agricoltura industriale svolga un grande ruolo nei cambiamenti climatici, nella devastazione ambientale e nello sfruttamento delle persone: le monocolture e anche l’allevamento intensivo sono modelli del tutto insostenibili che vanno fermate nel più breve tempo possibile.

Vogliamo che venga dichiarata l’emergenza climatica ed ecologica nazionale, consapevoli che non può essere solamente un’opera di greenwashing della politica. La dichiarazione di emergenza climatica dev’essere fin da subito uno strumento trasformativo del presente.
Un passo che dà forza al nostro movimento, senza però mai dimenticare che la vera alternativa è quella che tutti i giorni pratichiamo nei nostri territori e quella che narriamo nelle nostre iniziative. 

Dobbiamo rendere complementari le pratiche di autogestione ecologista con le forti richieste che facciamo alla politica. Non siamo disposti a scendere a compromessi, non vogliamo contrattare, vogliamo l’attuazione di ogni nostra rivendicazione per garantirci un futuro, ma siamo consapevoli che lo vogliamo ora, nel presente perché non c’è più tempo.

Fridays for future è un movimento orizzontale, inclusivo e democratico. Ripudiamo il fascismo in quanto ideologia antidemocratica e violenta. Rivendichiamo l’autonomia e sovranità delle assemblee locali, in quanto linfa vitale del nostro movimento e di cui le assemblee locali sono gli spazi decisionali. 

Crediamo infatti che la forma assembleare garantisca un modello decisionale partecipativo, aperto e orizzontale. Dalle assemblee locali infatti devono emergere le esigenze di mobilitazione, di organizzazione e di approfondimento. L’altro spazio decisionale collettivamente riconosciuto è l’assemblea nazionale, riconosciuto come spazio decisionale dove prendere decisioni specifiche di interesse nazionale e che serva per dare le linee guida da seguire.

Lanciamo il quarto sciopero globale per il 29 novembre, proponendolo a livello internazionale sotto lo slogan block the planet. 

Quella giornata di mobilitazione ci permetterà di sperimentare le tante pratiche discusse in questi giorni, come le pratiche di blocco e di disobbedienza civile caratterizzate dalla partecipazione pacifica e di massa.

Sosteniamo e saremo presenti alle mobilitazioni che lanceranno le realtà locali a Napoli a dicembre in concomitanza con la Cop Mediterranea, incontro interministeriale sul tema dei cambiamenti climatici dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo.

Usciamo da questa assemblea nazionale con la consapevolezza di essere in grado, insieme, di cambiare il sistema. Non siamo disposti ad arrenderci, noi siamo la resistenza.

Fridays for future: cosa non siamo noi giovani per il clima

Lorenzo Tecleme,  Fridays for future di Sassari – 

Dal sito di Greenpeace – 19 Settembre 2019 

 

   Da quando il fenomeno Greta Thunberg è esploso e i giovani di Fridays for futurehanno iniziato a riempire le piazze di tutto il mondo, i media si sono sbizzarriti nel cercare di dare una definizione precisa del movimento per il clima. Per alcuni, i giovani che saltano la scuola sono un nuovo ’68, mentre per altri sono poco più che gretini; per alcuni faranno la storia, per altri possono sparire senza lasciare il segno. La stampa e l’opinione pubblica hanno già speso fiumi d’inchiostro per raccontare cosa sia Fridays for future, ma quanti si sono interrogati su cosa noi giovani attivisti per il clima non siamo?

1-Non siamo ambientalisti.

   Ebbene sì: per quanto strano possa sembrare, il termine ambientalismo non è il più adatto per descrivere il nostro movimento. Rispetto alle storiche posizioni dei movimenti per l’ambiente – che rivendichiamo e facciamo nostre – di rispetto della natura, del Pianeta che ci ospita, degli animali, noi aggiungiamo un elemento ben più egoista: noi siamo innanzitutto preoccupati per noi stessi, per quel benessere che vorremmo nel nostro futuro e che il cambiamento climatico mette inevitabilmente a rischio. Una differenza di narrazione che già da tempo era in atto nei movimenti verdi – e le campagne di Greenpeace ne sono un perfetto esempio – ma che diventa centrale con la nuova ondata ecologista.

2-Non siamo tutti sulla stessa barca.

 La metafora dell’umanità come nave che affonda è in uso da tempo nel mondo dell’attivismo ecologista, ma risulta insufficiente per descrivere una delle parole d’ordine più importanti per Fridays: la giustizia climatica.

Di fronte al collasso ecologico non siamo tutti uguali: a fianco ai milioni, miliardi di persone comuni che si vedranno danneggiate dalle disastrose conseguenze del climate change troviamo una minoranza piccola ma potente, un 1% che guadagna da inquinamento ed emissioni. Sono i proprietari delle grandi industrie dannose per l’ambiente, i magnati del fossile, i politici sul loro libro paga. Giustizia climatica significa per noi essere coscienti che la transizione ecologica va fatta – e va fatta subito – ma il suo costo deve ricadere su chi è responsabile della crisi climatica, e non sulle fasce sociali più deboli.

3-Non abbiamo tempo.

   È uno degli slogan più urlati nelle piazze dei global strike per il clima, ma anche quello che più riassume l’essenza di un movimento come il nostro. I tempi che la scienza ci indica per invertire la rotta sono stretti, strettissimi, e per questo non possiamo accettare soluzioni di “transizione”, “lente”, “passo dopo passo”.

Il cambiamento deve arrivare, e deve arrivare ora. Anche per questo siamo un movimento che accoglie tutte le fasce d’età, ma fondamentalmente youth-led: siamo noi giovani ad avere più vita davanti e quindi più tempo per assistere e subire alluvioni, desertificazioni, precipitazioni estreme.

Analizzare Fridays for future, capire cosa il nostro movimento non sia, ci aiuta a comprenderne il successo e a prevederne gli esiti. Per capire cosa siamo davvero, invece, non c’è che da unirsi a noi. Vi aspettiamo in piazza venerdì 27 settembre, in tutte le città italiane. Non mancate! 

Hanno detto di Greta Thunberg e di Fridays for future

Questa mobilitazione è stata una lezione da parte dei giovani

Luca Mercalli – da «Nimbus» e  «Il Caffé», Locarno –  17 marzo 2019

   La mia prima lezione sui cambiamenti climatici la tenni all’Istituto magistrale di Pinerolo, non lontano da Torino, nel maggio 1993. Da allora non ho mai smesso di esortare gli studenti a farsi sentire, a lottare pubblicamente per non rischiare di vivere in un pianeta ostile. Ma gli effetti non li vedevo mai. Poi è arrivata la giovane svedese Greta Thunberg con il suo sciopero della scuola. E tutto è lievitato in pochi mesi fino al grande sciopero mondiale del 15 marzo. Eppure nel 1992 c’era già stata la canadese Severn Cullis-Suzuki che a soli 12 anni aveva parlato al Vertice della Terra di Rio de Janeiro, diventando “La ragazzina che zittì il Mondo per 6 minuti”. Sappiamo tuttavia che l’euforia di quei momenti non portò a ulteriori frutti, Severn venne presto dimenticata e lo stato dell’ambiente continuò a peggiorare.

Cosa ha potuto fare oggi la differenza? Forse la disponibilità dei social network, che allora non c’erano, e oggi ha moltiplicato il messaggio di Greta in modo globale ed esponenziale. Forse i disastri climatici che da allora si sono moltiplicati e cominciano a farsi sentire sulla pelle delle persone. Forse un cambio generazionale, nuovi studenti che hanno cominciato ad avere paura per il loro futuro e a esplorare le contraddizioni della modernità.

Comunque l’importante è che questo fiume di giovanissime teste sia sceso in strada. Io ho avuto l’emozione di condividere con loro la marcia di Torino, e l’onore di essere considerato da loro un punto di riferimento: ho potuto parlare dal palco a trentamila ragazze e ragazzi che avevano sete di capire e di impegnarsi verso un futuro sostenibile. Oltre trent’anni mi separavano dalla loro età, e riuscire a gettare questo ponte generazionale fatto di credibilità e di attenzione è stata una delle più grandi soddisfazioni della mia vita e un premio alla mia attività formativa.

Ma ora il lavoro non finisce qui, è solo un inizio. Ho chiesto loro coerenza nei comportamenti: la sostenibilità non è una passeggiata in piazza, bensì una serie di atti concreti per ridurre i consumi di energia fossile, per produrre meno rifiuti e più conoscenza scientifica, rispettare la biosfera, consumare meno materie prime, viaggiare meno in aereo e in auto, non inseguire le mode dissipative, essere più sobri e attenti ai propri gesti quotidiani.

Dal palco ho sentito i discorsi di giovani informati e decisi che citavano con la stessa passione dati scientifici e toccanti poesie. Ma ho anche visto gli sguardi interrogativi di chi osservava il proprio vicino buttare per terra un bicchiere di plastica e negare con i fatti ciò che sosteneva con le parole. Il servizio studentesco di pulizia si è poi incaricato di lasciare il selciato pulito come un salotto, ma resta il problema di una consapevolezza ambientale non ancora diffusa a sufficienza, poco insegnata nelle scuole e nelle famiglie, poco inserita nelle priorità delle agende politiche. Tagliare una mattina di scuola per una festosa manifestazione nelle vie di una grande città è facile, impegnarsi tutti i giorni per dimostrare di ridurre il proprio impatto sul Pianeta è più difficile, ma solo così questi giovani potranno sostenere la loro sacrosanta battaglia, chiedendo a testa alta agli adulti, alla politica, all’informazione, all’economia di mettere clima e ambiente al di sopra dell’economia di mercato.

Greta docet

Guido Viale – Da Comune-info – 4 Giugno 2019

   Greta Thunberg ha reso noto che salterà il prossimo anno scolastico per dedicarsi al compito che si è data: continuare a tenere all’erta la Terra, cioè noi, sui pericoli che incombono e l’urgenza di affrontarli. Questa decisione è resa obbligata da due degli impegni che Greta si è presa: partecipare all’Assemblea Generale dell’Onu del prossimo 23 settembre a New York, che prevede una discussione sul clima, e alla Conferenza delle Parti (COP25) che si terrà in Cile a dicembre. Greta intende raggiungere entrambe queste destinazioni senza usare l’aereo. La cosa è complicata, perché alcune sue rotte non sono coperte da altri mezzi di trasporto; evitare l’aereo in quei viaggi è però incompatibile con la frequenza scolastica, anche quella interrotta dai periodici scioperi del venerdì.

A molti sembrava sbagliato che una studentessa interrompesse gli studi per addossarsi un compito così pesante. Ma a loro Greta ha già risposto: a che cosa serve che andiamo a scuola se state negando il futuro a tutta la mia generazione? Nessuno è stato in grado di replicare.

Ad altri può sembrare assurdo intestardirsi a non salire su un aereo anche quando i viaggi sono lunghi e complicati.  Se però le conferenze internazionali fossero sempre così difficili da raggiungere per tutti sarebbero forse di meno, ma più costruttive. Quello che Greta cerca di spiegarci con i fatti e non a parole è che dobbiamo tutti abituarci, e presto, non solo a cambiare completamente le nostre abitudini (e certo non rientra tra le “abitudini” della maggior parte di noi andare a New York o in Cile), ma anche a ridurre la gamma delle possibilità su cui si è fatto conto finora. Per ridurci tutti in povertà? Certamente non per arricchirci. Ma perché al posto del disastro che ci aspetta se non cambia tutto alla svelta, si possa ancora prospettare realisticamente un mondo migliore per tutti: quello a cui Alex Langer aveva alluso con il suo magistero:  un mondo che vive più lentamente (e Greta ci fa capire che cosa comporta), più dolcemente (nel gestire le nostre relazioni), più in profondità (recuperando una dimensione interiore che la vita odierna ci fa perdere). Con i suoi mezzi Greta spiega una cosa che non riesce ancora a entrarci in testa: non c’è tempo da perdere.

Quanti politici hanno reso omaggio a Greta! E poi? Quanti Comuni e Parlamenti hanno dichiarato l’emergenza climatica per poi continuare il loro trantran? Quanti continuano a comportarsi come sempre, anche se siamo sull’orlo di un baratro? E come spiegarcelo? Tre ipotesi:

– Sono (e siamo) ignoranti. In effetti politici, media e scuola non hanno fatto molto, soprattutto in Italia, per illustrarci la minaccia climatica. Ma dopo la comparsa di Greta e del movimento Fridays for future nessuno può più dire di non sapere, neanche quei giornalisti che continuano a trattarla, e a trattarci, come deficienti.

– Sono (e siamo) cinici. Sta per arrivare qualcosa di terribile, ma pensiamo che non ci riguardi, che riguardi solo altri. Per questo i politici continuano a fare gli stessi discorsi, i giornalisti a scrivere gli stessi editoriali, gli economisti a ripetere la stessa tiritera (si parla sempre solo di “crescita”) e i prof. a fare le stesse lezioni (ahi, il programma!).

– Sono (e siamo) sclerotici. I governanti non sanno come affrontare il problema perché capiscono che dovrebbero cambiare tutto, a partire dai loro progetti politici e di vita. Per questo sembra prevalere una “volontà di non sapere”: meglio nascondere la testa sotto la sabbia. Ma questa condizione non riguarda solo loro. Riguarda anche tutti noi. Chi di noi ha cominciato anche solo a pensare come si dovrebbe riorganizzare la propria vita in un mondo che non ci offrirà più molte delle soluzioni che conosciamo per mangiare, vestirci, spostarci, riscaldarci, collegarci? Quello che Greta cerca di insegnarci con i fatti è proprio questo.

È ovvio che da soli, ciascuno per conto suo, non si  realizzerà niente di significativo. Occorre il confronto, l’azione collettiva, la politica, la traduzione della conversione ecologica in progetti concreti, in rivendicazioni e soprattutto in partecipazione. A partire dalle scuole – perché il movimento è nato e per ora vive soprattutto nelle scuole e nelle Università – che da settembre dovrebbero trasformarsi in centri di informazione, discussione, educazione, ma anche di progettazione e soprattutto di coinvolgimento, sui temi fondamentali della conversione ecologica, aprendo al quartiere e al territorio. Perché – è l’obiettivo che ci indica Greta – il prossimo sciopero mondiale, il 27 settembre, deve coinvolgere anche gli “adulti”, cioè i lavoratori e i territori. Che cosa ne pensano sindacati e associazioni?   

Dichiarare pace con la natura

Mao Valpiana, Presidente del Movimento Nonviolento – Da Comune-info  26 Settembre 2019

   Dear Greta,

come milioni di altri adulti, mi sento interpellato dalle tue parole.

La tua azione ha rimesso in moto un vasto movimento che attendeva l’occasione per mettere sotto i riflettori il tema dei cambiamenti climatici, decisivo per il futuro dell’umanità. Il tuo sciopero Fridays for future è stato la scintilla che ha acceso il fuoco; la legna da ardere era già pronta.

Siamo in tantissimi a chiederci, e non da oggi, cosa possiamo fare. Ora sappiamo che non c’è più tempo e che forse finalmente ci sono le condizioni per cambiare. Il lavoro per invertire direzione è enorme. Ma non ci sono alternative.

Per questo non serve dividerci in un noi (i presunti buoni) e un loro (i presunti cattivi), da una parte le vittime (innocenti?) dall’altra i carnefici (malvagi?). Siamo tutti coinvolti.
Le cose, purtroppo, sono molto più complesse.

Come quando c’è un incendio da spegnere: non serve cercare e incolpare il piromane, bisogna darsi da fare a buttare acqua e soffocare i nuovi focolai. Una volta messo in sicurezza il clima, potremo anche dedicarci ad individuare le cause profonde della malattia, che risalgono all’inizio dell’industrializzazione avvenuta nei secoli scorsi, ad un tipo di sviluppo energivoro, basato su fonti energetiche fossili, che non era sostenibile. Molti l’avevano già capito e denunciato. Il Mahatma Gandhi, già nel 1909, più di un secolo fa, nel suo libro Vi spiego i mali della civiltà moderna. Hind Swaraj, condannava lo sviluppo lineare e metteva la globalizzazione sul banco degli imputati.

C’è quindi bisogno di una grande alleanza per affrontare l’emergenza, governi e cittadini insieme. I politici al potere, nelle democrazie, sono lo specchio di quel che esprime la società. Siamo tutti inquinatori e siamo tutti inquinati. Ognuno, dunque, deve fare la propria parte, e saranno poi le grandi scelte della politica (sul commercio mondiale, le fonti energetiche, i sistemi di trasporto, lo sviluppo delle città, le migrazioni, l’agricoltura, l’industria, ecc.) a determinare il prossimo futuro.

C’è bisogno di un’alleanza tra scienziati, politici, industriali, agricoltori, cittadini, lavoratori, studenti, consumatori, tutti insieme, perché tutti siamo partecipi al problema e quindi alla soluzione. Soprattutto noi, che viviamo nella parte ricca del globo, abbiamo una responsabilità in più rispetto alle masse dei poveri che faticano ad accedere ai servizi essenziali.
Non sarà facile accordarsi sulle soluzioni, perchè prevalgono gli egoismi di parte. Ognuno vorrebbe che a cambiare per primi fossero gli altri. Le calotte polari, che hanno iniziato a sciogliersi, non attenderanno però i nostri tempi politici. Dobbiamo trovare il modo, subito, per rendere possibile la necessaria conversione ecologica. Dobbiamo dimostrare con i fatti che consumando meno (meno CO2 in atmosfera) si vive meglio e si è più felici. Solo quando un comportamento virtuoso diventerà conveniente, allora potrà trasformarsi in scelta politica valida per tutti, su larga scala.

In questa battaglia planetaria non ci saranno vinti e vincitori. O tutti vinti, o tutti vincitori. Ci vuole per questo un patto intergenerazionale. 

Se coloro che nasceranno domani hanno diritto ad un ambiente sano e vivibile, chi oggi è già nato e consuma risorse non rinnovabili, deve potersi riscattare. La grande campagna necessaria, prioritaria su tutto, è quella per il disarmo climatico.

Come umanità, con tutte le generazioni viventi, dobbiamo dichiarare pace con la natura e riporre le armi che hanno ferito il Pianeta.

Il vasto movimento che si è messo in moto, di cui tu sei una delle espressioni, può fare molto: una campagna contro le spese militari globali, per dirottare gli investimenti dal settore militare e bellico verso quello della ricerca per le nuove fonti energetiche e per la pulizia degli oceani inquinati dalle plastiche. È l’unica guerra che vale la pena di combattere. Le altre vanno disertate. L’opinione pubblica è una potenza che può spostare gli equilibri politici. La più grande forza che abbiamo è quella della nonviolenza. Siamo tutti sulla stessa barca che si chiama pianeta Terra.

Grazie per quello che fai.

Buone notizie … da Fridays for future

…. dall’Italia

Incatenati alle banche 

Fridays for future Italia – 19 luglio 2019,

 

   Decine di strikers di #Fridaysforfuture si sono incatenati di fronte alle sedi di Unicredit e Intesa San Paolo a Torino e Castellammare del Golfo, mentre a Milano gli attivisti stanno inscenando una finta esecuzione collettiva in segno di protesta.

Gesti simili si stanno susseguendo senza sosta in tutta Italia, con centinaia di ragazzi che chiedono alle principali banche del nostro paese di non finanziare ancora l’industria del fossile. Roma, Pisa, Brescia, Sassari, Forlì, Sassuolo, Palermo, Pordenone sono solo alcune delle città coinvolte.

Negli ultimi 4 anni 33 banche hanno investito oltre 1700 miliardi di euro nel mercato del fossile. Sappiamo benissimo chi sono i ladri del nostro futuro e chi i loro complici, e non gli permetteremo di continuare ad estrarre gas, petrolio e carbone, alterando il clima globale e mettendo in pericolo enormi porzioni dell’umanità. Agiremo pacificamente.Agiremo in nome del nostro futuro e di quello delle prossime generazioni. Questo è solo l’inizio. 

McDonald’s oggi lo blocchiamo noi    

Fridays for future Napoli – 4 ottobre 2019  

   Oggi abbiamo bloccato la sede, in Piazza Municipio, di McDonald’s poiché questa multinazionale è uno dei responsabili principali della devastazione ambientale e del surriscaldamento globale del nostro Pianeta.

Gli incendi dolosi della foresta amazzonica sono direttamente causati da quelle aziende che forniscono carne, a queste grandi multinazionali, la cui produzione ha un impatto ambientale insostenibile!

Per produrre la carne necessaria per un cheeseburger sono necessari più di 1500 litri di acqua.
Oltre a sfruttare l’ambiente, McDonald’s sfrutta i suoi dipendenti. È una delle multinazionali che ha i peggiori contratti di lavoro e per la quale gli studenti che la settimana scorsa venivano autorizzati “ad andare al corteo di Greta” continuano a lavorare gratis per il progetto alternanza
scuola-lavoro. Non sarà l’unica azienda che sanzioneremo, il cambiamento climatico ha dei responsabili ben precisi e saremo in grado di individuarli e denunciarli tutti.

Blitz alla Q8

Fridays for future Napoli – 5 ottobre 2019

   Oggi come attivisti e attiviste di #FridaysforfutureNapoli e di #Stopbiocidio siamo alla Q8 di Napoli a via Brecce. Stiamo ancora una volta mettendo in atto una pratica di blocco, contro la dipendenza dai combustibili fossili e contro l’utilizzo di qualsiasi sostanza inquinante. Anche a Venezia lo scorso 7 settembre mettemmo in pratica una giornata di blocco anche sul #Redcarpet della #Mostradelcinema di Venezia.

Oggi avrà inizio la prima giornata di lavori dell’assemblea nazionale di Fridays for future e tante e tanti altri ci hanno raggiunto da diverse città per partecipare a questo momento di blocco: Venezia, Padova, Treviso, Milano, Pisa, Roma, ancora una volta la lotta per la salvezza del futuro è compatta e con delle parole d’ordine chiarissime!

Mettere in pratica momenti di #sciopero, di #lotta e di #blocco contro la devastazione ambientale e i cambiamenti climatici è quanto mai necessario, bisogna invertire la rotta subito.
È ora di agire

Fridays for future Firenze – 11 ottobre 2019

   Oggi la ministra delle Infrastrutture e dei Trasporti De Micheli ha incontrato il sindaco Nardella ed il presidente della regione Rossi. All’ordine del giorno della discussione lo sviluppo delle Grandi Opere che interessano Firenze e provincia, tra cui principalmente il tunnel Tav e il progetto del nuovo aeroporto.

Come Fridays for future Firenze abbiamo voluto contestare l’ipocrisia di un’intera classe politica che si riempe la bocca di apprezzamenti e apparente solidarietà ai movimenti ambientalisti ed ecologisti e poi, come nel caso di Rossi e Nardella, è complice e mandante di opere inutili e dannose per il territorio.

Davanti ai cancelli del cantiere Tav insieme ai comitati contro le nocività abbiamo fatto sentire la nostra voce durante il presidio dalle 10 alle 11 e 20, dopodiché ci siamo spostati nella vicina piazza Tanucci.

Se i politici e le aziende complici del cambiamento climatico pensano che rimarremo immobili davanti alla distruzione del pianeta e del nostro futuro si sbagliano.

Quando l’ingiustizia diventa legge ribellarsi diventa un dovere, vi invitiamo quindi a seguirci e partecipare durante i prossimi venerdì di sciopero sempre più numerosi!

Blitz davanti a una delle sedi della Tper

Fridays for future Bologna – 18 ottobre 2019 

 

   Questo pomeriggio siamo stati davanti alla sede Tper (Trasporto passeggeri Emilia-Romagna) per chiarire quali sono le nostre rivendicazioni riguardo al trasporto pubblico bolognese! La riduzione delle emissioni di CO2 e di particolati atmosferici inquinanti passa necessariamente dalla costruzione di una mobilità pubblica sostenibile e accessibile a tutte e tutti.

Come Fridays for future Bologna riteniamo necessario che il Comune di Bologna e la Regione Emilia-Romagna diano inizio a questo cambiamento, prima che i danni dell’inquinamento atmosferico dovuto al trasporto diventino irreversibili.

Vogliamo:

• l’immediata conversione ecologica dei mezzi Tper

• corse più frequenti per le tratte più utilizzate e per gli autobus notturni

• linee capillari, che raggiungano efficacemente anche le periferie

• una riduzione immediata dei costi di biglietti e abbonamenti, che tenda nel tempo alla gratuità, soprattutto per le fasce più vulnerabili della popolazione, tendendo alla gratuità del trasporto!

• una mobilità ciclabile sia incentivata e sicura, con piste ciclabili efficaci

È necessario garantire a tutte e tutti una mobilità pubblica efficace e gratuita, riducendo le emissioni inquinanti. 

Extinction Rebellion supporta la Climate Action Week di Fridays for future

20.09.2019 

   Extinction Rebellion, il movimento nonviolento che ha bloccato il centro di Londra lo scorso aprile allo scopo di far dichiarare Emergenza Climatica ed Ecologica, affiancherà gli attivisti di Fridays for future durante le numerose iniziative della Climate action week. 

La settimana di eventi e manifestazioni ha inizio il 20 settembre e giungerà al suo culmine il 27 settembre, giorno in cui avrà luogo il terzo Sciopero Globale per il Clima.
È prevista la partecipazione di milioni di persone nelle piazze di tutto il mondo, Italia compresa, e sono in programma diverse azioni durante tutta la settimana, per sensibilizzare e rendere visivamente plastica la grave situazione ambientale che stiamo vivendo.

Alla fine della settimana, venerdì 27 settembre, studenti e lavoratori, con il supporto di alcune sigle sindacali, manifesteranno assieme in occasione di quello che è un evento di portata storica, che vedrà milioni di persone scendere in piazza in tutto il mondo. Extinction Rebellion è al loro fianco nel richiedere con determinazione ai media di dire la verità sull’Emergenza Climatica ed Ecologica che stiamo vivendo, e che mette a repentaglio il futuro delle giovani generazioni e di quelle a venire.
Extinction Rebellion denuncia come la situazione drammatica che stiamo vivendo esiga dei cambiamenti drastici, che permettano il raggiungimento dello zero netto di emissioni di gas climalteranti entro il 2025 e che mettano fine alla distruzione degli ecosistemi e della biodiversità.

I provvedimenti necessari al raggiungimento di questi obiettivi devono essere guidati, come ribadito in più occasioni anche da Fridays for future, dall’esigenza globale di giustizia climatica, dal momento che gli effetti degli sconvolgimenti ambientali sono particolarmente sentiti dalle fasce più deboli della popolazione globale.
Fridays for future ed Extinction Rebellion sono accomunati dal desiderio di giustizia climatica e sociale, di verità, di rottura del velo di silenzio e negazionismo dei media e dei governi.

Extinction Rebellion si caratterizza come movimento internazionale nonviolento ed inclusivo che usa la disobbedienza civile di massa per arrivare ad un cambiamento sistemico profondo.

In completa solidarietà e comunione di valori, gli attivisti del movimento si uniranno ai Fridays for future in una settimana di azioni che culminerà nello Sciopero Globale del 27 settembre, per poi darsi appuntamento nelle capitali di tutto il mondo, compresa Roma, nella settimana dal 7 al 13 ottobre per la Ribellione Internazionale nonviolenta di Extinction Rebellion. 

Green City: da Roma a Milano, 10 tappe per adattarsi ai cambiamenti climatici

16 luglio 2019

   Sono 26 le prime città italiane che hanno aderito ad una dichiarazione in 10 punti per l’adattamento ai cambiamenti climatici. Milano e altri cento d’Italia hanno sottoscritto il patto in occasione della seconda conferenza nazionale delle Green City, promossa dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile per sviluppare attività e interventi per rendere le città italiane più green. Oltre al capoluogo lombardo, sono le città di Assisi, Belluno, Bergamo, Casalecchio di Reno, Chieti, Cisterna di Latina, Cosenza, Firenze, Genova, Imola, Livorno, Mantova, Milano, Monterotondo, Napoli, Padova, Palermo, Parma, Pordenone, Roma, Siracusa, Sorradile, Tivoli, Torino, Venezia. Le Green City dovranno rispettare i 10 comandamenti se vorranno fare da apripista alle politiche contro il riscaldamento globale, di cui I primi tre punti sono: definire ed aggiornare piani e misure per l’adattamento climatico delle città; integrare le politiche e le misure di adattamento con quelle di mitigazione del cambiamento climatico; aggiornare la valutazione dei rischi e le misure sia di emergenza, sia di medio e lungo termine. 

… e dal Mondo

Quale Paese s’impegna di più contro i cambiamenti climatici? Italia soltanto al 17° posto

5 dicembre 2018  

 

   Quanto sono performanti i vari paesi del mondo nella lotta per contrastare i cambiamenti climatici? La risposta arriva dall’Imperial College di Londra che, nel rapporto Energy Revolution: A Global Outlook, ha stilato una nuova classifica generale della rivoluzione energetica mondiale, valutando le misure messe in atto da 25 paesi per mitigare i cambiamenti climatici, tra cui tutti i G7 e i Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), che insieme rappresentano l’80% della popolazione mondiale e il 73% delle emissioni di carbonio. La ricerca è stata commissionata da Drax Group, compagnia energetica britannica, ed è stata lanciata alla COP24 a Katowice, in Polonia.

Le prestazioni di ciascun paese sono state esaminate attraverso 5 parametri: energia pulita, combustibili fossili, implementazione di veicoli elettrici, capacità di stoccaggio del carbonio, efficienza energetica di famiglie, edifici e trasporti. 

Stando a quanto emerso dai risultati, a compiere i maggiori progressi nella trasformazione dei loro settori energetici per limitare l’aumento della temperatura globale a 2°C sono stati Danimarca, Gran Bretagna e Canada (l’Italia si piazza soltanto al 17° posto).
Regno Unito e Danimarca guidano gli sforzi globali per allontanarsi dal carbone per la produzione di energia. Ma molti paesi asiatici tra cui Indonesia, India e Giappone stanno aumentando la loro dipendenza dai combustibili fossili. I paesi con i sistemi di alimentazione più puliti – Norvegia, Francia e Nuova Zelanda dipendono fortemente dall’idroelettrico o dal nucleare. Il Regno Unito ospita la quinta flotta più grande al mondo di veicoli elettrici (1 su ogni 40 nuove auto vendute nel Regno Unito è elettrica), ma in termini di utilizzo è battuto di gran lunga dalla Norvegia (la metà del parco auto norvegese è elettrica), prima anche per installazione di punti di ricarica (1 per ogni 500 persone). L’Europa rimane il leader globale nell’edilizia sostenibile. Le case residenziali in Portogallo, Germania, Paesi Bassi e Regno Unito sono tra le più efficienti dal punto di vista energetico.

Le banche etiche e sostenibili si impegnano a ridurre l’impronta di carbonio

5 marzo 2019

   I leaders delle banche aderenti alla Global Alliance for Banking on Values (Gabv) riuniti in assemblea a Vancouver a metà febbraio si sono impegnati a portare avanti uno sforzo congiunto per misurare e ridurre – nei prossimi tre anni – l’impatto climatico degli investimenti e dei prestiti concessi. 

Le banche aderenti alla Gabv vogliono così contribuire alla concreta realizzazione degli Accordi di Parigi che nel 2015 hanno impegnato gli Stati aderenti a contenere l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto della soglia di 2° C oltre i livelli pre-industriali, e di limitare tale incremento a 1,5° C: un’azione necessaria per ridurre sostanzialmente i rischi e gli effetti dei cambiamenti climatici che stanno sconvolgendo il pianeta.

New York verso bando delle carni lavorate, a rischio hot-dog

25 aprile 2019

   Contro i cambiamenti climatici New York è pronta a sacrificare anche il suo famoso hot-dog. Il sindaco Bill de Blasio ha infatti approvato un pacchetto green da 14 miliardi di dollari per combattere i cambiamenti climatici. Il piano ha l’obiettivo di eliminare la carne lavorata e di tagliare del 50% l’acquisto di carni rosse destinate alle strutture statali della città, tra queste scuole e ospedali. La Grande Mela è la prima nel paese a prendere misure così drastiche per tagliare il consumo di questo tipo di carni. Nel 2015 l’Organizzazione mondiale per la sanità ha classificato le carni processate tra i cancerogeni. Salsicce, hot dog, bacon (pancetta) sono tutti fatti con carni lavorate. Il piano di de Blasio mira a ridurre le emissione di gas del 30% entro il 2030.

California, in arrivo una tassa sui ristoranti

2 maggio 2019

   Arriverà in autunno una tassa per il clima sulle cene al ristorante. L’iniziativa è prevista in California, dove prenderà il via verso la fine del 2019 il programma Restore California Renewable Restaurant. Si tratterà di un sistema studiato per sostenere gli agricoltori nell’adattamento dei loro campi alle mutate esigenze relative alla lotta ai cambiamenti climatici. La tassa per il clima comporterà l’aggiunta dell’1% al conto, ma soltanto in quei ristoranti che decideranno di aderire al programma. La Climate change tax non verrà imposta ai singoli ristoranti, che la applicheranno su base volontaria.

Filippine: piantare alberi per essere promossi a scuola

29 maggio 2019

   Una nuova legge delle Filippine obbliga tutti gli studenti delle scuole superiori e delle università a piantare almeno 10 alberi se vogliono superare l’anno o laurearsi. Questa nuova legge formalizza una tradizione radicata nel paese, dove gli studenti piantavano 10 alberi prima di diplomarsi, una tradizione che può aiutare in modo sostanziale la lotta ai cambiamenti climatici.
Il rappresentante del Partito Magdalo, Gary Alejano, autore principale della legge, ha dichiarato: «Con oltre 12 milioni di studenti che si diplomano dalle elementari, quasi 5 milioni dalle scuole superiori e i 500mila laureandi ogni anno, questa iniziativa, se implementata regolarmente, farà in modo che almeno 175 milioni di nuovi alberi vengano piantati ogni anno, per arrivare a non meno di 525 miliardi piantati in una generazione».

L’Irlanda pianterà 440 milioni di alberi

3 Settembre 2019

   Entro il 2040 intende infatti piantare 440 milioni di alberi nell’ambito del piano d’azione irlandese per il clima: 22 milioni di nuovi alberi ogni anno da qui al 2040. Come hanno dimostrato diversi studi gli alberi sono tra gli strumenti più convenienti per combattere le emissioni di gas serra e di CO2. Anche l’Australia ha finanziato un progetto che consentirà di piantare più di un miliardo di alberi entro il 2050, con l’obiettivo di assorbire 18 milioni di tonnellate di gas serra all’anno. 

Etiopia: verranno piantati 4 miliardi di alberi, 40 per abitante

6 giugno 2019

   Per incrementare ulteriormente la propria copertura forestale, combattere i  cambiamenti climatici e garantire una maggiore sicurezza alimentare, l’Etiopia ha annunciato che pianterà quattro miliardi di alberi, circa 40 alberi per ogni abitante del Paese, che con i suoi oltre 100 milioni di abitanti è la nazione più popolosa dell’Africa, dopo la Nigeria. L’opera di riforestazione avrà un costo di circa 548 milioni di dollari. Serviranno inoltre centinaia di migliaia di volontari per rendere possibile il progetto. Oltre a creare nuove foreste e strade alberate, il progetto di rinaturalizzazione dell’Etiopia prevede di sostituire con piante autoctone le specie arboree esotiche. Tra le più diffuse e invasive c’è l’eucalipto che però consuma  ingenti quantità di acqua, diminuendo le disponibilità idriche del terreno e alterando il ciclo dell’acqua nelle regioni aride. 

Arriva l’ecotassa sui biglietti aerei in Francia dal 2020

9 luglio 2019

   A partire dal 2020 chi partirà in aereo dalla Francia dovrà pagare 1,50 euro in più per i voli domestici e all’interno dell’Europa in classe economica, 9 euro per gli stessi voli in business, 3 euro per le tratte extra-europee in economica e 18 in business. Sono esclusi i voli per la Corsica e per i territori d’Oltremare, oltre ai voli in arrivo e in transito. La tassa si applicherà a tutte le linee aeree. L’annuncio è stato fatto dal ministro dei Trasporti, Elisabeth Borne. L’ecotassa sul trasporto aereo servirà a finanziare infrastrutture e a sostenere mezzi di trasporto considerati meno inquinanti, come il treno.

Dichiarazioni di emergenza climatica

Regno Unito, primo Paese al mondo a proclamare emergenza climatica. Dalla Camera dei comuni la mozione laburista.

2 Maggio 2019

   Il Regno Unito proclama l’emergenza climatica, accelerando il cammino verso la propria svolta green: è, infatti, il primo Paese al mondo a farlo. La Camera dei Comuni britannica ha approvato la mozione presentata nei giorni scorsi in aula dal leader del Labour, Jeremy Corbyn e invocata dai movimenti ecologisti in una serie di manifestazioni di piazza. La sfida laburista al governo Tory si traduce in diversi obiettivi concreti: il raggiungimento del livello zero di emissioni nocive prima della data finora indicata del 2050, l’incremento delle fonti rinnovabili, ma anche progetti di economia verde e un taglio dei rifiuti. 

L’emergenza climatica è stata già proclamata dal Comune di Londra su proposta del sindaco laburista, Sadiq Khan, ma negli ultimi mesi sono complessivamente 59 i comuni del Regno Unito che si sono impegnati per tagliare le emissioni, da Edinburgo a Oxford, da Cambridge a Newcastle. Tant’è che l’emergenza climatica è stata annunciata anche dai governi locali di Galles e Scozia. 

A Milano approvata la mozione sull’emergenza climatica

20 maggio 2019

   Il Consiglio comunale di Milano ha approvato la mozione relativa alla “dichiarazione di emergenza climatica e ambientale” in città. Il documento, presentato dal consigliere del Pd Carlo Monguzzi, è stato approvato con 31 voti a favore (maggioranza di centrosinistra, più Movimento 5 Stelle e Basilio Rizzo) e sei contrari (Milano Popolare, Forza Italia, Lega).

La mozione impegna il sindaco “a dichiarare lo stato di emergenza climatica e ambientale, a predisporre entro sei mesi iniziative per la riduzione delle emissioni e per l’introduzione di energie rinnovabili, per incentivare il risparmio energetico nei settori della pianificazione urbana, nella mobilità, negli edifici, nel riscaldamento e raffreddamento, sviluppando ulteriormente il progetto di riforestazione urbana già in atto”. Il sindaco, la giunta e il Consiglio comunale si impegnano poi a “intensificare il coinvolgimento attivo di cittadini e associazioni nel processo di individuazione delle criticità ambientali e nella loro soluzione e farsi parte attiva presso il governo e la Regione perché prendano provvedimenti analoghi”.

Emergenza climatica

Guido Viale – Da Comune-info – 25 Giugno 2019 

   Che cosa significa dichiarare l’Emergenza climatica, come hanno fatto i Parlamenti di Regno Unito e Irlanda (ma non quello italiano) e centinaia di comuni in tutto il mondo, tra cui Milano e, a seguire, Napoli? 

Nei fatti, niente. Dopo quella dichiarazione tutto prosegue come prima e i responsabili possono lavarsene le mani. Quella dichiarazione legittima però ogni richiesta fondata di fermare subito le attività che aggravano la situazione e di spostare al più presto le risorse finanziarie e umane disponibili su iniziative che concorrono al drawdown, a invertire le tendenze in atto. Per questo, oltre a Comuni, Municipi, Regioni, Scuole, Direzioni didattiche, Università, questa richiesta va presentata anche a tutti i corpi intermedi: stampa, tv, sindacati, associazioni, rappresentanze di imprese, diocesi, parrocchie, partiti.

Molte adesioni possono innescare un effetto valanga, che finirà per coinvolgere tutti, anche perché la situazione del clima sta peggiorando sotto i nostri occhi. L’importante è individuare, con ciascun interlocutore, le priorità (e non è facile, vista la nostra impreparazione); e poi incalzarlo perché alle parole seguano i fatti. Si può cominciare sottoponendo chi ha fatto la dichiarazione alla verifica delle tre regole di Extinction Rebellion, il movimento che ha bloccato mezza Londra per due settimane.

Primo: dire la verità (Tell the Truth). Che cosa hanno fatto, e che cosa intendono fare, quegli enti e i relativi responsabili – per esempio il sindaco di Milano, o i sindacati che andiamo a incontrare – per far sapere a coloro che rappresentano (elettori, lavoratori, ascoltatori, lettori, associati, dipendenti, studenti, fedeli, ecc.) che la vita e la convivenza umane su questo pianeta sono di fronte a un passaggio irreversibile che le renderanno, se non impossibili, decisamente ostiche per tutte le generazioni a venire, a partire da ora? 

Basta formulare pubblicamente questa domanda per scoperchiare un abisso. Se non si è negazionisti (cosa oggi impossibile) tutti gli interpellati devono ammettere di essere venuti meno alle proprie responsabilità: di aver ignorato o volutamente nascosto una cosa di una gravità sconvolgente, nota da tempo, che avrebbe dovuto imporre di abbandonare progetti, programmi e iniziative in corso o, per lo meno, di imprimere loro un cambiamento drastico. Perché non lo si è fatto? Difficile per loro rispondere; deve diventare altrettanto difficile non farlo.

Secondo: agire subito (Act now). Non deve più essere possibile dire una cosa e farne un’altra: dare una tessera onoraria a Greta e poi manifestare per tenere aperte le trivelle (ma di esempi come questi se ne contano decine). Se il rischio è immenso e imminente (ma non è un rischio; è una certezza), altrettanto grandi e immediati devono essere gli sforzi per prevenirlo. E se avviare nuovi progetti richiede tempo (ma non tanto: la rapida riconversione dell’industria degli Stati Uniti per fare fronte alla Seconda guerra mondiale citata da Stiglitz fa testo), fermare attività e interventi che aggravano lo stato del Pianeta può essere fatto subito. E qui non c’è bisogno di studi: sono tutte le cose contro cui sono scesi in campo movimenti locali, nazionali, o mondiali: produzione e vendita di armi, Tav, Terzo valico, Olimpiadi, Tap, pesticidi, navi da crociera, nuove autostrade, altoforni dell’Ilva, invasione delle auto, ecc.

Bisogna riuscire a spiegare che per ogni posto di lavoro che si perde ce ne sono almeno due, e forse più – meno nocivi per chi li fa e per chi ci abita intorno e più utili per tutti – nelle attività necessarie alla conversione ecologica: negli impianti per le energie rinnovabili e l’efficienza energetica, nella ristrutturazione di tutti gli edifici, in un’agricoltura biologica che rispetti il suolo, avvalendosi di tutti i ritrovati della ricerca agronomica, nella riorganizzazione della mobilità sia urbana che di lunga percorrenza, nel riassetto e nella rinaturalizzazione dei territori, nella gestione e nel recupero di scarti e rifiuti, oltre che in tutte quelle attività da cui dipende direttamente il nostro benessere: sanità, istruzione, cultura, assistenza ai più deboli, ecc. E bisogna adoperarsi perché il passaggio da un posto di lavoro a un altro venga programmato consensualmente, con le modalità di una promozione sia economica che sociale. Se l’ingiustizia nasce dal mancato rispetto per la Terra, il suo risanamento porta con sé maggiore equità.

Terzo: promuovere la partecipazione (Call assemblies): è la conseguenza diretta degli altri due punti: nell’informare il maggior numero di persone possibile bisogna offrire a tutti l’opportunità di chiarire i dubbi e di scoprire che c’è una risposta possibile e necessaria. Ma per addentrarsi nelle cose da fare, occorre articolare l’obiettivo generale della transizione casa per casa, strada per strada, impresa per impresa, scuola per scuola, comune per comune, ecc. Solo chi vive, lavora o studia in un determinato ambito può sapere veramente che cosa si può fare e a che cosa si può rinunciare. Per ora nessuno di noi lo sa, perché non se ne è mai discusso. Per questo, con il supporto dei tecnici, le assemblee sono innanzitutto luoghi di auto educazione. 

I Comuni dichiarano emergenza climatica

Luca Iacoboni – da Greenpeace – 26 Settembre 2019

   Immaginate di avere la febbre. Andate dal medico, e conferma la diagnosi. Anzi, dichiara che avete una febbre molto grave, un’emergenza. Ma non vi da medicine, o indicazioni per curarvi. Si limita a certificare il vostro stato, e l’urgenza della situazione. È più o meno quello che sta succedendo con tante, troppe, dichiarazioni di emergenza climatica da parte di città e intere nazioni. Un esempio lampante è il Canada del primo ministro Trudeau, che poche ore dopo aver dichiarato l’emergenza climatica ha approvato un nuovo oleodotto.
Come dire: avete una gran febbre, andate a fare una passeggiata sotto la pioggia per curarvi, possibilmente senza ombrello. L’emergenza climatica c’è, si vede ormai anche in Italia sempre più spesso sotto forma di alluvioni, siccità, tifoni e altri eventi climatici estremi. Dichiararla è certamente una cosa positiva, ma rientra a pieno nella categoria del greenwashing se non si prendono provvedimenti per affrontarla.

Cosa possono fare dunque i sindaci per dare concretezza a questa dichiarazione e dimostrare di avere davvero intenzione di preservare questo Pianeta, non tanto per le generazioni future, ma proprio per tutti noi che lo abitiamo oggi?

Ecco un breve (non esaustivo) elenco di provvedimenti che ogni governo comunale o regionale dovrebbe adottare immediatamente:

   1. Smettere di utilizzare combustibili fossili per elettricità. Comuni e Regioni dovrebbero immediatamente cancellare contratti di fornitura con aziende che non abbiano un mix di produzione 100% rinnovabile. Attenzione, non stiamo parlando di contratti “verdi”, che offrono ormai tutte le aziende e che sono uno specchio per le allodole, ma di aziende (o meglio ancora cooperative) che producono effettivamente con un mix completamente rinnovabile. Queste realtà esistono, sono italiane e dovrebbero essere la prima immediata scelta per ogni comune.

   2. Diventare produttori di energia pulita. Gli edifici di proprietà pubblica sono potenziali fonti di energia, e devono essere sfruttati. Pannelli sui tetti degli edifici o coperture fotovoltaiche sui parcheggi, sono solo alcuni esempi di come comuni e regioni possano produrre almeno parte dell’energia che consumano, diminuendo così le emissioni di CO2.

   3. Intervenire sulla povertà energetica: il Comune di Porto Torres e la Regione Puglia hanno deliberato che i cittadini in “povertà energetica” – cioè coloro che faticano a pagare la bolletta – non ricevano dei sussidi ma invece dei pannelli fotovoltaici, grazie ai quali la bolletta elettrica diventa molto meno costosa. 

L’energia in surplus prodotta dai pannelli, cioè quella che queste persone non utilizzano direttamente, resta di proprietà dell’ente pubblico che la rivende ed è così in grado di rifinanziare lo stesso sistema per altre case e persone in difficoltà, attivando un circolo virtuoso sia da un punto di vista sociale che ambientale.

   4. Rivoluzionare la flotta comunale e i trasporti. Ogni Comune o Regione ha una propria flotta di mezzi, e deve immediatamente trasformarla in un parco mezzi elettrico, abbandonando auto a benzina e diesel. 

Tutto questo deve naturalmente inserirsi in un piano dei trasporti che renda marginale l’uso dell’auto privata, incentivando invece l’uso dei mezzi pubblici (che vanno adeguatamente potenziati), della mobilità pedonale e ciclabile e dei servizi di car/scooter sharing. Così facendo diminuiranno le emissioni di gas serra e migliorerà (tra l’altro) la qualità dell’aria che respiriamo.

   5. Diventare un Comune “efficiente”. Efficienza energetica vuol dire consumare meno, e dunque spendere meno. Il potenziale di efficienza energetica in Italia è alto e le strutture comunali e regionali ne sono degli esempi lampanti. Rifare il cappotto termico agli edifici, cambiare gli infissi per evitare dispersione di calore, sostituire l’illuminazione in favore di lampade a led, sono tutti provvedimenti che porterebbero un risparmio costante nelle tasche del Comune (e dunque dei cittadini), oltre che un beneficio in termini di emissioni.

   6. Fermare l’usa e getta e il consumo sfrenato. La plastica sta invadendo i nostri mari, ma ha anche notevoli impatti sul clima. Nelle mense comunali e regionali, negli uffici, nelle strutture pubbliche, bisogna smettere di utilizzare plastica usa e getta, e sostituirli con materiali riutilizzabili, senza cadere nell’illusione delle bioplastiche. Allo stesso modo, per l’uso di carta, bisogna privilegiare il riuso e poi l’acquisto di carta 100% riciclata.

   7. Smettere di “alimentare” i cambiamenti climatici. Gli allevamenti intensivi hanno un enorme impatto sul clima. Pensate a quanta carne “a basso costo” viene servita nelle scuole, negli uffici e nelle mense pubbliche. Ma il costo, in realtà, basso non è: la carne che arriva da allevamenti intensivi spesso deriva dalla deforestazione (dunque taglio di alberi che non possono più assorbire CO2), ettari su ettari di foresta primaria vengono rasi al suolo per fare spazio al pascolo o a coltivazioni che poi diventano mangimi per animali. Senza contare le “emissioni” di questi animali che, oltre a produrre metano (un potente gas serra) inquinano aria e acqua (ad esempio con derivati dall’ammoniaca, come NO2). Se vogliamo avere possibilità di vincere la sfida dei cambiamenti climatici dobbiamo cambiare anche la nostra dieta, diminuire notevolmente l’uso (e dunque la produzione) di carne e privilegiare tutti cibi che siano locali, a km 0, e provenienti da filiera sostenibile.

Tanto altro si potrebbe fare, ma purtroppo ben pochi dei Comuni che fino ad oggi hanno dichiarato l’emergenza climatica ha adottato queste, o altre, misure davvero efficaci.

Venerdì 27 settembre decine di migliaia di studenti scenderanno in piazza in tutta Italia in difesa del clima. Parleranno di emergenza climatica, come fanno ormai da mesi. Ma la richiesta (per politici e aziende) non è quella di prendere atto della crisi climatica, ma di muoversi per risolverla. Subito, perché il tempo inizia a scarseggiare, e non abbiamo un Pianeta di scorta. 

Bozze di conclusioni

Misure da prendere sul serio

Giuseppe Onufrio,  direttore Greenpeace Italia – Da Comune-info – 21 Settembre 2019

    Sabato 21 settembre in mezzo mondo c’è stato il nuovo sciopero globale per il clima, sciopero che in Italia avrà luogo venerdì 27. È stato un momento importante per fare pressione prima dell’Assemblea dell’Onu di lunedì prossimo che farà il punto – politico ma non negoziale – sullo stato delle azioni per combattere i cambiamenti climatici. A dicembre avremo la Conferenza delle Parti in Cile che proseguirà il negoziato sul clima che, a fine 2020, dovrebbe sancire i nuovi «obiettivi volontari» che dovrebbero essere molto più alti di quelli espressi a Parigi nel 2015. Com’è noto, con gli obiettivi volontari attuali il pianeta è destinato a «cuocere» con un aumento della temperatura globale ben superiore ai 3°C invece di stare “ben al di sotto dei 2°C” e meglio entro i 1,5°C. Questa traiettoria va assolutamente modificata se l’umanità vuole evitare le conseguenze più disastrose dei cambiamenti climatici. Gli effetti già oggi visibili, infatti, sono relativi all’aumento di meno di 1°C globalmente rispetto all’era preindustriale (anche se la temperatura sulla sola terraferma è già aumentata di 1,53°C).

L’Era dell’Antropocene – secondo la definizione proposta dal premio Nobel Paul Crutzen, l’era geologica in cui l’ambiente è fortemente condizionato a scala globale dall’azione dell’uomo – nella quale siamo immersi fino al collo ha modificato anche il significato dell’espressione «battersi per un futuro migliore». Infatti, anche se riuscissimo a vincere questa sfida epocale, e cioè riuscendo a contenere l’aumento globale della temperatura globale entro il 1,5°C, avremo comunque un mondo in cui il clima sarà peggiore di quello che sperimentiamo oggi. I Fridays for future, e il messaggio di Greta, sono mirati ad averlo ancora un futuro, come società umana se non addirittura come specie. Vedremo se e come la politica, a livello globale, risponderà: non abbiamo più tempo da perdere.

All’Assemblea dell’Onu a New York parlerà anche il presidente del consiglio Giuseppe Conte e a lui vorremmo dire che tipo di misure vanno prese se si vuol prendere sul serio la sfida. Innanzitutto, gli obiettivi del Piano Energia e Clima – redatto in modo burocratico rispetto a obiettivi europei che sappiamo verranno rivisti – vanno alzati, e di molto, per renderli coerenti con l’azzeramento delle emissioni di CO2 nei prossimi venti anni.

Col piano attuale, infatti, non arriveremo alla «decarbonizzazione» (zero emissioni di CO2) nemmeno nel 2070, come del resto pensa buona parte dell’industria fossile anche nazionale. Questo significa detronizzare dalle politiche energetiche non solo il carbone (se ne prevede l’uscita al 2025, ma al momento non ci sono piani o scadenze precise) ma progressivamente anche il petrolio e il gas naturale. E dunque progettare un piano energetico basato essenzialmente su efficienza e rinnovabili.
Un piano di questo genere avrebbe peraltro conseguenze positive sia sull’inquinamento in generale che sulla creazione di nuovi posti di lavoro, se attuato con strategie adeguate. In questa prospettiva, come in alcuni Paesi hanno già iniziato a fare, va posta una data (2028 la richiesta di Greenpeace) entro cui far cessare le vendite delle automobili con motore a combustione interna (diesel, benzina, gas).

Un’altra misura da prendere è quella di ridurre progressivamente i sussidi agli allevamenti intensivi, che sono parte non marginale del problema.

Se si vuol fare sul serio, queste rappresentano il tipo di misure da prendere. Altrimenti si continuerà a prendere tempo per proteggere le posizioni di chi – dal settore del gas e petrolio a quello dell’auto – non ha ancora mosso nemmeno i primi passi per il cambiamento necessario. 

Niente sarà più come prima

Guido Viale – Da Comune-info – 29 Settembre 2019

   Venerdì 27 settembre, giorno conclusivo della settimana di mobilitazione contro la crisi climatica e ambientale, oltre due milioni di studenti sono scesi in piazza in diversi paesi del mondo (e in Italia più che in tutti gli altri) portando così a oltre sei milioni (quattro volte quelli del 15 marzo; e a novembre, al prossimo global strike, saranno ancora di più)  le persone  che hanno risposto alla chiamata di Greta Thunberg. Non è che l’inizio: da oggi non solo le piazze, ma il cuore di ogni discussione sensata, ragione e politica (quella vera, che decide della vita di tutti) si sono trasferite in mano loro, lasciando politici di professione, impresa e finanza, mondo del lavoro (e soprattutto le sue rappresentanze) e quello accademico (con l’eccezione dei climatologi e pochi altri) a girare a vuoto intorno ai loro totem: “crescita”, Grandi opere, decimi di punto di PIL e di deficit, ecc.

“La nostra casa va a fuoco”, gridano gli studenti. E se l’establishment non se ne è accorto, per ignoranza, perché troppo preso dai suoi affari, per timore di dover cambiar troppo “l’ordine delle cose”, la paura che non prova ancora per il disastro imminente, comincerà ora a provarla nei confronti di quei ragazzi e ragazze che scendono in piazza contro di loro, cominciando a tagliare sotto i piedi l’erba del business as usual. Ci metteranno un po’, quei signori, a capire che il loro mondo è finito e che per salvare la specie umana, cioè tutti loro insieme ai loro figli e nipoti, occorre metter mano a una svolta radicale: che loro non sanno nemmeno concepire e meno che mai progettare e realizzare, perché si sono cullati –  tutti, maggioranze e opposizioni – nell’illusione di un eterno presente che la crisi climatica ha dissolto per sempre. 

Ma è ora di smettere di svalutare le nuove generazioni accusandole di consumismo, di aver perso il senso del limite, di non rispettare più la “legge del padre”; magari perché i loro padri sono “evaporati”. Meno male, c’è da dire, che sono evaporati: sono stati loro a mettere in mano ai loro figli merendine, abiti firmati, smartphone e altri gadget. E adesso non capiscono perché si muovano così in tanti per tutt’altro. È una fiammata che si spegnerà da sola, dicono alcuni, ma non è così: ora sappiamo che il movimento continuerà a crescere. Nessuno dei partiti, dei sindacati o delle associazioni dei loro “padri” riesce più a portare in piazza tanta gente se non unendosi a loro. E nessuno ha mai realizzato collegamenti internazionali così solidi. 

Adesso i più accorti tra i membri della “classe dirigente”  si dovranno mettere a scuola dai giovani di Fridays for future e degli scienziati a cui hanno dato ascolto e con cui stanno tessendo rapporti stretti, mentre i loro padri li hanno ignorati. Altri si aggrapperanno al proprio ruolo cercando di mandare avanti “la macchina” finché non dovranno accorgersi che nessuno li ascolta più. Ma i piú rischiano di andare ad aggregarsi, magari sotto insegne diverse, al nucleo duro delle destre negazioniste, che hanno idee chiare su come affrontare l’emergenza climatica che pure negano: respingendo con la guerra i profughi ambientali che la crisi è destinata a moltiplicare; reprimendo con decreti liberticidi le rivolte contro la miseria e i disagi che la crisi ambientale e la stagnazione economica non mancherà di aggravare; e mandando avanti lo sfruttamento dei fossili fino all’ultima goccia di petrolio; poco importa che dopo di loro ci sia “il diluvio”.

Possiamo imboccare un’altra strada; ma occorre prendere la situazione sul serio, cominciando col dire la verità. Molti sanno ormai che un grande cambiamento climatico è in corso, ma quasi nessuno ha una percezione chiara del disastro, per noi e i nostri figli, a cui ci sta trascinando. E  meno ancora hanno la percezione del poco tempo che rimane a disposizione per invertire rotta. Per questo si continua a scavare tunnel, posizionare gasdotti, costruire aeroporti, autostrade e centri commerciali, indire Olimpiadi invernali senza più neve, progettare il raddoppio di stadi e riempire gli spazi vuoti di cemento (invece che di alberi) quando bisognerebbe destinar tutte le risorse, fisiche, finanziarie e intellettuali disponibili a prevenire un disastro altrimenti certo. È ora che i responsabili di questo andazzo comincino a lasciare un po’ di spazio a chi si è reso conto che davvero “la nostra casa è in fiamme”. 

Un grande movimento popolare

Alex Zanotelli  Da Comune-info – 7 Settembre 2019

   Il problema più grave che attanaglia oggi l’umanità è la crisi climatica, che stenta però ad entrare nell’agenda dei nostri governi. Eppure i segnali del disastro in arrivo sono sotto gli occhi di tutti. Un’estate di fuoco come non mai con 20 gradi al polo Nord. In un solo giorno, in Groenlandia, dieci miliardi di tonnellate di ghiaccio sono diventate acqua. Sta bruciando l’Amazzonia, nei mesi estivi sono bruciate anche le foreste della Siberia. La nostra “casa comune” è letteralmente in fiamme. Questo grazie allo stile di vita del 10 per cento della popolazione mondiale che consuma a una velocità insostenibile il 90 per cento dei beni disponibili. Questa è una «apartheid climatica», perfino secondo l’Onu.

I paesi più poveri, infatti, sono responsabili di una piccola frazione (10 per cento) delle emissioni globali di anidride carbonica, mentre devono sopportare il 75 per cento dei costi della crisi climatica. Responsabile è il mondo dei ricchi (in larga parte la “tribù bianca”) dove trionfa l’estrema destra, per natura negazionista, perché non vuole mettere in discussione il proprio stile di vita. E questo stimola il diffondersi di risposte nazionaliste, xenofobe e razziste di fronte all’arrivo di profughi e rifugiati, frutto amaro di un ingiusto sistema economico-finanziario. Il messaggio è chiaro: o si cambia o si muore.
Purtroppo oggi la politica è incapace di rispondere a una tale sfida, cioè rimettere in discussione questo sistema economico-finanziario che è la causa della paurosa crisi climatica. 

La politica è oggi prigioniera delle banche e delle multinazionali. Solo un grande movimento popolare potrà forzare i governi a mettere al primo posto la crisi climatica. 

È quanto sta chiedendo con insistenza anche papa Francesco.

In Italia abbiamo tante belle realtà impegnate in difesa dell’ambiente ma non sono ancora diventate un movimento popolare. L’auspicio è che tutte le realtà di base (No Tav, No Triv, No Tap, Greenpeace, reti della decrescita, Fridays for Future, Extinction Ribellion, Allean-za per il clima, Legambiente, WWF…) riescano a confluire in un grande movimento che forzi il nuovo governo giallo-rosso a mettere la crisi climatica in cima all’agenda di governo. Il movimento dovrà forzare il nuovo governo a scelte precise: niente soldi pubblici alle fonti fossili, no alle trivellazioni, no alle grandi opere, no agli inceneritori; sì invece al solare e alla difesa del territorio. Per arrivare a questo servirà un serio boicottaggio di quelle banche che finanziano il petrolio e il carbone.

Questo movimento diventerà un fiume se anche le comunità cristiane e l’associazionismo cattolico vi aderiranno. Papa Francesco da tempo esorta a fare questo. Lo fa ora con un gesto clamoroso: un’ “Assemblea speciale del Sinodo dei vescovi per l’intera regione panamazzonica”, che si terrà a Roma dal 6 al 27 ottobre. Il papa dalla Laudato Si’ e ora del sinodo sull’Amazzonia sta implorando le Chiese locali a impegnarsi nella difesa della casa comune. Non è concepibile che le comunità cristiane in Italia non prendano seriamente questo appello del papa a scendere in piazza. Tanto più che a mobilitarsi a livello mondiale sono soprattutto i giovani e i giovanissimi dei Fridays for Future che organizzeranno una intera settimana di azioni a favore dell’ambiente, che partirà il 20 settembre per poi concludersi il 27 con una manifestazione mondiale in tutte le piazze.

Giovani e adulti, laici e credenti uniti in un unico grande movimento potranno forzare finalmente anche il nuovo governo a dare priorità alla crisi climatica. Il tempo che abbiamo è breve. Per gli scienziati dell’Onu si tratta di undici anni. È questione di vita o di morte. Diamoci da fare perché vinca la vita. 

Biografia breve di autori citati

Alberto Castagnola è economista, svolge azioni di formazione, ricerca-intervento, promozione e sensibilizzazione, in particolare in merito ai problemi dell’economia internazionale e dei rapporti tra Nord e Sud del mondo.

Luca Iacoboni è responsabile della campagna Clima e Energia di Greenpeace Italia, si occupa in particolare di energie rinnovabili e disinvestimento. Laureato in Economia dell’Ambiente e dello Sviluppo, è stato volontario ed attivista di Greenpeace per oltre 7 anni. 

Umberto Mazzantini è considerato uno dei maggiori esperti dell’ambiente dell’Arcipelago Toscano, ed è responsabile nazionale Isole Minori di Legambiente. Scrive per Greenreport, dove si occupa soprattutto di biodiversità e politica internazionale, e collabora con «La Nuova Ecologia» ed «ElbaReport».
Luca Mercalli è meteorologo, climatologo, divulgatore scientifico e accademico italiano, noto per la partecipazione alla popolare trasmissione Che tempo che fa e nel 2015 ha condotto la trasmissione televisiva Scala Mercalli. Presidente della Società Meteorologica Italiana, dirige la rivista «Nimbus» ed è autore fra gli altri libri di Non c’è più tempo. 

Guido Viale ha partecipato al Movimento studentesco del 1968 e ha militato in Lotta Continua fino al 1976. È saggista e sociologo e si occupa di ricerche economiche, sociali e di politiche attive del lavoro in campo ambientale. Scrive su quotidiani nazionali e su pubblicazioni online come Comune-Info. Tra i suoi molti saggi si ricordano Un mondo usa e getta, Tutti in taxi, Governare i rifiuti e Vita e morte dell’automobile.

Padre Alessandro Zanotelli, noto più spesso come Alex Zanotelli, è un religioso, presbitero e missionario italiano, facente parte della comunità missionaria dei Comboniani. È l’ispiratore e il fondatore di diversi movimenti italiani tesi a creare condizioni di pace e di giustizia solidale. 

Breve bibliografia  consigliata

Stefano Caserini, Il clima è (già) cambiato,  Edizioni Ambiente 2019.

Greta Thunberg, Svante Thunberg, Beata Ernman. La nostra casa è in fiamme. La nostra battaglia contro il cambiamento climatico, Mondadori 2019. 

Luca Mercalli, Non c’è più tempo. Come reagire agli allarmi ambientali,  Einaudi 2018.

Luca Mercalli, Prepariamoci a vivere in un mondo con meno risorse, meno energia, meno abbondanza… e forse più felicità, Chiarelettere 2018.
Grammenos Mastrojeni e Antonello Pasini, Effetto serra effetto guerra. Clima, conflitti, migrazioni: l’Italia in prima linea, Chiarelettere 2017.
Luca Pardi e Jacopo Simonetta, Picco per capre. Capire, cercando di cavarsela, la triplice crisi: economica, energetica ed ecologica, Lu.Ce 2017.
Gianni Silvestrini, Due gradi. Innovazioni radicali per vincere la sfida del clima e trasformare l’economia, Edizioni Ambiente 2016.

 

Link utili

Home

Il sito di Fff Italia, movimento nato  a fianco di Greta Thunberg.

https://extinctionrebellion.it/  

Sito di Extinction Rebellion (XR), movimento internazionale, fondato in Inghilterra, in risposta ai cambiamenti climatici, che chiama alla disobbedienza civile nonviolenta. 

http://www.greenreport.it/category/news/clima/

Sito di Greenreport, quotidiano di approfondimento sulle tematiche ambientali, la pagina sul clima.

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Testata “in movimento, in mezzo alle persone (comuni), a quelle che resistono nella vita di ogni giorno e si ostinano a ribellarsi facendo”.

https://www.greenpeace.org/

Sito con comunicati stampa e attività dell’associazione ambientalista Greenpeace. 

https://www.guidoviale.it/

Il blog di Guido Viale

http://www.ecodallecitta.it/notizie/macro/4/energia-e-clima/mondo/  

Sito di «Eco dalle Città», notiziario per l’ambiente urbano e l’ecologia, la pagina energia e clima. 

https://www.climalteranti.it/

Sito/blog di formazione e discussione sui cambiamenti climatici, di cui è coordinatore Stefano Caserini

http://www.nimbus.it/default.asp

Sito ufficiale della Società Meteorologica Italiana (SMI), di cui è Presidente Luca Mercalli.

https://www.qualenergia.it/tag/cambiamenti-climatici/