Notiziario CDP 252

Premessa
Da tempo facciamo segnalazioni di libri e riviste che si occupano dei più svarati argomenti, in particolare: ambiente, migranti, salute, psichiatria, struttute emarginanti come carcere, ospedali. Diamo priorità ai piccoli editori che hanno una produzione di alta qualità e vita non facile, sia per la scarsa distribuzione dei testi sia per le scarse segnalazioni su riviste, giornali, televisioni dove ad arrivare sono i libri dei soliti Vespa, Veltroni e simili.  Cerchiamo di dare un’informazione minima ma speriamo importante. Non sappiamo per quanto ancora potremo resistere vedendo con quanta facilità le riviste chiudono, anche riviste storiche. Questo numero del Notiziario è dedicato alla letteratura e ci piace far precedere queste segnalazioni da uno scritto di Grazia Cherchi che tutti ricordano per  la sua attività legata ai «Quaderni piacentini», attività che l’ha impegnata ininterrottamente dal 1962 al 1980.  Cherchi è stata una grande critica che ha scritto per tante testate fra cui – oltre ai già citati «Quaderni piacentini» – «Linus», «Linea d’ombra», «Panorama», “L’unità”, “Il secolo XIX”.  L’articolo parla di recensioni e lei, lettrice appassionata e insaziabile, ne ha scritte tantissime. Come nota Giovanni Giudici, queste erano caratterizzate da estremo rigore, «quasi sempre lapidari e fulminei e ben centrati pareri che tali erano per una semplice e onesta ragione: il non voler star al gioco, l’insofferenza per il quotidiano quieto vivere».  Chi non ricorda la stroncatura del “best per eccellenza” Il nome della rosa, definito romanzo per goliardi e col sapore delle patatine del fast-food?

Il risvolto stanca
Uno dei punti deboli dei libri come si stampano oggi, oltre all’irresistibile ascesa dei refusi (“Si scrive peggio anche perché si stampa peggio”, ha osservato Oreste del Buono) è il risvolto: generalmente un inno forsennato e acritico all’autore e alla sua opera. De minimis, dirà qualcuno. Mica tanto. Tra l’altro, questi menzogneri risvolti sono spesso utilizzati da molti recensori, che li riecheggiano quando non li utilizzano a man bassa. E altrettanto fa chi vuole passare per informato su quanto esce in libreria e non ha né tempo né, soprattutto, voglia di leggersi per intero il libro. Anche Ernesto Ferrero, che notoriamente è un buon “risvoltista”, ha osservato (in “Tuttolibri” del 23 febbraio scorso [1991]) che da tempo è passato di moda leggere un autore, o foss’anche un solo suo libro, da capo a fondo; il risvolto editoriale basta e avanza. Se è opportuno diffidare del detto de mortuis nihil nisi bonum, figuriamoci quando lo si applica a viventi! Se costoro bisogna pur lodarli (altrimenti, perché li si pubblica?), almeno si dovrebbe evitare, come troppo spesso avviene, di paragonarli a Tolstoj o a Flaubert, a Stendhal o a Kafka: tra l’altro, vedendo un mediocre scrittore paragonato che so, a Balzac, è inevitabile che il successivo mediocre scrittore della stessa casa editrice non tollererà di essere da meno di Musil, Così si ricordano con rimpianto i personalissimi risvolti che Elio Vittorini stilava per i Gettoni (raccolti meritoriamente in volume da Scheiwiller e non a caso caduti nel silenzio), o quelli, coltissimi e misurati, che Italo Calvino scriveva per la bella collana da lui inventata, Centopagine, mentre si attende con molto interesse la raccolta, che uscirà da Theoria, delle note editoriali che Giacomo Debenedetti stilò per il Saggiatore [Giacomo Debenedetti, Preludi. Le note editoriali alla «Biblioteca delle Silerchie», Sellerio editore]. Si tratta in questi casi di risvolti d’autore, cosa ben diversa da quelli che, come talora avviene, vengono scritti con l’aiuto-consulenza dell’autore. Il quale è il primo a non lesinarsi le lodi e a indulgere ad accostamenti di rara immodestia con i grandi. Sono ancora d’autore, ma in un modo del tutto particolare, i risvolti che troviamo, e sono tra i migliori, nei libri Adelphi: redatti, com’è noto, da Roberto Calasso, contrassegnano la fisionomia della casa editrice milanese. Non è da tutti, e questo è un altro punto, saper scrivere un buon risvolto (provare per credere), e spesso chi lo stende è “triocchiuto”: un occhio alle vendite, uno all’autore, uno al recensore, mentre è cieco nei riguardi del malcapitato lettore. Nel senso che raramente lo informa, mentre il compito del risvolto dovrebbe essere di dare notizie sul libro, ragguagliando sul contenuto e situandolo nella produzione dell’autore. E invece, e non di rado, si notano errori veri e propri nel riassunto della trama; quanto agli altri libri pubblicati, da sempre si evita di nominare gli editori presso cui sono usciti (tra le poche eccezioni a questo malcostume, la Marietti). Il motto sembra essere: “Non favorire mai la concorrenza” che si traduce in: “Sfavorire sempre il lettore”. Il lettore “forte” sa come trattare i risvolti: al più li scorre, spesso li ignora per non prendersi delle arrabbiature. Mentre il lettore occasionale, dato che le .promesse del risvolto non vengono quasi mai mantenute, può essere indotto a un ulteriore rigetto della lettura. Comunque, qualche segno di resipiscenza mi par di coglierlo: si tende a una maggior essenzialità, si usa sempre più la frase breve nella retrocopertina. Si evita un po’ di più il “tutti capolavoro”, che poi equivale a tutte schifezze.

Panorama, marzo 1991
(da: Scompartimento per lettori e taciturni, articolo, ritratti, interviste. Prefazione di Giovanni Giudici, Introduzione di Pietgiorgio Bellocchio, a cura di Roberto Rossi, Feltrinelli 1997)
Marco Aime, Tra i castagni dell’Appennino, conversazioni con Francesco Guccini, Utet 2014, pp. 158 € 14,00
Un viaggio in treno verso Pavana, con la speranza di trovare maggiore sintonia con Francesco Guccini, in attesa di trascorrere qualche giorno in sua compagnia. Un viaggio nella memoria del cantautore, nelle sue opere e nella sua vita, nelle sue vicende esistenziali narrate attraverso canzoni piene di emozioni, legate al tempo che scorre. Un viaggio che narra il passaggio dalle canzoni dell’osteria al successo nella musica italiana. Una chitarra, qualche accordo, un’idea, una melodia e un primo testo che prende vita pieno di assonanze, giochi di parole e personaggi letterari, ma soprattutto pieno dell’umiltà che caratterizza Guccini, montanaro orgoglioso delle proprie radici, ma anche un po’ urbano; montanaro particolarmente legato a Bologna, città che gli evoca sensazione di familiarità alla stregua della sua montagna pavanese. Alla fine del viaggio rimangono i pensieri di Aime, le sensazioni, la bellezza dell’essere stato “fuori moda” di Guccini, il suo modo di lavorare anacronistico, la sua saggezza. 

Francesco Ferrari, L’assassino non è il maggiordomo, Bellavite 2015, pp. 207 € 13,00 
Romanzo ambientato tra Massa, i primi contrafforti delle Apuane e l’alta Versilia; in un periodo tra i più difficili e dolorosi degli ultimi 100 anni – tra la fine del fascismo e la fine della guerra – con personaggi che riflettono forse in modo troppo evidente alcune macchiette classicamente italiane, dall’ex combattente diventato gerarca fascista e poi servo dei nazisti, al brav’uomo che cerca di sopravvivere alla guerra e al suo disordine naturale, dall’ebreo diverso per antonomasia che si rifugia in montagna alla ricerca della propria pace e per difendersi dalla ricca signora borghese ma intelligente e, a suo modo, ribelle al suo ruolo. La trama, in sintesi, è che mentre infuria la violenza dell’occupazione tedesca, presso Villa Freschi la vita continua, tra un pranzo e l’altro, dove si riuniscono diversi esponenti della “società bene” e del popolino, uomini di Chiesa e dello Stato, in uniforme e nullafacenti, circondati da un notevole gruppo di persone di servizio. Tutto cambierà con l’arrivo di un ospite inatteso, un ufficiale delle SS. Mentre la Storia prosegue tra eccidi e battaglie, le storie dei personaggi si troveranno a una svolta: una persona è stata assassinata nella Villa. Arriva la Liberazione, i partigiani restituiscono le loro armi, ritorna l’ordine costituito e il classicissimo rappresentante dell’ordine, il maresciallo dei Carabinieri, riceve una confessione alla quale preferirebbe non credere, tanto da chiedersi il perché debba decidere proprio lui, un normale maresciallo dell’Arma, su un delitto la cui vittima, in fondo, era uno dei peggiori esponenti dell’occupante tedesco. La risposta è in fondo al libro. Per essere scritto da uno alle prime armi, si fa leggere bene. (i.b.)

Normanna Albertini, Come spicchio di melagrana, Matilde, donna del Medioevo, Consulta 2015, pp. 187 €    15,00
Ciò che non è mai stato raccontato di Matilde di Canossa: la sua vita di ragazza, di donna, di madre, di contessa, con le speranze, le lotte e le delusioni di un’epoca difficile e contrastante. Il testo offre stimoli e informazioni per comprendere e valutare quell’epoca e il segno lasciato da una protagonista, fornendo descrizioni suggestive dei luoghi ove Matilde ha vissuto: Mantova, Lucca, Carpineti, Canossa, Marola, Quattro Castella, Bondeno, e delle terre tedesche ove maturarono le condizioni più tristi della sua esistenza di moglie e di madre, e dei luoghi ove fu sepolta (San Benedetto Po e Roma). 

Grazia Alfieri Tarentino, Ultima notte di confidenze, Progedit 2014, pp. 145 €    12,00
Protagonista della storia è Oratina, donna all’apparenza fragile e dalla vita travagliata che però nasconde una grande voglia di riscatto. Il libro riporta il “tema” della veglia al marito morto, la notte sacra in cui l’Addolorata va alla ricerca del Figlio e tutti pregano; è in questo frangente che Oratina trova la forza di confidare a suo marito (fino a quel momento marito di “parvenza”) le sue gioie e le sue paure. Il marito è rimasto un ragazzo, non è cresciuto, ha subito lo stravolgimento del fascismo e della guerra, facendosi trasportare dagli eventi, con il solo scopo di salvare se stesso, continuando poi a vivere alla giornata secondo una filosofia di vita priva di scrupoli o doveri. Sono presenti anche altre tipologie di personaggi, rappresentati da figure femminili: donne invasate d’amore per il duce, donne che sognano un destino diverso per le proprie figlie e donne rassegnate a non avere futuro che accettano le violenze come un fatto scontato. Il racconto è ambientato in una città di mare e l’arco di tempo va dalla prima guerra mondiale fino alla rinascita del dopoguerra e alla conquista del voto da parte delle donne. 

Walter G. Pozzi, Carte scoperte, Paginauno 2015, pp. 19 €    15,00
Mario, divorziato e con un figlio del tutto disinteressato a lui, non leggeva libri, giocava a tennis e nei momenti liberi percorreva chilometri in bicicletta. La sera seguiva le partite di calcio in poltrona ma viveva soprattutto per il proprio negozio. Cercato continuamente dagli ufficiali giudiziari per il pagamento delle imposte, si sentiva del tutto inesistente.  Attanagliato dal dolore per il burrascoso rapporto con il figlio, fumava per sopportare quelle ondate di emozioni. Dopo il divorzio aveva nuovamente intensificato i rapporti con i suoi genitori, interrotti a causa della moglie. Uomo costretto a cambiare spesso aria per fuggire allo Stato, scappare era diventata un’esigenza vitale. Presto però si era reso conto del bisogno che stava insorgendo in lui: il bisogno di sapere. Iniziava ad avvolgerlo la paura delle cose orribili che sarebbero potute accadergli nella vita. Si ritrovò immerso tra le ombre nella consapevolezza della realtà che lo attendeva: una vecchiaia in solitudine e senza soldi.

Walter G. Pozzi, Altri destini, Una storia degli anni Settanta, Paginauno 2010, pp 256       14,00
Questa è la storia di Roman Zeri, introverso e disimpegnato che, dal casuale ritrovamento in un armadio di un maglione sporco di sangue, inizia un viaggio indietro nel tempo che lo porta a fare indagini sulla vita di suo padre, coraggioso giornalista che ha pagato gli “anni di piombo” con interrogatori, processi ed infine con il carcere. Cosa si nasconda veramente dietro quello spettacolo politico-giudiziario è ciò che Roman vuole scoprire. Questo libro nasce dall’esigenza di far luce sulle vicende oscure di quegli anni, diffidando anche dei media. L’indagine di Roman è pertanto l’indagine di tutti noi. Sullo sfondo della vicenda ci sono le manifestazioni, gli scontri con le forze dell’ordine, il “terrorismo”, le bugie di Stato, il processo 7 aprile, la violenza che ha stravolto la vita di tutti. Roman prenderà coscienza che “non si sta bene sotto le coperte calde dell’ignoranza”.

Niccolò Ammaniti, Anna, Einaudi 2015, pp. 284 €    19,00
L’autodistruzione dell’umanità, con la sopravvivenza del tutto casuale di pochi superstiti è un tema che ritorna spesso nella narrativa. Ora non è più l’atomica (come negli anni Sessanta) o lo scoppio di una centrale nucleare (come negli anni Novanta), bensì il diffondersi di un virus, in questo caso “la Rossa”. 
Il Virus arriva dal Belgio e investe l’Europa intera (di altri continenti, non si sa nulla) distruggendo tutti i popoli del Mediterraneo, esclusi i bambini fino a 13-14 anni che si salvano in massa grazie alla pecularità dello stesso virus agente sugli ormoni della crescita. Quello che si apre nelle prime pagine di Anna è uno scenario da day after in Sicilia, regione affascinante ma piena di contraddizioni che lo scrittore cerca di passare in rassegna osservando con gli occhi di una bambina dodicenne che da quattro anni vive in una casa toccata dalla morte della madre (rimasta nel suo letto a mummificarsi) con il compito primario di sopravvivere e salvaguardare il fratello. Per fare ciò, ogni giorno deve allontanarsi sempre di più per cercare cibo. E nelle sue scorribande vede gruppi di bambini, ormai diventati briganti, e animali in libertà che, una volta (se lo ricorda bene), erano assoggettati agli uomini. La bambina ha uno scontro fisico con un cane maremmano che poi, alla fine, le diverrà amico. Il fratello della bambina cresce come può: un piccolo selvaggio che crede alle cose più banali (io ci vedo molto una critica alla alienazione di massa, mai imperante come in questi anni) e che prova a misurare le proprie forze sulla resistenza della sorella-madre-capo alle sue richieste e stravaganze. Anna scopre un giorno il rapimento del fratello e parte alla sua ricerca. Conosce la legge del baratto e qui è il lettore che nota una verità logica fuori dai nostri schemi: molti degli oggetti considerati indispensabili nel nostro mondo (dagli smartphone, agli orologi, alla maggior parte degli elettrodomestici e delle auto) diventano inutili e non hanno più alcun valore. Gli oggetti più ambiti – oltre alle vettovaglie – sono i medicinali, le torce elettriche (e le pile per alimentarle); anche se non manca il desiderio di preservare alcuni oggetti moderni, come i CD (nella parte iniziale del libro assistiamo al tentativo di baratto di un CD di Massimo Ranieri per delle medicine). Cambia tutto, in questa Sicilia post-apocalittica in cui Anna si trova costretta a muoversi. Cambia il rapporto con l’esistenza e la sua fine. Muta persino la percezione della vita e della morte. Nel corso del tempo scopre – o almeno pensa di scoprire – anche un giovane, acerbo, amore per un ragazzino, Pietro, di cui capirà il significato solo quando – dopo un incidente con un sidecar che orgogliosamente guidava dopo averlo fatto ripartire – egli morirà a seguito di un’agonia di tre giorni. Ritrovato il fratellino grazie ai due nuovi amici, Anna decide che deve raggiungere il continente e trascinerà fratello e cane fino allo stretto di Messina. Ci sarà vita in continente? Niccolò Ammaniti ci consegna una storia caratterizzata da una scrittura fluida che procede “per immagini” e che, in fondo, ben si presta per la sceneggiatura di un film; una storia che assorbe al proprio interno le culture della seconda metà del Novecento e le attuali paure, trascinando il lettore dentro le vicende narrate, viste con gli occhi di questa coraggiosa ragazzina e intramezzate da flashback del mondo pre-apocalittico. Un storia aspra con finale aperto, dove – come scopriranno i lettori – rimane accesa una piccola speranza di salvezza: un paio di scarpe da passeggio e curiosità. (i.b.)

Marco Andreolli, Bici rossa, Marietti 2015, pp. 140 €    12,00
Un capo nervoso, una segretaria tuttofare sempre disponibile, un divorzio alle spalle e l’arrivo di un giovane stagista: questa è la vita del giornalista italiano Necchi. L’arrivo dello stagista, che inizialmente lo aveva messo in crisi, si trasforma in una grande amicizia. Il giovane riesce a penetrare la scorza protettiva del giornalista facendo affiorare in lui nuovi sorrisi e nuove visioni della vita. Presto però la messa a fuoco della realtà del ciclismo distrugge ogni speranza del giovane, creando un grande abisso tra lui e il Necchi. Usandone nome e fama, lo stagista si impossessa di scottanti informazioni con le quali fugge a nascondersi presso un Monastero di Novara. Necchi, condotto dal giovane, riscoprirà il proprio io interiore e deciderà di godere dell’attimo di vita felice che gli viene concesso dopo le enormi sofferenze vissute

Luca Carbonara, Il circo degli uomini, Cultura e dintorni 2015, pp. 101 €     10,00
Racconti che richiedono una lettura attenta. Una buona scelta dei particolari sollecitano la curiosità dei lettori, ne catturano l’attenzione grazie al linguaggio accurato.  Ogni storia offre più significati. Il contesto dei vari racconti prende origine da un’umanità colpevole che spera nella liberazione come grazia concessa. Si alternano scenari che si perdono nel tempo privo di età, sentimenti irrequieti e delusioni verso il mondo. Viene messa in risalto la vera miseria dell’uomo, la menzogna, ma anche la salvezza di quest’ultimo quando riesce a guardare oltre se stesso. Ognuno di questi racconti è legato all’altro, e forma una tela che mette a confronto autore e lettore.

Giancarlo Dotto, Sono apparso alla mia donna, Tullio Pironti 2015, pp. 218       14,00
È un romanzo surreale; e più che romanzo opera teatrale inscenabile, appunto piccolo omaggio al teatro senza spettacolo (ma anche dell’assenza) di beniana memoria. Presunto, “attore” principale e caricatura d’uomo, inetto, incapace, s’innamora di Maria, che rappresenta la figura di angelo salvifico. La donna, più giovane del protagonista, nasconde però un atroce segreto: da bambina è stata violentata dal padre di Presunto, marito della madre di quest’ultimo e amante di quello della ragazza.  L’uomo, turpe e viscido, è la causa dei dolori e della morte (per crepacuore) delle due donne. Per questo, Maria chiede a Presunto di uccidere il padre: nella morte di quest’ultimo starebbe la rinascita del figlio. Presunto, però, si rivelerà incompiuto sino alla fine… 

Paola De Gioannis, Annalena e le altre, Il Novecento con occhi di donna, Aipsa 2015, pp. 212 €    14,00
Laureata in filosofia e divenuta poi docente di Filosofia, Letteratura italiana e Storia, l’autrice Paola De Gioannis mette in campo tutta la sua conoscenza storica focalizzandosi sulla sua città, Cagliari, ambiente della narrazione.  Annalena è la protagonista di questo racconto che narra in prima persona una storia perticolare che diventa anche la storia degli altri personaggi femminili che animano il testo con le loro voci, i loro volti e i percorsi delle loro esistenze. Le storie di queste donne che si intrecciano con quelle della protagonista, rappresentano, in un quadro antropologico, l’evoluzione della donna nell’arco del Novecento. 

Nicolò Mazza de Piccioli, Humor vacui. L’imprevedibile durata dell’attimo, Tralerighe 2016, pp. 160       13,50
Raccolta dal sapore cinematografico (l’autore è soprattutto sceneggiatore e regista), tabucchiana, insieme di (altri) “piccoli equivoci senza importanza”, (tabucchianamente) viaggiante sui binari di una temporalità trivalente, finestra sull’alterità ed estensione del reale, Humor vacui. L’imprevedibile durata dell’attimo è un ritratto post-moderno, tragicomico, dei quotidiani e dormienti interstizi dell’esistenza, dietro i quali si celano le lunghe e sottili mani del destino.

Paolo Giuntoli, Il villaggio senza nome, Vertigo 2014, pp. 318, €     15,00
Il villaggio senza nome, raccontato attraverso storie che si svelano come una matrioska, porta alla luce una serie di personaggi semplici e quanto mai reali. Si potrebbe definire “il paese che non c’è”, un luogo ideale che si nasconde nella fantasia ma che parla dell’esistenza, del senso delle nostre azioni e del nostro sentire.Utilizzando onomatopee, prosopopee e giochi di parole, in una prosa a volte elaborata e a volte asciutta, l’autore ci riporta ad un mondo contadino legato alla natura e allo scorrere delle stagioni in un tempo in cui non era presente la corroborante vorticità della vita moderna con tutti i suoi orpelli, ed in cui non c’è spazio per la malvagità ma per la vita come dovrebbe essere. 

Giuseppe Grattacaso, Parlavano di me, Effigi 2015, pp. 176       12,00
Un libro sull’esasperato individualismo dell’uomo contem-poraneo, sulle sue piccole manie ed insignificanti frustrazioni, sulla monotonia e ridondanza dell’esistenza moderna, sullo sfogo apatico di silenzi annosi. La derisione e le minacce rivolte a un ragazzo affetto da problemi psichici, l’arroganza di un poliziotto nei confronti di un gruppo di immigrati in attesa da svariate ore di entrare in questura, le scorrettezze reciproche tra aspiranti veline sono soltanto alcune delle spregevolezze dell’animo umano che s’incontrano in Parlavano di me. Forse, però, intorno a tutte queste, esistono ancora immagini che hanno il potere di un mirabile riscatto.

Mauro Garofalo, Alla fine di ogni cosa, Romanzo di uno zingaro, Frassinelli 2016, pp. 253 € 8,50 
Così spiega Garofalo le motivazioni che lo hanno spinto a scrivere questo suo primo romazo:«La prima volta che ho sentito il nome di Johann Rukeli Trollmann avevo appena finito di allenarmi al sacco. Con le mani ancora fasciate e i guantoni, appresi la vicenda del pugile a cui il Nazismo aveva tolto il titolo di campione perché “zingaro”. Per tutta risposta, la volta dopo Trollmann era salito sul ring con il corpo cosparso di farina, i capelli tinti di giallo, si era lasciato battere. Quell’uomo aveva messo in scena la sconfitta dello stesso fanatismo ariano che ora lo crocifiggeva; aveva avuto il coraggio di guardare dritto in faccia il grande male del Novecento. Mi resi conto che quella non era una storia qualsiasi, era una sfida. E dovevo seguirla».

Giampaolo Nonnis, Linea 3. Un quaderno trovato sul bus, Aipsa 2013, pp. 189         13.00
L’autobus è il mezzo pubblico che fa da scenario al racconto. Tutto inizia quando il protagonista trova una quaderno a quadretti sulla linea 3 contenente un manoscritto. Da qui la storia prende vita e narra tutto ciò che il protagonista vede accadere sul bus: persone, discorsi e pensieri che danno vita a un vero e proprio pensiero popolare. Questi avvenimenti avranno grande impatto su di lui anche al di fuori del tragitto del bus. Scrive Antonella Sandri nella recensione al volume interpretandone giustamente lo spirito «L’elaborazione di questi frammenti di memoria si trasfigurano come in un sogno. Ignorata una rigorosa sequenza cronologica dei fatti, la narrazione è fatta di costanti salti temporali e spaziali. Un andirivieni nel tempo e nei luoghi seguendo legami sottili ed emozioni che divengono spesso il filo di collegamento. La memoria fatta sogno diviene racconto, emozione, poesia e questa in particolare non è altro rispetto alla prosa, ma si intreccia, riflette, commenta, sostiene il dipanarsi del romanzo».

Roberto Oliva, Una canzone dove andare, Cultura e dintorni pp. 215        14,00
Romanzo specchio che mette a contatto i giovani con la realtà.  «I vent’anni sono un’età straordinaria, ma senza dubbio un po’ complicata», così il diciannovenne Luca dà inizio al proprio tema all’esame di maturità. Emozioni, vita sociale, nuovi amori, litigi e amicizie che rinascono. Un caleidoscopio di eventi che in una sola estate mostreranno come possano essere vissuti i vent’anni con gli occhi di un ragazzo e della sua band, tra sogni di grandezza e speranze future, ma anche momenti bui che spesso non lasciano intravedere possibili vie di uscita. Ciò che caratterizza quest’opera è la stretta relazione con la realtà quotidiana dei giovani, la voglia di sognare in grande e soprattutto la voglia di vincere e amare la vita, con i suoi alti e bassi, sempre. 

Roberto Peia, A rincorrere il vento, storia di pedali, pistole e puttane, Tralerighe 2016, pp. 163 €    13,50
Storia di un giovane corriere in bicicletta che si trova a fare una consegna ben pagata per un gruppo di gangster rapper. Presto, la vicenda si trasforma in un incubo: egli si accorge che sta trasportando cocaina. Messo alle strette dai gangster, sarà l’aiuto di un nuovo amico del giro, Nemo, ad offrirgli la via d’uscita. Sotto suo consiglio continua ad effettuare le consegne senza fare domande, fino a quando un piano di Nemo non metterà fine a tutta la storia e alla stessa vita della banda, rendendo possibile il ritorno alla normalità quotidiana con le solite ventisette consegne giornaliere e il tentativo di raggiungere il record delle trenta. 

Diego Pelizza, Vola più in alto, Cleup 2015, pp. 188      14,00
Davide Parisi è un diciannovenne che da tutta la vita vive all’ombra del fratello minore Edoardo, affetto da autismo. La presenza di Edoardo mina fortemente le sicurezze di Davide, occupato a gestire gli studi universitari, la situazione delicata che sconvolge quotidianamente la sua famiglia e le difficoltà a instaurare eventuali rapporti sociali con i suoi compagni, ai quali è nascosta la malattia di Edoardo. L’angoscia dei genitori si riversa su David come una cappa soffocante che produce in lui una forte avversione alla vita. La rimpatriata con un vecchio amico diventa il pretesto per Davide di sfogarsi e riflettere meglio sulla propria condizione emotiva e relazionale. Un’intera vita di sensi di colpa e insicurezze svanisce nell’incontro con Laura e un appuntamento al cinema, la confessione a lei riguardo la condizione di Edoardo, la comprensione e, finalmente, quel senso di sicurezza che per tutta la vita è mancato a Davide. 

Giorgio e Serena Perego, La leggenda del Naviglio della Martesana, Bellavite 2016, pp. 84 €    10,00
«Chi ricorda più le leggende locali degli avi?» Giorgio Perego, storico locale, per contribuire a mantenere viva la memoria riscopre un’antica leggenda che ha come protagonista il Naviglio della Martesana, prendendone spunto per un racconto. La storia si ambienta nella Milano e nella Martesana del 1400 e fa rivivere famosi personaggi storici quali Francesco Sforza, Bernabò Visconti, Ludovico il Moro e Leonardo da Vinci, ma anche le persone comuni: contadini, mercanti e popolani. I più importanti beni ambientali e culturali del nostro territorio fanno da scenario alle vicende. È un invito ai lettori a guardare con occhi nuovi e con rinnovata consapevolezza alle bellezze del nostro territorio. La maledizione scagliata sul Naviglio dalla leggendaria contessa Martesana, che condanna sette persone a perire nel canale ogni anno, verrà infine sciolta? E come? Chi saranno alcune delle vittime?

Marina Plasmati, Il viaggio dolce, Il soggiorno di Leopardi a Villa Ferrigni, La Lepre 2015, pp. 166       16,00
Aprile 1836. Leopardi, nel suo ultimo anno di vita, soggiorna presso Villa Ferrigni, a Torre del Greco, con lo scopo di cercare giovamento alla propria salute cagionevole, accompagnato da Antonio Ranieri, suo caro amico. Ignari dell’identità del poeta, gli abitanti del luogo gli danno il soprannome di “ospite”. Il testo è suddiviso in periodi, da aprile a settembre 1836. Durante il suo soggiorno Leopardi dà vita a La Ginestra e mostra il suo carattere e i propri pensieri segnando e lasciando, dopo la sua morte, il ricordo della purezza del proprio animo. 

Maurizia Rossella, Amanti. Amori, Cleup 2015, pp. 239      16,00
Amanti. Amori è l’ultimo libro di Maurizia Rossella, scrittrice padovana. Le pagine del testo raccontano storie di viaggi e di incontri effimeri, fragili, casuali. Incontri che per un momento rappresentano il centro di un’esistenza che si ribella, figlia di una società desiderosa di nuove prospettive. Protagonista del libro è Miranda. Il racconto è diviso in due parti: Oriente e Occidente. Questa divisione corrisponde a due periodi differenti della vita della protagonista, legati a due suoi modi differenti di vivere le storie d’amore e gli incontri casuali. 

Goliarda Sapienza, L’arte della gioia, Einaudi 2014, pp. 318 €    15,00
Il testo venne abbandonato per vent’anni e successivamente rifiutato da quasi tutte le case editrici italiane, ma fu poi pubblicato nel 1998. Da allora ha conosciuto un grande successo soprattutto in Francia e in Germania e, successivamente, in Italia. Goliarda Sapienza fu anche attrice di teatro e cinema (ha lavorato infatti con registi del calibro di Luchino Visconti e Blasetti). Questo è il racconto delle vicessitudini di Modesta, una ragazza siciliana di famiglia povera, a partire dalle esperienze nel convento in cui era stata rinchiusa fino al matrimonio di convenienza con un aristocratico. 

Pier Paolo Pasolini, Romàns, Guanda 2015, pp. 198 €    15,00
Nel testo emerge l’ambiente popolare friulano del dopoguerra con le tensioni sociali e ideologiche proprie di un periodo di impegno per il rinnovamento della società in atto dalla fine del fascismo.  Si tratta di un mondo sociale in cui vengono subito distinte, secondo gli schemi del realismo classico, alcune delle sue componenti: il ceto dei piccoli proprietari terrieri, quello dei contadini poveri, mezzadri e fittavoli di proprietà altrui, quello poverissimo dei braccianti. La vicenda narrata è ambientata in un borgo contadino nel Friuli. Nei giorni di festa, il paese brulica di canti e grida ma nei giorni feriali torna la piena dimensione del lavoro umile, nella quale affiorano impeti di rivolta e confusi ideali politici. La storia è quella di un giovane prete che attraverserà una crisi interiore derivante dall’amore che prova per un ragazzo. 

Alberto M. Sobrero, Ho eretto questa statua per ridere, L’antropologia e Pier Paolo Pasolini, Cisu 2015, pp. 317 €    24,00
In questo libro Sobrero si confronta con «la ripetuta richiesta fatta da Pasolini al lettore/spettatore di essere partecipe della sua ricerca. È quello che Wittgenstein pretendeva dai suoi pochi lettori
[guardare] amichevolmente allo spirito in cui il libro è scritto» (p. 39). Chiamando il lettore alla costruzione di un discorso, Pasolini lo sottrae al pericolo di un dominio inavvertito: se il potere ha deciso che noi siamo lo scandalo quello di opporre all’«uomo-consumatore» che non si appartiene, l’uomo-poeta che si riappropria del suo sé, apre vie di fuga ad un pensiero che proclama la sua libertà.  Nel libro, l’autore compie un’accurata e densa analisi della poetica pasoliniana, connettendola con il pensiero del Novecento di Wittgenstein, Adorno, Foucault, de Certeau, Illich, intellettuali che, come lui, hanno messo in dubbio ogni regola consueta di stile, conducendo il lettore ad affrancarsi dal potere della scrittura, «dalle categorie e parole predisposte da altri». (dalla ampia recensione di Antonella Tredicine pubblicata su «Lo sguardo-Rivista di filosofia»)

 Lodovico Terzi, Un’occasione d’amore, Nottetempo 2009, pp. 115     13,50
Straordinario capolavoro che raccoglie varie storie piene di enigmi, passioni, dolori, ma anche amore e tenerezza, sentimenti che si mescolano tra loro e si legano infine con le storie d’infanzia dell’autore, dalla lettera di Natale alla fine del suo essere bambino. L’opera è divisa in una prima parte, Racconti ronchesini, sei storie che trattano amori sconfinati distrutti dalla morte, che tornano attraverso incubi notturni e paure inconsce, ma anche sfondi ironici legati a incontri con personaggi che nascondono strani segreti del loro passato. Non manca l’amore verso la natura e gli animali, che si unisce al difficile contesto di guerra che a volte distrugge legami e passioni di una vita ma che, nonostante tutto, rafforza i legami di amicizia veri che nemmeno la morte può spezzare. La seconda parte dell’opera, Storie di un bambino, mette in evidenza l’infanzia dell’autore stesso, i suoi problemi familiari, le esperienze traumatiche infantili, il distacco dalla figura paterna. 

Sandro Medici, Demasiado, La crociera dei rivoluzionari mancati, DeriveApprodi 2016, pp. 224 €    15,00
L’autore è noto a molti perché è stato giornalista al quotidiano “il manifesto”, ricoprendone la carica di direttore tra il 1990 e 1991; è stato autore e conduttore televisivo, amministratore comunale a Roma. Il testo si presenta come un reportage di uno di quei viaggi che andavano di moda fino alla fine degli anni ’80, cioè il viaggio verso l’XI Festival mondiale della Gioventù dell’Avana. Correva l’anno 1978. Il Pcus decise di fare un regalo alla sinistra giovanile europea (e vari sudamericani e africani ospiti a quei tempi desiderati e fuggitivi delle varie dittature fasciste). Vi si racconta delle peripezie di un migliaio di rappresentanti delle varie sinistre (anche qualche trotzkista, pure un montonero uruguaiano) a bordo di una motonave lussuosa della marina civile russa in un viaggio che in realtà era una via di mezzo tra la crociera e il pellegrinaggio internazionalista verso la mitica (ieri come oggi) Cuba, terra di rumba, di mambo, di mango e papaya, della rivoluzione di Che Guevara, Camilo Cienfuegos e Fidel Castro, del bloqueo imposto dagli Stati Uniti. 9000 chilometri nell’oceano Atlantico, 13 giorni e 13 notti, incontrando violente tempeste e misurando i penosi tentativi egemonici degli agonizzanti sovietici e dei giovani “ufficiali” delle varie federazioni giovanili dei partiti comunisti “fratelli”in attesa di raggiungere la meta, ci si poteva anche divertire. Sulla Sobinov successe di tutto e di più. Quella generazione anticonformista e ribelle, libera e pensante, che viene dal ’68 europeo e dal ’77 tutto e solo italiano, che pensa di cambiare il mondo, ma si trasforma in una mandria di ragazzi capricciosi e rompipalle, di traditori della causa socialista, facendo vacillare l’opaca egemonia sovietica rappresentata dai dirigenti del Komsomol. Per la stragrande maggioranza dei partecipanti rappresenta un viaggio nella speranza di incontrare qualche verità politica, ma non per l’infiltrata Patrizia – una biondina romana innamorata dei balli afrocubani imparati da un esule cubano alla scuola del Testaccio – che si unì alla comitiva insieme alla sorella Donatella con lo scopo dichiarato di approfondire le sue conoscenze danzerecce nella patria del cha cha cha, del son, del mambo, della guaracha, della rumba, del bolero, della guajira. Nei ventiquattro quadretti descritti in “Demasiado” quello che colpisce non è tanto il taglio politico e culturale sulle sinistre che l’Autore ricostruisce con disincanto post militante. Ma le pagine più interessanti in un libro dove ci sono frasi imtere che sono ripetizione snervante di un semplice concetto, sono proprio quelle dedicate alle peripezie dei delegados della sinistra non irregimentata dal Komsomol tra decine di appuntamenti ufficiali, ufficiosi e semiclandestini, il provare a mettere in crisi le posizioni peggiori (bello il quadretto che rammenta senza nominarlo il giovane D’Alema “cuccato” a brindare a favore del tiranno etiope Menghistu) e il rapporto con quel popolo, allora sicuramente più vergine di oggi forse anche grazie al Bloqueo USA. Al di là di certe pedanterie e ripetizioni ridondanti, libro carino per chi ha creduto nel futuro delle sinistre e ora si trova troppo (demasiado) spaesato ma non si arrende. (i.b.)

Paolo Turchi, Gli uomini veri, Pacini 2015, pp. 142 €    14,00
Attraverso varie storie, il libro mette in luce l’essenza maschile. Il protagonista, Lorenzo Sormani, è un andrologo che sa bene come la propria specializzazione lo ponga in una posizione privilegiata per cogliere gli aspetti più reali della mascolinità; e anche per questo ama il proprio lavoro. Ogni storia finisce per insegnargli qualcosa della natura umana, dei suoi limiti e della sua grandezza. Questa consapevolezza non gli impedirà di essere se stesso, con la propria vicenda personale, specchio fedele dei modi di essere e di agire tipici del genere maschile. Riesce infine a dare un senso logico, quasi scientifico, alla vicenda ricomponendo il quadro della sua vita affettiva e lavorativa. 

Claudio Ulivelli, Dopo il buio, Effigi 2015, pp. 144       12,00
La trasformazione spirituale di un giovane capomafia, Giuliano Nicotra, titolare, dopo la morte del padre, di un impero economico costruito per mezzo di illeciti, è l’oggetto del romanzo di Ulivelli. Giuliano verrà proiettato in una dimensione diverse da quella sino a quel momento vissuta. Tra colpi di scena e situazioni inaspettate, saprà il giovane trovare la via più conforme alle proprie intrinseche attese?

Sebastiano Vassalli, Io, Partenope, Rizzoli editore 2015, pp. 282 €    19,00
Maggio dell’anno 1653, un paesaggio di quattro secoli fa, Roma in bianco e nero risvegliata da un lungo sonno che tenta la riconquista del mondo attraverso i missionari, portavoci della parola di Dio. L’immagine di una vecchia chiesa circondata da rondini e un pino marittimo, simbolo della città. Due personaggi, Giacomo Ciàncica, il cocchiere e suor Giulia Di Marco, protagonista della storia, soprannominata suor Partenope, della quale l’autore intende raccontare la verità. È nata ai tempi di Papa Gregorio nelle montagne molisane da un bracciante e una piantagrane, ha avuto un’infanzia segnata dalla povertà, un padre poco presente e una madre molto severa che l’ha poi venduta ad un commerciante, Leonardo Colapasta. All’età di quindici anni, ascoltando le prediche di fra Michele, intravede un mondo nuovo anche per le donne. Alla morte del suo padrone inizia a lavorare come cameriera per la sorella, donna molto devota delle pratiche del “malocchio” e appassionata di impiccagioni. A soli vent’anni resta incinta di una ragazzo che crede di amare; è costretta poi da lui ad abbandonare sua figlia all’ospizio e a vivere un’intera vita con questo rimorso e un unico ricordo, un piccolo cuore di stoffa ricamato. Nel 1597 decide di farsi suora e va alla ricerca di un parroco eremita, fra Domenico. Grazie a lui Giulia inizia ad avere una nuova visione di se stessa.Diventata suora, continua ad assistere la sua protettrice fino alla morte, avvenuta a causa del colera, e ad occuparsi di altre persone affette dallo stesso male, quasi ne fosse immune per mano divina. Presa sotto la custodia spirituale di padre Aniello, si rende presto conto che è un uomo vittima delle tentazioni carnali e lei stessa ne diventa la guida nella preghiera, facendo di lui il suo primo apostolo. Si unisce a loro anche un avvocato, Giuseppe Vicariis, fondatore e organizzatore della loro Comunità di Preghiera, attraverso la quale la parola di Dio arriva nelle case e nelle strade di Napoli. Nel 1606 Aniello viene forzatamente spedito a Roma, dove la chiesa dei papi vede come nemica la comunità creata da suor Giulia che viene pertanto imprigionata e tenuta in clausura totale per tre anni, vivendo tale periodo come pausa meditativa. Spostata nuovamente a Napoli, diventa un simbolo, una Giovanna d’Arco napoletana. Si trasferisce al palazzo di Don Alfonso Suarez a Pizzofalcone fino al 1611, anno nel quale va a vivere a Capodimonte; la sua fama è arrivata a Roma, Milano, persino in Francia. Nel 1614 Giulia e i suoi apostoli vengono catturati e sottoposti a continui interrogatori perché si pentano della loro eresia, umiliati pubblicamente in una piazza. Il libro narra poi di una delle persone più importanti della sua vita, Gian Lorenzo Bernini, divenuto sommo dell’arte al pari di Leonardo e Michelangelo ma tradito dal suo stesso fratello e dall’amata, Costanza, giovane diciottenne persa in un marciume morale che suor Giulia definisce puttanesimo. Roma non è né maschio né femmina. È la città dei papi, centro mondiale di una religione che si illude di avere un’immagine e una forma, ma non ha né l’una né l’altra. 

Simona Vinci, La prima verità, Einaudi 2016, pp. 397 €    20,00
L’opera è divisa in tre parti, la prima delle quali racconta dell’esperienza di Angela, giovane ricercatrice laureanda in Giurisprudenza, partita come volontaria a seguito di un équipe di psichiatri – per lavorare alla propria tesi in materia di abuso dei diritti umani in Europa – diretti presso un istituto all’isola di Leros, in Grecia. È il 1992. Appena arrivata Angela si trova davanti una realtà senza tempo: uomini e donne coperti di escrementi, alcuni immobili su vecchie sedie a rotelle, altri che strisciano su pavimenti logori, altri ancora completamente nudi e con gli sguardi vuoti. Corpi vivi ma anime spente che girano per un edificio corroso dallo sporco e dall’odore insopportabile, circondato da un giardino murato che divide i pazzi comuni da quelli chiamati “gli ingovernabili”. Nel periodo che trascorre nell’istituto Angela viene a conoscenza di una stanza-archivio nel seminterrato e riesce a impossessarsi della chiave. Quella stanza diventa il luogo segreto in cui passare le sue notti insonni tra le cartelle cliniche dei pazienti alcune delle quali prive perfino di nome e data di nascita, e di una reale diagnosi. Sempre più interessata ad andare oltre, Angela si imbatte in un vecchio monaco pazzo, Basil che, dopo averle raccontato la propria storia, le fa dono di una bottiglia e di un sasso dipinto. La ragazza decide di credere all’uomo, sentendosi ormai parte di quello strano labirinto che è la mente di un matto. Passa ore nella stanza del seminterrato ad analizzare gli oggetti che le ha donato il monaco diventando, col passare dei mesi, un’estranea verso il suo stesso corpo e cominciando a temere di impazzire lei stessa. Attraverso la conoscenza di Lina, amica, collega e anche amore notturno, scopre di non essere la sola ad avere fantasmi passati dai quali voler scappare. Lina, infatti, le confessa che anche suo padre è stato come prigioniero in quello stesso istituto. La seconda parte dell’opera narra proprio la storia del padre di Lina, Stefanos, deportato a Leros come prigioniero quando lei era solo una neonata e costretto in una cella di isolamento a disinfettarsi le ferite con la sua stessa urina. Egli, poeta, è costretto a dividere se stesso tra matti e prigionieri, senza ricevere alcuna notizia di sua moglie e sua figlia. Un bambino dell’istituto attrae la sua attenzione, anima simile a lui, tradita dal mondo esterno; il piccolo non parla, passa il tempo a fissare punti inesistenti davanti a sé, immobile e del tutto insofferente al mondo intorno, ma non a lui, non a Stefanos che in qualche modo invece lo incuriosisce. Un foglio caduto dalla tasca dell’uomo sarà il pretesto del bambino per avvicinarsi a lui, grazie anche a Teresa, ragazzina introversa che già conosce Stefanos ed è affascinata dal libro che le legge ogni giorno dall’anno prima. Il rapporto tra questi tre personaggi diventa forte, finché l’equilibrio viene distrutto quando la ragazza viene stuprata davanti agli occhi del suo piccolo amico e, quando si rende conto della nuova vita che si sta formando dentro di lei, decide di uccidersi. La terza parte dell’opera tratta il ritorno di Angela a Leros. È il 2009 e la ragazza torna sull’isola perché vuole trovare il piccolo Nikolaos. Si reca presso l’abitazione di Kostas, inserviente conosciuto anni prima all’istituto, ma al posto dell’uomo che conosceva si trova davanti un vecchio tremante. Questo non la ferma però dal porgli la domanda che per anni ha tenuto celata dentro di sé: se avesse mai conosciuto Nikolaus. Kostas le racconta tutto della sua storia, fino ad arrivare alla sera in cui ha fatto sparire il bambino, del quale è rimasto solo un sacchetto di tela che segretamente Angela custodisce ancora. Decisa, se ancora vivo, a trovarlo, la ragazza prende appuntamento con un’infermiera dell’istituto e le chiede informazioni riguardo al bambino. La donna la conduce da lui, ormai uomo di mezza età che non fa alcuna paura e che lei non dimenticherà mai. 

David Franceschi, Testi scongelati, Stampato in proprio 2014, pp. 61         s.i.p.
Raccolti in questo quaderno brevi racconti, aneddoti, favole per bambini, poesie tutte scritte senza alcuna ambizione letteraria ma sicuramente divertenti. 

Biografie

Ada Della Torre, La resistenza del quotidiano, Scritti pedagogici e racconti a cura di Valentina Sonzini, Istituto per la storia della Resistenza e della società comtemporanea nel Biellese, nel Vercellese e in Valsesia 2015, pp. 253 €    15,00
Il libro riporta, oltre ad un breve riassunto della vita partigiana di Ada, politica educatrice, giudice onorario nel tribunale dei minori, molti racconti inediti ed una scelta di articoli editi ne «Il gionale dei genitori», fondata nel 1959 da Ada Gobetti con la quale intrattenne per tutta la vita un forte rapporto di amicizia.

Monica Felisetti, Matrioska, Tralerighe 2016, pp. 132 €    14,00
Matilde Celesti, famosa scrittrice, è narrata dalla voce di sua figlia Giulia, da una poltrona di cuoio, mentre i suoi spettatori osservano con occhi di bambini in attesa della favola della buonanotte. Matilde viene raccontata e ricordata attraverso il suo “quaderno dell’attesa”. Giulia legge del periodo depressivo di sua madre, imprigionata nel costante richiamo del desiderio, dell’incontro con Arian, giovane pittore balcanico attraente che colpisce la donna con il suo sguardo. Raccontata è l’estenuante attesa nella speranza che egli si faccia vivo in qualche modo, che la porti via e la ami oltre ogni cosa. Raccontati i sentimenti per sua figlia e le aspettative per il suo futuro. Nel quaderno non manca la rabbia della scrittrice per gli uomini della sua vita, il desiderio di mandarli tutti il più possibile lontano, la sua stanchezza verso il sesso maschile ma anche la sua voglia di rimettersi in gioco. 

Franco Ferrarotti, Al Santuario con Pavese, Storia di un’amicizia, Edb 2016, pp. 124 €    11,50 
«L’amicizia è una virtù, ed è, inoltre, radicalmente necessaria alla vita. Infatti, senza amici, nessuno sceglierebbe di vivere, anche se possedesse tutti gli altri beni; anzi, si ritiene comunemente che siano proprio i ricchi e i detentori di cariche e di poteri ad avere il più grande bisogno di amici». Così esordisce Aristotele, riguardo all’amicizia. Franco Ferrarotti scrive l’opera considerando l’amicizia come un prezioso collante tra passato e presente. L’autore racconta la propria esperienza in Einaudi e l’incontro con imponenti personalità quale quella di Pavese, toccando di volta in violta più temi: politica, storia, economia, sociologia, persino fede. Il lettore compie un bel viaggio accanto ad autorevoli personalità quali Pavese, Abbagnano, Anna Maria Levi, sorella di con l’attenzione a non invadere l’importante storia di amicizia fraterna tra i due protagonisti. Il libro risulta costituire anche un tassello di storia da conoscere e aspetti sui quali riflettere in paragone all’oggi. In questo tempo si contrappongono superficialità e profondità, individuo e società, umiltà e arroganza. Allora come adesso vi è la necessità di riprendere ciò che davvero ha un senso nella vita: valori come l’amicizia, l’onestà, l’importanza del sapere. 

Lidia Menapace, Canta il merlo sul frumento, Il romanzo della mia vita, Piero Manni 2015, pp. 139 €    14,00
È l’autobiografia della femminista, politica, partigiana e saggista Lidia Menapace. Questo testo può essere letto sia come autobiografia sia in chiave di romanzo storico-formativo. Lidia, infatti, racconta la propria vita che ha attraversato eventi come il fascismo, la Resistenza, il Sessantotto, la crisi del capitalismo descrivendo i motivi che l’hanno spinta a diventar partigiana, antifascista e femminista. La Menapace è stata la prima donna eletta nel consiglio provinciale di Bolzano e prima donna a entrare nella giunta provinciale come assessore della Sanità. La scrittrice ha riversato i suoi valori etici in tutte le attività da lei svolte. In questo libro ci racconta le sue esperienze sulla Resistenza, con lo scopo di lasciare un’impronta non prettamente maschile ma aggiungendo un capitolo sul ruolo della donna. 

Nico Naldini, Breve vita di Pasolini, Guanda 2015, pp. 150        13,00
Storia della vita di Pier Paolo Paolini, nato a Bologna nel 1922. La passione di Pasolini per la pittura lo porta alla trasfigurazione della realtà; i soggetti dei suoi dipinti ricorrono nelle sue poesie, la vita di paese, il mondo agricolo, la chiesa con la quale egli si identifica attraverso il Cristo, in una visione di erotismo mistico che nasconde però una ferita reale e l’ardente attrazione per i giovani contadini, nonché la totale esclusione dal loro mondo.  Il tono delle poesie è elevato; l’ego è il punto di riferimento per il mondo e il linguaggio è la tipica parlata contadina con la quale scrive Poesie a Casarsa, il suo primo libro di versi.  Divenuto un militante molto in vista con il movimento marxista, nuove esigenze maturano in lui, sempre legate al mondo contadino: è infatti ritenuto esperto del mondo degli umili, un intellettuale che è riuscito a spogliarsi della condizione sociale superiore conservando il proprio ruolo senza atteggiamenti populisti.  Nel 1960 Pasolini progetta un film in proprio, Accattone, col quale dà inizio alla propria carriera cinematografica. La tecnica cinematografica è basata su primi piani, assoluta prevalenza delle persone sul paesaggio e grande semplicità di mezzi: questa semplicità viene però vista dai critici come rozzezza. Lavorerà poi ad altri film e nel frattempo stringerà una grande amicizia con la Callas, spesso finita sui rotocalchi come sua probabile amante.  Pasolini non rinuncia però al richiamo della borghesia lanciata verso un futuro distruttivo per l’uomo e sente il bisogno di evadere. Inizia così ad intraprendere viaggi con Alberto Moravia ed Elsa Morante, entrando per la prima volta in contatto con il Terzo Mondo. Nel pieno della propria maturità artistica arriva la tragica morte che ha emozionato anche persone che lo conoscevano solo di nome che, spinte forse da una pietosa euforia, hanno creato persino rappresentazioni letterarie dell’autore. 

Joseph Roth, Stefan Zweig, L’amicizia è la vera patria, Castelvecchi 2015, pp.89 €    12,00
Lettere tra Joseph Roth, scrittore e giornalista austriaco, e Stefan Zweig, scrittore austriaco di origine ebraica, che testimoniano la loro profonda amicizia durante l’avvento del nazismo. I due scrittori si scambiano giudizi e commenti rafforzando il rapporto che li unisce nonostante la lontananza seguito all’ovvio esilio forzato. Roth è più rabbioso e caustico mentre Zweig più rassegnato e disilluso. Nel loro scambio epistolare (mai pubblicato in Italia) emerge lo sguardo di due testimoni che vissero quegli anni con intatta dignità e sofferenza. 


Narratori stranieri

Aldous Huxley, Prode mondo nuovo, Ritorno a Prode mondo nuovo, romazo fantapolitico, Massari 2015, pp. 383       20,00
È il libro più famoso di Huxley sul futuro e anticipa temi quali il controllo mentale, l’eugenetica – che oggi sono argomenti di ricerca scientifica, di dibattito e casomai di scontro politico –
lo sviluppo delle tecnologie e affiora una preoccupazione antitotalitaria e antifecista nei confronti della società spettacolare riguardo per esempio all’uso del divertimento come forza conformistica e di istupidimento di massa.  Massari scrive nella introduzione che «Il riconoscimento originale più prezioso offerto da Huxley in questi due libri non è comunque di tipo distopico, bensì apertamente utopico. Mi riferisco all’idea dell’Habeas mentem, dallo scrittore proposto in assonanza con l’Habeas corpus. Formulazione geniale che racchiude un’idea avveniristica altrettanto geniale, per il cui adempimento l’umanità dovrà soffrire e lottare ancora chissà quante epoche».  

Kader Abdolah, Scrittura cuneiforme, Iperborea 2003, pp. 327 €    16,50
Nato sordomuto, Aga Akbar non sapeva niente del mondo, se non le cose più semplici. Conosceva lo splendere del sole ma non cosa fosse, perché il suo mondo era fatto di ricordi e il tempo privo di ogni significato.  Figlio illegittimo di nobile casata, ultimo di sette figli, cresciuto dal fratello della madre dopo la sua morte, dallo stesso aveva imparato la scrittura cuneiforme. Esperto riparatore di tappeti ma privo dell’amore di una donna che non fosse una prostituta di una sera, grazie all’aiuto di suo zio finalmente organizza il matrimonio con Tine, dal quale nasce Ismail, il figlio che la famiglia per molto tempo aveva atteso, il dono del cielo. Primogenito di quattro figli e unico maschio, per lui e per le sue sorelle Aga sognava un futuro migliore. Decide di trasferire in città la famiglia ma ben presto quella stessa città diviene luogo di divisione per l’arrivo di un’altra donna nella sua vita. L’intera storia è narrata dalla voce di Ismail, bocca e orecchio di suo padre, deciso a tradurne le parole per perdonarsi di averlo abbandonato e riconciliarsi con lui.  Kader Abdolah, pseudonimo di Hossein Sadjadi Ghaemmaghami Farahani (Arak, 12 dicembre 1954), è uno scrittore iraniano naturalizzato olandese. Rifugiato politico in Occidente, vive nei Paesi Bassi e scrive le sue opere in olandese. Questo è il suo secondo romanzo.

Vasyl’ Barka, Il principe giallo, lo sterminio per fame dei contadini in Ucraina, Pentàgora 2016, pp. 311 €    14,00
L’opera tratta dello sterminio dei contadini in Ucraina, mettendo in risalto anche la discriminazione verso la chiesa e soprattutto la condizione di povertà delle famiglie contadine, unite solo dalla fede nella vita. Tutto viene rappresentato attraverso le vicende di una semplice famiglia. Le immagini sono quelle di chiese profanate, case bruciate e provviste rubate, bambini che patiscono la fame e si ritrovano improvvisamente ad essere piccoli adulti, famiglie costrette a scavare di notte per cercare provviste nascoste ad uno stato-ladro che le vuole povere e deboli, persone costrette a nutrirsi di scarti di produzione, che sono l’ombra di ciò che erano un tempo. Nell’aria un grido di dolore soffocato di anime sconvolte. Vasyl’ Barka è stato un poeta, scrittore, critico letterario e traduttore ucraino, residente dal 1950 in America (nato nel 1908 e morto a New York nel 2003).

Sherwood Anderson, Storia di uno scrittore di storie, Mattioli 2015, pp. 303 €    15,00
Il testo è il racconto autobiografico dell’autore, (scrittore statunitense nato nel 1876 e morto nel 1941), stralci di vita vissuta che comprendono anche la visione della realtà americana in cui ha vissuto. Questo testo è stato tradotto solo negli anni Settanta del Novecento ma recentemente è stato inserito dal “New York Times” fra le più importanti opere letterarie americane. Anderson è stato uno scrittore di short story ed è noto per la raccolta di racconti Winesburg Ohio che ha influenzato la letteratura americana tanto che le sue tracce stilistiche si individuano in scrittori come Hemingway (di cui fu maestro), William Faulkner, Thomas Wolfe e John Steinbeck. 

Marlon James, Breve storia di sette omicidi, Edizioni Frassinelli 2015, pp. 686 €    24,50
È un romanzo ambientato in Giamaica intorno al 1976 e prende spunto da un episodio storicamente accertato: il ferimento di Bob Marley e famiglia a 2 giorni dal grande “concerto per la pacificazione” organizzato dallo stesso Bob Marley. Da dove poi, si dipana un racconto traboccante di stupri, omicidi, violenze, soldi, droga e tutto quanto fa pulp, che narra 20 anni del lato oscuro della Giamaica e non solo. Inutile ricordare che ha avuto grande successo negli States quando è uscito, aiutato anche da lodi entusiastiche della critica a stelle e strisce che lo hanno portato anche a vincere il Man Booker prize 2015. 

Rosa Liksom, Scompartimento n. 6, Iperborea 2014, pp. 235 €    15,00
Il romanzo di questa scrittrice finlandese narra di un viaggio sul treno della Transiberiana nella Mosca degli anni Ottanta nel freddo tramonto di una sera di marzo.  Una ragazza sale dall’ultimo vagone e prende posto nello scompartimento n. 6, osservando dal vetro ghiacciato il tragitto che la porterà ad Ulan Bator. Uno sconosciuto le siede di fronte mentre il treno si allontana da Mosca con le sue luci, il suo traffico chiassoso, il girotondo di chiese, le stelle sulle torri del Cremlino, la Piazza Rossa e il Mausoleo. Si allontana Mosca lasciando spazio a case crollate sotto la neve, a una Russia sconosciuta resa cristallina dal gelo. Il viaggio prosegue tra un rozzo racconto di vita dello sconosciuto e una tazza di tè nero. Mosca lontana già mille chilometri, nubi infuocate che corrono in cielo da sud a nord, un sole che si trascina sulla cima degli alberi più alti. Giunti ad Ulan Bator tutto è grigio e amorfo. La solitudine che diventa sempre più forte riporta la ragazza a cercare ancora la compagnia del rozzo sconosciuto del treno che resterà con lei fino al momento del ritorno alla sua amata Mosca. Opera appassionante e coinvolgente, mette in evidenza due personaggi completamente diversi: da un lato la timida ragazza finlandese spaventata da tutto e chiusa nel suo silenzio, dall’altro il russo rozzo e amante di alcol e sesso. Nonostante la diversità troveranno però il modo di restare uniti fino alla fine.   

Bridget Foley, Hugo e Rose, e/o 2015, pp. 330 €    18,00
Primo romanzo dell’autrice in cui è raccontata la storia di una ragazza, Rose, suo alter ego creato fin da bambina. Rose vive meravigliose avventure in un’isola fantastica insieme a Hugo, un ragazzo coraggioso e leale che diviene il suo migliore amico. Nella realtà Rose cresce, si sposa e ha tre figli ma non rinuncia a coltivare il suo sogno, rifugiandosi spesso in esso e arrivando a coinvolgere i figli che vivono di riflesso le sue avventure. Un giorno, incredibilmente, i sogni e la realtà si incontrano, Hugo diviene reale e lo sconvolgimento della vita di Rose sarà inevitabile.
Bridget Foley è cresciuta a Denver, in Colorado, e si è laureata in scrittura teatrale alla New York University. Scrive sceneggiature per il teatro e la televisione. Questo è il suo primo romanzo.

James Simon Kunen, Fragole e sangue, diario di uno studente rivoluzionario, introduzione di Bruno Cartosio,  Sur 2016, pp. 220     16,50
Ha solo 19 anni, quando nel 1969 Kunen comincia a scrivere questo diario dell’occupazione della Columbia University di New York, che diviene presto un classico della controcultura americana. Armato soltanto del suo idealismo e della sua curiosità, Kunen ci racconta i sit-in, i pestaggi della polizia (è stato anche arrestato) insieme a riflessioni su amore, musica, sport, viaggi, insieme a dure riflessioni, attualissime ancora oggi a 50 anni di distanza. Il titolo originale The Strawberry Statement si rifà alle parole di Deane, uno dei presidi della Columbia, che disse «Un’universita non è certo un’istituzione democratica» aggiungendo che se fosse diventata democratica lui se ne sarebbe andato, ed infine aggiunse «Sapere se gli studenti approvano o disapprovano una decisione per me conta quanto sapere che gli piacciono le fragole». Dal libro nel 1970 è stato tratto il film Fragole e sangue di Stuart Hagmann.

Tezer  Özlü, Le fredde notti dell’infanzia, Lunargento 2015,  pp. 119 €     12,00
Opera turca nella quale prende forma la ricerca dell’autore per un riscatto di sé attraverso una scrittura corporale dove non mancano traumi e sofferenze della vita legati ai suoi internamenti, agli elettroshock e a quella solitudine che molto spesso spinge al suicidio e alla morte. Nel testo sono presenti oscillazioni, squilibri, instabilità tipiche di una mente schizofrenica che però non ha mai perso la messa a fuoco di sé e del proprio corpo. A tutto questo l’autrice dà vita attraverso brevi poesie con le quali crea una ricerca della realtà, una possibilità di mettersi alla prova, dibattuta tra esaltazioni e desideri. Un padre ex insegnante, un’educazione quasi militaresca e una piccola casa condivisa fra tante persone, due genitori privi tra loro di una qualsiasi forma di calore o affetto, legati solo dal vincolo di responsabilità reciproca, tutto questo porta l’autrice a sviluppare un forte desiderio di morte, un grido interiore che nessuno sembra ascoltare, fino all’età adulta, ormai sposata e con un figlio, ma ancora in continue ricadute e continui internamenti nelle cliniche psichiatriche, con la sola compagnia di una piccola radio e delle sigarette. «Le notti giungono molto presto negli ospedali. Ma non sanno finire. Il giorno non sa nascere». Tezer Ozlu (1942-1986) è voce acuta della letteratura turca contemporanea.

Katja Petrowskaja, Forse Esther, Adelphi 2014, pp. 241 €     18,00
Katja Petrowskaja intraprende, sulle tracce degli scomparsi, un intenso viaggio a ritroso nella storia di un Novecento sul quale incombono la stella gialla e quella rossa, e in cui si incrociano i destini di memorabili figure: la babuška Rosa, incantevole logopedista di Varsavia che salva duecento bambini sopravvissuti all’assedio di Leningrado; il nonno ucraino, prigioniero di guerra a Mauthausen e riemerso dal nulla dopo decenni; il prozio Judas Stern, che spara a un diplomatico tedesco nella Mosca del 1932, e dopo un processo-farsa viene spedito «nel mondo della ma-teria disorganizzata; il fratello Semën, il rivoluzionario di Odessa, che passando ai bolscevichi cambia in Petrovskij un cognome troppo ebraico… Ma indimenticabili protagonisti sono anche i paesaggi: l’im-mane pianura russa invasa dai tedeschi e le città della vecchia Europa: Kiev, Mosca, Varsavia, Berlino. E i ghetti, i gulag e i lager nazisti. In questo romanzo vero, vibrante, venato di ironia – il migliore che la letteratura tedesca ci abbia dato dopo Austerlitz di Sebald –, mondi inabissati risorgono vividi, e più che mai contemporanei. (dal risvolto di copertina)
Katia Petrowskaja, nata a Kiev nel 1970, vive e lavora a Berlino come giornalista; ha vinto il primo premio Ingeborg Bachmann con un estratto dal suo lavoro Forse Ester.

Henning Mankell, Sabbie mobili, L’arte di sopravvivere, Marsilio 2015, pp. 320            18,00
Il romanzo, diviso in tre parti, tratta della vita di Mankell e di come egli abbia reagito alla propria malattia. Gennaio 2014: un banale torcicollo si trasforma da una probabile ernia cervicale ad una effettiva diagnosi di cancro ai polmoni con metastasi al collo. L’assurdità del presente e l’incertezza riguardo al futuro portano Mankell a viaggiare con la mente verso l’unica cosa certa della sua vita, la sua infanzia, e alla scoperta della sua identità. Le paure che lo accompagnavano da bambino, tra le quali quella legata alla morte, tornano nella sua mente e, una in particolare, quella delle sabbie mobili, lo riporta alla coscienza della propria realtà e della malattia con cui è costretto a convivere. Il cancro diventa quindi come le sabbie mobili e il protagonista un essere umano che si aggrappa al bordo di una palude per salvarsi dal risucchio mortale. La mente di Mankell torna al 1992 quando per la prima volta era stata trovata una massa nel suo polmone, poi smentita da una radiografia. Quel giorno aveva fumato la sua ultima sigaretta, a 45 anni. Il libro è pieno di matafore: la broncoscopia diventa iprite che penetra come nebbia giallastra nella gola e negli occhi di poveri soldati. Mankell parla della propria malattia ponendosi domande su se stesso e su chi gli sta accanto, partendo dal fatto che niente di lui è cambiato esternamente, non ha perso i capelli né peso e il suo comportamento è rimasto quello di sempre. Gli unici veri compagni con i quali condivide i sei mesi di terapie e la sua lotta sono i suoi libri. Per l’autore essere colpiti da una grave malattia significa perdersi nel proprio corpo, sul quale non si ha alcun controllo. Convivere con il cancro significa vivere senza nessuna garanzia. Allo stesso modo in cui è ignoto il peregrinare notturno del gatto, le cellule cancerose si muovono lungo percorsi poco illuminati.
Henning Mankell (1948-2015) è stato uno scrittore svedese, noto principalmente per i suoi romanzi polizieschi.

Dag Solstad, La notte del professor Andersen, Iperborea 2015, pp. 166 €    16,00
Il professor Andersen è testimone di un omicidio che avviene nella casa di fronte alla sua proprio mentre sta festeggiando la vigilia di Natale, volutamente da solo. L’inizio ricorda il famoso film di Hitchcock ma qui il personaggio non solo non agisce ma instaura anche un rapporto con l’assassino dopo averlo spiato in ogni movimento. In un primo momento decide di chiamare la polizia ma poi non lo fa e rimane totalmente paralizzato in una non azione che lo conduce a fare niflessioni esistenzia1i profonde e pregnanti sulla colpa e la responsabilità, l’omologazione e la ribellione, il ruolo dei valori culturali della società odierna.
Dag Solstad (nato a Sandefjord 1941) è uno dei maggiori scrittori norvegesi contemporanei. Autore di una trentina di opere, tra teatro, romanzi e racconti, è sempre al centro di accesi dibattiti in patria per il suo radicalismo anticonformista.

Gauz, Posti in piedi, Elliot 2015, pp. 127 €     14,50
Fu un caso edìtorìale lo scorso anno, acclamato dalla critica francese. Esce ora anche in Italia questo romanzo d’esordio dell’ivoriano Gauz (nome d’arte di Armand Patrìck Gbaka-Brédé). È la storia di Ossìri, studente di Abidjanche che alla fine degli anni ’90 emigra in Francia. A Parigi trova, come molti altri africani,un impiego da vigilantes in alcuni grandi magazzini: è pagato per stare in piedi. Nelle infinite ore trascorse in piedi, Gauz elabora statistiche, teoremi e leggi sociologiche che con il sorriso ci fanno riflettere su temi come globalizzazione, immigrazione e razzismo.

Jean-Christophe Rufin, Check point, e/o 2015, pp. 298 €    18,00
Jean-Christophe Rufin, medico e scrittore francese è tra i fondatori di Medici senza frontiere, accademico di Francia, ambasciatore francese in Senegal. Ha riversato in questo romanzo la propria conoscenza delle organizzazioni internazionali che operano in zone di guerra. Il libro è ambientato negli anni Novanta in Bosnia, dove l’autore è davvero stato in missione, e narra di quattro ragazzi e una ragazza che trasportano aiuti umanitari. Hanno motivazioni diverse, ciascuno fugge da qualcosa e il conflitto si scatena anche tra di loro: la forza del libro sta proprio nel raccontare la guerra attraverso personaggi credibili con amori, ideali, paure e tradimenti che si svolgono nel corso di una trama ricca di suspense e colpi di scena. In una vicenda in cui è difficile distinguere i buoni e i cattivi, come in tutte le guerre, l’angoscia sovrasta la voglia di innamorarsi e lasciarsi andare, tra la vita nei camion e negli accampamenti di fortuna. Il romanzo è avvincente e ci trasporta nei rapporti tra i protagonisti, le loro diverse motivazioni e i sentimenti più intimi, con il check point come metaforico confine tra il pericolo e la tranquillità, tra pace e violenza. Ne esce un quadro duro e realistico su come nei conflitti sia veramente difficile non sporcarsi le mani e schierarsi dalla parte giusta. L’autore riflette anche sul ruolo dell’intervento umanitario, sulla necessità di un coinvolgimento più diretto che preveda anche armi per difendersi oltre a medicine, viveri e vestiti.

William McIlvanney, Il regalo di Nessus, Paginauno 2015, pp. 288 €    15.00
Questo libro racconta la dura realtà che ogni uomo si trova a subire ogni giorno. Il protagonista, Eddie Cameron, se ne rende conto e vede come ogni persona intorno a lui si stia staccando dal contesto sociale per concentrarsi sul proprio mondo interiore e sfociare in una irrealtà di massa. Così facendo, nessuno riesce più a realizzare ciò che vuole come individuo. Cameron s’interroga sul perché ognuno di noi nasca libero per poi lasciarsi andare a qualcosa che ci occulta e che ci ingabbia. La storia racconta di come la società si muova nella nostra psiche inducendoci ad essere delle marionette. 

William Mc Ilvanney, Docherty, Paginauno 2014, pp. 429 €    16.00
È un romanzo incentrato sulla Scozia del primo Novecento.  Attraverso gli occhi del protagonista, viene raccontata la crisi della Prima guerra mondiale, gli scioperi degli anni Venti, il dramma e il declino sociale, la crisi dell’uomo che si proietta in un malcontento popolare che viene represso totalmente. Docherty viene riproposto in Italia dopo 30 anni dalla sua prima pubblicazione in Scozia perché rappresenta una realtà che è molto simile a quella dei nostri giorni. 
William Mc Ilvanney (1936 – 2015) è stato uno dei maggiori narratori scozzesi contemporanei. È autore di raccolte di poesie, di saggi e articoli giornalistici e di diversi romanzi a sfondo sociale.


Critica

Aa.Vv., Pasolini, La diversità consapevole, Marco Saya 2015, pp. 99                  10,00
Se il pretesto è un “concorso”, bisogna prendere la parola e concedersi il lusso non solo di pronunciarla ma, anche e soprattutto, di declinarla. Quest’opera è un punto di fuga, qualcosa che si tende ed estende al di fuori, in ambito prospettico-pittorico. Nel testo gli autori si trovano a fare i conti con la molteplicità pasoliniana, riassunta nello slogan “Sistemi d’Attrazione”. Partendo dagli studi linguistici e stilistici di Pasolini come studente di Giacomo Devoto, il quale ha contribuito a far lievitare in Pasolini l’idea che una letteratura diversa potesse crearsi non soltanto con un esclusivo appello al dialetto, ma anche lavorando secondo la componente antiaccademica, anticonvenzionale, eversiva della letteratura italiana, la componente appunto del plurilinguismo, prosegue e si sviluppa poi sugli appunti della Bologna del suo tempo, «città piena di portici» alla quale egli ha dedicato una poesia autobiografica mai pubblicata in vita, Poeta delle ceneri. Nella poesia, Bologna è evocata con fascinazione estetica ed affetto, ma tenuta sempre in una strana distanza, dovuta forse alla predilezione di Pasolini per i margini cittadini e il proprio distacco dalla borghesia. Bologna assume, quindi, le linee di una dimensione priva di vita e di tempo, ma è anche lo spazio di un incubo alimentato da una difficoltosa situazione familiare. Dopo la rappresentazione di Bologna viene fatto un primo piano di Pasolini e della sua pretesa alla contingenza, lavorando il passato come fosse la reinvenzione storica, per continuare poi con una descrizione di Marco Adorno Rossi, amico d’infanzia e compagno di scuola di Pasolini, divisa in due tempi: uno relativo alla persona, l’altro allo stile letterario. Nell’opera è inoltre presente la riproduzione del dattiloscritto originale depositato presso l’Archivio contemporaneo A. Bonsanti del Gabinetto Viesseux di Firenze, Supplica a mia madre. L’ultima parte è dedicata ai grandi cortometraggi di Pier Paolo Pasolini e al suo rifiuto per la contemporaneità neo-capitalista generante sviluppo ma non progresso. I cortometraggi si collocano proprio in una periferia urbana nella quale varia umanità racconta i propri moti dell’animo, dallo stupore alla gioia, dall’aggressività alla paura. Personaggi veri, nel bene e nel male, legati alla visione del mondo dello stesso Pasolini. 

Luisa Maria Leto, Palermo, Storie della città interrotta, Navarra 2015, pp. 263           16,00
Fra i primi anni ’40 e gli anni ’80 Palermo è una città vivacissima ma ostacolata da stridenti contraddizioni. Luisa Maria Leto attraversa questi quarant’anni di storia della città per mezzo di un’unica analisi, intessendo un racconto di forme d’arte e di cultura diverse, accostando episodi ben noti – le riunioni del gruppo 63, le Settimane Internazionali di Nuova Musica, la realizzazione del film Il Gattopardo, la nascita del Brass Group e dell’Orchestra Sinfonica Siciliana – a storie più trascurate e per questo tanto più interessanti, come quella dei molti teatri cittadini (oggi scomparsi) o come quella della rassegna Il sacro nell’Arte, promossa dalla Chiesa o del festival musicale Pop ’70, che ospitò musicisti del calibro di Duke Ellington, Aretha Franklin, i Black Sabbath. All’ambito culturale l’autrice ha affiancato anche vicende di carattere urbanistico che richiamano a loro volta quelle di carattere sociale, come i bombardamenti del ’43, la realtà mortificata di Cortile Cascino, il sacco edilizio degli anni ’60, la nascita delle borgate moderne. Un ingente lavoro di ricerca cui si associano le voci degli intervistati – R. Barni, G. Bonanno, P.E. Carapezza, F. Carapezza Guttuso, M. Diacono, L. Di Giovanni, F. Flaccavio, I. Garsia, C. Lauro, S. Paladino, G. Perriera, R. Piraino, M. Roemer, G. Rotunno, S. Sciorrino, M. Scognamiglio, T. Signorini, A.M. Sollima, G. Testa – e da cui emerge il ritratto di una città che si rialza dalle macerie del secondo conflitto mondiale, dibattendosi tra i venti nuovi e le difficoltà di gestirne il cambiamento. (dalla seconda di copertina).

A cura di A. Bava, Nuova antologia di poesia americana, I versi di protesta della primavera araba, Ensemble 2015, pp. 187 €    12,00
Dalla prefazione di Alessandra Bava: «Con questa antologia desidero dare voce a personalità della poesia americana che non hanno ancora avuto, nella maggior parte dei casi, alcun libro pubblicato in Italia. Fatta eccezione per Sarah Menefee e Alejandro Murguia, attuale Poeta laureato di San Francisco, questo libro porta alla ribalta poeti di cui il pubblico italiano non ha ancora molto sentito parlare e che rappresentano, ognuno con la sua particolare forma di scrittura poetica, la proteiforme materia che va sotto il nome di Poesia Americana. Si tratta di poetesse e poeti che hanno attraversato il XX secolo fino a oggi non in punta di piedi, ma di gran carriera, lasciando un solco per la generazione attuale e per quelle che verranno». Questi sono i poeti selezionati: John Brandi, Alvaro Cardona-Hine, Terri Carrion, Neeli Cherkovski, Thomas Rain Crowe, Sharon Doubiago, Michael C. Ford, Renée Gregorio, Stephen Kessler Jim Krusoe, Kaye McDonough, Sarah Menefee, Alejandro Murguía, Michael Rothenberg, Bill Pearlman, Anne Valley-Fox.

Fabrizio Coscia, Soli eravamo e altre storie su: Rimbaud, Kafka, Joyce, Leopardi, Proust, Dante, Woolf, Hopper, Tolstoj, Caravaggio, Keats, Evans, Vermeer, Radiohead, Mozart, Ad est dell’equatore 2014, pp. 211 €    12,00
Intrecciando episodi personali con quelli di scrittori (ma non solo) famosi, l’autore ci presenta aspetti inediti o sconosciuti di questi personaggi, inducendoci a riflessioni ed identificazioni che li rendono ancor più vicini al nostro sentire. Toccando i temi dell’amore, della fuga, del sudicio, delle morti violente o silenti scopriamo di avere nuovi punti di vista su questi personaggi, la cui vita è trasfusa, in un modo o nell’altro, nelle loro opere. Il leitmotiv del testo è l’arte e la cultura per una «una vita che solo attraverso l’arte è degna di essere vissuta».

Marco Del Corona, Un tè con Mo Yan e altri scrittori cinesi, ObarraO 2015, pp. 139       12,00
Nel testo sono raccolti gli incontri, frutto di quattro anni di vita in Cina come corrispondente del “Corriere della Sera”, di Marco Del Corona con i maggiori scrittori cinesi. Il primo incontro è quello con Mo Yan, primo scrittore di cittadinanza cinese a vincere il premio Nobel per la letteratura. I temi toccati dagli autori forniscono una mappa legata ai fenomeni del Paese, nonostante l’opera attraversi argomenti e stagioni diverse. Ogni autore viene sollecitato a trattare vari argomenti: Mo Yang per quanto riguarda il rapporto con il potere: Acheng per le strategie di adattamento alla scena letteraria: Su Tong, Hong Ying e Zhang Lijia per le psicologie femminili e il ruolo della donna nella Repubblica Popolare: Yu Hua e Liao Yiwu per il tema della memoria del 4 giugno, data dei fatti di piazza Tienanmen: Bo Yang per quanto riguarda il rapporto emotivo tra le due Cine, quella comunista della terraferma e quella nazionalista dell’isola; Feng Jicai si sofferma invece sull’identità della metropoli di Tianjin e del proprio rapporto con la città. Le scelte dell’autore sono basate su due considerazioni: 1) una conversazione con un poeta non prescinde dalla conoscenza della lingua; 2) la spendibilità giornalistica degli autori è legata al fatto che i loro testi sono disponibili in italiano.

Mario Fresa, Come da un’altra riva, Un’interpretazione del Don Juan aux Enfers di Baudelaire, Marco Saya 2014, pp. 37                 8,00
Il testo si apre con la discesa di Don Giovanni agl’inferi: a colpire è il vortiginoso passaggio dal fuoco avvolgente alla gelida acqua nella quale si è calato, quella dell’Acheronte, il “fiume dei dolori”. L’esistenza viene definita come gioco ambiguo, violento, che pone sulla propria scacchiera il profilo di uno specchio misterioso in cui si mostrano e combattono senza tregua immagini incomprensibili per Fresa. Baudelaire dà alla vicenda un taglio temporale potente ma impreciso e distaccato. Don Giovanni non è descritto come uomo terrorizzato ma come possessore di una superiore alterigia. Altre sono le figure che vengono presentate nell’opera: il mendicante, definito sombre mendiant, ma anche numerose donne che mostrano i loro seni cadenti, senso di invecchiamento e mancanza d’amore. Le donne anticamente amate da Giovanni sono paragonate a una mandria di lamentosi esseri simili a striscianti serpenti che si contorcono. 

Un altro personaggio è Sganarello, servo di Don Giovanni che nasconde il proprio senso di inferiorità dietro una continua risata ma spera, in realtà, in una rivalsa sul suo padrone. Subito dopo viene presentato Don Luigi, al quale Baudelaire si accosta con accortezza in quanto molto virtuoso. La più nobile figura dell’opera è Elvira di Burgas, donna sventurata che appare tremante, quasi a nascondere una forte emozione e una violenta inquietudine. 

L’ultima quartina presenta il convitato di pietra, immagine ferma, austera e morale del mondo e dei suoi principi incrollabili. La vita dell’ospite di pietra e quella di Don Giovanni sono due forze opposte, l’una opprimente e oscura, il Destino, l’altra nervosa e inquieta, divisa in due tempi: un Andante maestoso e un Allegro infocato. Il poeta-eroe si allontana dalla vita come “relazione”, sa bene che la morte è la presenza più vera e più viva nascosta nel fondo del cuore, è la natura medesima a ingenerare in ogni azione la nullità della stessa; ogni obiettivo è destinato, quindi, a farsi vano in quanto privo di qualunque soddisfazione. 

Giulio Maffii, Le mucche non leggono Montale, Marco Saya 2013, pp. 55             8,00
Non è possibile creare parallelismi tra tecnologia e letteratura. Questo testo è una critica ai “falsi poeti”, persone convinte che basti un foglio e una penna per essere in grado di creare un’opera. Maffii si sofferma sull’Io poetico come “maschera”, un io narrante che trova la propria espressione nel linguaggio, del quale il poeta deve nutrirsi, farlo suo. Secondo l’autore il poeta inutile non riesce ad avere una percezione precisa della poesia, legge solo se stesso, non è curioso e soprattutto è incapace di leggere. Ciò porta al problema della tassonomia poetica.  Riprendendo una citazione di Vladimir, Maffii scrive che «solo il diverso modo di elaborare una poesia rende differenti i poeti, solo la conoscenza, il perfezionamento, l’accumulazione e la varietà dei procedimenti letterari possono combattere e fare la differenza tra poeti inutili e utili». L’autore paragona gli esseri umani ad animali il cui unico scopo è mangiare, dormire e riprodursi. La poesia non rientra quindi tra gli istinti primari. Ma la poesia è un terzo occhio, un terzo orecchio, un’altra possibilità di tatto. In realtà la poesia è la possibilità di vedere i colori nell’oscurità del mondo. 

Valero Magrelli, Millenium poetry, Viaggio sentimentale nella poesia italiana, Il Mulino 2015, pp. 170 €    13,50
Valerio Magrelli ci consegna, con questo volume, una commentata antologia di icone poetiche e si muove nella letteratura italiana che va dall’VIII-IX secolo fino al ’900 e lo fa tra giganti: non si tratta di un Atlante e neppure di un Manuale, ma d’un colpo d’occhio gettato su trentanove grandissimi della nostra tradizione. Quasi «un album figurato, compilato in molti anni di letture». Di ciascuno dei trentanove antologizzati Magrelli riporta e commenta una sola poesia. Si incontrano i grandi classici: Dante, Cecco Angiolieri, Ludovico Ariosto, Giovanni Della Casa, Tommaso Campanella, Metastasio, Parini, Alfieri, Foscolo, Carlo Porta, Leopardi, Carducci, Pascoli, Gozzano, Palazzeschi, Ungaretti, Montale, Sereni..
Magrelli premette che l’attraversamento sentimentale di Millennium Poetry include un certo venir meno dell’apparato critico a favore d’uno sguardo più aperto, sguardo «di un uomo-biblioteca» a corpo libero nel web, resistente, persistente anche fuori dai luoghi deputati: sì, la biblioteca è un simulacro e il viaggio è, appunto, sentimentale, «nulla di programmato o di metodologicamente organizzato». Anzi, è qualcosa come un «kit da passeggiata» da usarsi liberamente, senza timoniere. Scrive «Ho fatto sì che nei circa dieci secoli di poesia italiana esaminata, comparissero testi di italiani scritti in lingue straniere (il provenzale di Dante, il greco di Poliziano o il latino di Pontano, testi in italiano scritti da stranieri (un sonetto di Milton), testi in dialetto (il milanese di Carlo Porta e il Romano di Giuseppe Gioacchino Belli) o addirittura testi di “stranieri italiani” scritti in lingua straniera». Splendidi sono i versi arabi che il siciliano Ibn Hamadîs dedicò «a quella che riteneva la sua patria». Versi datati intorno all’anno Mille che illuminano il passare delle generazioni: «L’anima volle tutto in giovinezza. “Ecco i giovani. Splendono di antico / valore come un loro firmamento”».

Lucrezia Velasco Esquivel, Le mani sulla città, Bonomo 2015, pp. 221 €    17,50
Libro illuminante e molto ben fatto. Dopo un’introduzione sulla crisi in senso più stretto, l’autrice si sofferma (in maniera piuttosto esaustiva seppur non molto approfondita, del resto non è questo il suo scopo) sulle conseguenze socio-politiche ma soprattutto culturali della crisi stessa. Molto interessante è la panoramica sul fermento che si respira nell’Argentina, e soprattutto nella Buenos Aires, martoriata dalla crisi: circoli letterari, case editrici, compagnie teatrali ma, soprattutto, una ritrovata e rinvigorita socialità e voglia di stare insieme. Emblematici sono i casi di Eloísa Cartonera e Belleza e Felicidad. La prima è una casa editrice che, come si può dedurre dal nome, utilizza per la stampa dei propri libri la carta riciclata trovata dai cosiddetti cartoneros, ossia coloro che, in tempi di crisi, si arrangiano cercando cartone e altro materiale da riciclare per essere rivenduto. L’intento economico e sociale è palese. Il secondo è uno spazio espositivo che funge anche da luogo di ritrovo e socializzazione. Poi si concentra su due autori molto importanti di questo periodo: César Aira e Washington Cucurto, pseudonimo di Santiago Vega. Il primo può essere considerato un apripista e il secondo come uno dei suoi più importanti eredi.  Le opere presentate sono quattro: La Villa e Yo era una chica moderna di Aira; El curandero del amor e Las aventuras del Sr. Maíz di Cucurto. Senza anticipare niente delle rispettive trame e dei rispettivi sviluppi, mi limito a dire che tutte hanno indubbiamente a che fare col drammatico crack economico che ha devastato l’Argentina a cavallo tra ventesimo e ventunesimo secolo. In particolare, Aira ha uno sguardo più ampio nel senso che, oltre a trattare il tema argentino soprattutto nella sua ultima fase, si fa anche promotore, come già detto, di una nuova poetica. Cucurto invece va oltre, assimilando tale poetica ma dandole un’impronta personale. La Buenos Aires da lui presentata è quella più bassa, quella dei bassifondi. L’intento, anche polemico per certi versi, è di andar contro alla letteratura della crisi classica che da sempre ha cercato di occultare gli emarginati e gli ultimi. Tra la sezione dedicata ad Aira e quella di Cucurto, l’autrice si sofferma sull’importantissimo lascito che Aira ha lasciato a quelli venuti dopo di lui. Ciò è essenziale per capire la poetica di Cucurto. (f.d.)

Mario Perniola, Del terrorismo come una delle Belle Arti, Storiette, Mimesis 2016, pp. 211       16,00
Il testo è una raccolta di otto storie: la vicenda di un militare argentino condannato a morte dalla fazione di Juan Posadas nel giorno della rivoluzione; l’avventura di Nagata e Mori, militanti nell’Armata Giapponese che sottopongono l’Ura ad una sessione permanente di autocoscienza collettiva per una causa rivoluzionaria; la tragica e misteriosa morte del diciottenne Mario De Carlo, caduto nella tromba di un ascensore; la vicenda del fratello di Mario, Ottavio che dopo aver assistito alla morte del fratello, conserva una cartolina arrivata pochi giorni prima e indirizzata a lui; la storia del surrealismo, madre di tutte le storiette dell’opera, davanti alla cultura; la storietta della rivista «Agaragar», nata nel 1970, che durò fino alla fine del 1972, pubblicando solo cinque numeri; la storia della rivoluzione nell’ambiente polveroso delle botteghe dei libri antichi, rari e d’occasione ad opera di Roberto Palazzi nel 1972 nel quarto numero di «Agaragar»; la storietta sul terrorismo nelle lettere. 

Salvatore Ritrovato, Tiziano Toracca, Emiliano Alessandroni, Volponi Estremo, Metauro Edizioni 2015, pp. 517        30,00
L’opera è il volume che raccoglie molti interventi presentati tra il 29 e il 31 ottobre 2014 al convegno internazionale dedicato allo scrittore. Si apre con una conferenza dell’autore per l’Associazione Culturale Italiana a Milano l’11 febbraio 1966, dedicata al rapporto di Volponi con il suo pubblico e con l’industria editoriale e culturale. Il concetto chiave è che il vero romanzo deve riuscire a sottrarsi al mercato delle idee correnti. Scrivere è il mezzo per studiare, capire, mettersi in relazione con la realtà. Volponi è contrario ad una lettura accomodante e consolatoria. Se l’editoria punta su romanzi facili perché vendono meglio, crea una discriminazione emarginando quelli considerati romanzi difficili perché complessi. Quest’opera ha l’obiettivo di non rappresentare la realtà ma di romperne gli schemi e le abitudini, tutto ciò che permette alla società di costringere in qualche modo la realtà economica, storica e sociale a cambiare. Letteratura e realtà contrastano tra loro e l’autore, citando Volponi scrive: «Dalle crepe di questo conflitto sono nati in ogni tempo, i romanzi migliori, anche se difficili, difficili proprio perché in contrasto con le regole, i princìpi, la lingua, gli interessi della società».

Tutto questo in linea con il pensiero di Volponi, narratore estremo che condanna la letteratura facile il cui unico scopo è l’intrattenimento. La sua scrittura è dinamica, imprescindibile dalla storia, critica nei confronti dell’esistenza delle cose. 

Mario Amato, Libri inevitabili, Cultura e dintorni 2014, pp. 96 €    10,00
Guidandoci in un percorso di letture, l’autore ci racconta le proprie emozioni e la propria esperienza invitandoci a leggere, o rileggere, questi testi “inevitabili”. È un percorso dettato da un infinito amore per i libri e la letteratura in cui si è invitati a vivere l’esperienza della lettura come un arricchimento personale e culturale ma anche, e soprattutto, per allargare gli orizzonti e acquisire una propria capacità critica che permetta di non assimilare passivamente tutto ciò che ci viene imposto. Gli autori trattati sono soprattutto classici ma ci sono anche autori moderni e di argomento vario. (c.b.)

Carlo Cipparone, Betocchi il vetturale di Cosenza e i poeti calabresi, Orizzonti Meridionali 2015, pp. 131 €    12,00 
Il testo è una testimonianza reale dell’incontro dell’autore con ilpoeta Carlo Betocchi avvenuta a Cosenza nel 1957. Oltre alle minuziose descrizioni della sua visita alla città, viene riportata l’impressione che il poeta ebbe nel constatare la miseria e il degrado sia dell’ambiente che delle persone. Tutto questo stimolò la poesia Il vetturale di Cosenza che dà il titolo ad una silloge intitolata Il vetturale di Cosenza, ovvero viaggio meridionale. L’autore, stimolato da questo incontro, scriverà con un poemetto intitolato Betocchi (e la comune strada) in cui coglie l’occasione per fare una riflessione sugli scrittori e sui poeti contemporanei ma soprattutto sul rapporto che nasce con il poeta grazie ad una finta rete di corrispondenza di cui viene data notizia nella seconda parte del libro. Molto interessante è la sezione finale in cui vengono riportate brevi biografie e testi di autori calabresi scoperti ed apprezzati da Betocchi, nomi pressoché sconosciuti o dimenticati oggi.

Flavio Ermini, Rilke e la natura dell’oscurità, Discorso sullo spazio intermedio che ospita i vivi e i morti, Albo Versorio Editore 2015, pp. 41 €      5,90
In questo saggio viene delineato un profilo inedito di Rainer Maria Rilke. Seguendo un cammino che va da opere leggendarie come le Elegie duinesi fino a lavori meno frequentati dalla critica come Worpswede, Flavio Ermini si accosta alla scrittura di questo poeta lungo sentieri obliqui, laterali, in ombra: là dove una parola ancora può dirsi nell’aderire al movimento del testo, nell’assentire al gesto sempre incompiuto della nominazione. Grazie a tale esperienza, Ermini può registrare qualcosa d’imprevisto e insieme d’impensato rispetto alle abituali cognizioni sulla politica di Rilke. (dalla quarta di copertina). 

Fulvio Orsitto e Federico Pacchioni, Pier Paolo Pasolini. Prospettive americane, Metauro 2015, pp. 266       26,00
Uscito nell’anno del quarantennale della morte, Pier Paolo Pasolini. Prospettive americane appartiene ça va sans dire all’ambito delle celebrazioni pasoliniane. La maggior qualità dei contributi è quella di restituire un’immagine internazionale dell’autore, diversa, in una prospettiva per così dire periferica, quasi sconosciuta al mondo accademico e culturale italiano, troppo spesso ancorato alla figura di poeta vate. Gli interventi, difatti, si ricollegano non banalmente alle visioni della critica statunitense e britannica di Pasolini, mentre alle controparti italiane (quelle ovviamente staccate da specifiche politiche accademiche) viene spesso lasciato il ruolo di collante generale. 


Poesia

Ferruccio Brugnaro, Le follie non sono più follie, Seam 2014, pp. 67 €    10,00 
La presente silloge poetica con prefazione di Igor Costanzo, si presenta densa di un lirismo espressivo notevole. Il poeta-operaio Brugnaro, memore della sua lunga militanza, fin da quando, nel 1965, distribuiva i suoi ciclostilati nelle fabbriche, nelle scuole ed in altri ambienti, sintetizza nel libro l’iter del difficile adattamento psicologico e culturale dei contadini trasformati in operai, della loro crescente disperazione giunta ai giorni nostri al parossismo di una cosalizzazione esasperata con terribili attentati rivolti alla loro medesima vita. L’uomo, disancorato dalla sua umanità, è ridotto ad un inerte strumento cosale, in possesso solo di una sensualità percettiva che lo possa far interagire con la realtà: è ormai in balia di rettili glaciali (che) addentano “mostruosamente” le carni “(che) masticano senza pietà” (p. 1l). Sono i perseguitori di sempre più alti profitti e soliti rivolgere “infiniti disprezzi, umiliazioni, disperazioni” (p. 13), “insulti” e “aggressioni di morte” (p. 12) agli operai martoriati che hanno avuto il coraggio di opporsi con “dolorose e laceranti lotte” dentro uno sfruttamento bestiale insaziabile “ai piedi di montagne/di profitti banche cattedrali/che stanno seppellendo/ogni sguardo, ogni sorriso” (I miei compagni sulle torri, p. 12). Autentico poeta, il Brugnaro, non può tacere i gridi che salgono dalla sua anima, umiliata e stravolta, e i suoi versi esuberanti e sinceri denunciano, insieme ai raggiri e agli irrazionalismi di un apparato tecnologico senza ossigeno ormai, il crollo illuministico della promozione dell’uguaglianza, della libertà e della fratellanza in ogni uomo e la medesima ragione della salvaguardia dei valori umani contro tutte le tirannidi passate e future, contro tutte le guerre, l’odio e quel senso della morte che aleggia su ogni palpito della vita: “La morte in questi giorni/non ha limiti. /La fabbrica ingoia la vita/ nella più totale indifferenza. /Morte e solo morte” (Questo carico di morte, p. 31).
Oggi che le condizioni degli operai sono peggiorate a causa dell’insensato agire dei politici in combutta con le strutture monopolistiche dell’apparato neocapitalista per via del gravoso furto dei diritti contributivi e previdenziali spettanti ad ogni operaio, dell’abolizione dell’articolo 18 senza la previsione del reintegro automatico nel caso di un valutato licenziamento illegittimo, senza contare inoltre l’utilizzo spesso illegittimo dei voucher, del peggioramento della sua precarietà operativa ed esistenziale, anche non volendo, ogni coscienza dell’oggi sarebbe spinta alla più veemente protesta e denuncia contro siffatti espropriatori della dignità e della umanità e del diritto alla vita di ogni uomo, contro siffatti sfruttatori ed arrivisti di un apparato rivelatosi delittuoso come nel caso dell’Ilva di Taranto, gli operai bruciati alla Thissenkrupp e le due vittime asfissiate di Porto Marghera (p. 31). Con i suoi versi così frementi e pure lucidi, il poeta Brugnaro non può non esprimere tutta la propria indignazione e lo strazio della propria anima, riconoscendo che quel potere burocratico-dirigenziale non ha più alcun fine umanistico, ma l’insana direttiva di una abnorme cosalizzazione e di un feroce sfruttamento dell’uomo. Così i suoi versi, intensi di sinceri impulsi affettivi, protesi ad accarezzare il sogno di una migliorata condizione della spiritualità ed esistenzialità di ogni uomo, si dibattono nel contempo fra amare riflessioni e tristezze, che accrescono il caos e la scissione della nostra anima per la spasmodica incertezza e nullificazione del nostro destino, e la speranza, caldeggiata dalla sua anima, frustrata da mille soprusi ed insulti, di una liberazione dai “corvi della sventura” e disonesti propagatori dell’odio: “Il mio grido è una ferita angosciosa/una grande ferita. /Il mio grido è un acido/forte, deciso/entro una quiete millenaria di frustrazioni/ una quiete piena di delitti/Non chiedetemi, non chiedetemi/di soffocarlo” (Non si può spegnere, p. 39). Così la sua anima di poeta mette a nudo gli slanci più intimi e pressanti del suo amore verso gli altri, la vita e la bellezza della natura nel sogno di una rigenerante catarsi dei soprusi e torti subiti, utilizzando il ritmo martellante delle parole iterate. Infatti, il modulo iterativo viene utilizzato per sostenere il tono e la struttura di tutti i componimenti, sostituendo i connettivi prosastici, con una fitta rete dei rimandi iterativi, interni ai versi, con le anadiplosi, le anàfore, le epìfore (p. 47), le epanalèssi e l’enumerazione per asindeto, al fine di poter innalzare la loro liricità espressiva. Tutto è precipitato oggi nell’imbuto avvilente dell’immoralità, dell’oscena corruzione e di una feroce imposizione truffaldina, afferma il poeta: “Questi signori […] vogliono difendere i loro lauti introiti. / Questa gente, credete / vive del sangue martoriato dei popoli / si nutre della dura fatica dei popoli; / predica e si ingrassa / sulla pelle degli indifesi, degli affamati» (Continuano intanto su tutta la terra, pp. 41-42); “Grande è / il vostro sporco insaziabile / egoismo / la vostra farneticante / volontà di dominio / di terrore” (Rifiuto delle privatizzazioni, pp. 48-49).

Il poeta sogna l’uscita dai labirinti della disonestà e del raggiro in nome di una speranza alimentata dalla solidarietà di un amore laico, motivato fortemente, pacifista ed estraneo a qualsiasi violenza in cerca di un riscatto del negativo e della ferocia imposti al reale, puntando sulla sensibilizzazione delle coscienze democratiche che, tramite la Poesia, dovranno sottoporre alla epistème di un’obiettiva verifica le illegittime e false definizioni univoche del Potere e dei suoi accoliti per un salutare rifiorire della democrazia e di un vero progresso civile, economico e morale. Come accade nella realtà in primavera, in cui accanto al senso della morte vi è la gemma di una vita risorgente, così nella sua anima, accanto ai segni dell’amarezza più fonda ed il senso del nulla, vi è un acceso amore verso la vita, le sue creature più indifese, la tenerezza più calda verso i suoi primi aliti trionfanti e l’intensa e fremente aspirazione a giorni inondati di sole e di amore: “Non c’è pezzo di terra / e di carne / che non bruci il suo peso / di morte / e non nasca pieno / di gemme / specchi / nastri rossi e azzurri” (La nascita della primavera, p. 14). Da qui il fermo intendimento del poeta di non desistere dal nutrire “resistenze / tenacie / gioie segrete e pazze. Dentro una storia di morte / dentro uno spazio / di morte / il mio lavoro di sole / non avrà mai fine” (Malvagio, sono malvagio e bestia, p. 33). La poesia del Brugnaro, in realtà, dà lo scacco risolutivo agli ossimori permanenti del Potere, alla sua degradante e feroce cosalizzazione dell’umano operata dalla sua univocità e dal suo ambiguo ed autoritario monologismo che non persegue più istanze di un vero progresso, sociale e umano e il fine di una sua riformulazione in senso umano, civile e democratico. Fin da ora, pertanto, essendo giunto il momento propizio in cui “il nostro sangue / deve erigere barricate alte”, il poeta alimenta la fede che possa essere rifondata una nuova condizione sociale, politica e morale dell’uomo, pervasa da una calda e appassionata umanità e da un totale senso della libertà. (Andrea Bonanno) 

Husayn Mahmoud, La poesia nelle piazze, I versi di protesta della primavera araba, Ensemble 2014, pp. 125 €    12,00
Il saggio di Husayn Mahm0ud analizza e approfondisce il ruolo della poesia all’interno degli avvenimenti che sconvolsero il mondo arabo, con un occhio sempre rivolto a quello che è il futuro della rivoluzione e dell’impegno poetico.  La poesia ha sempre svolto un ruolo di grande importanza nel mondo arabo, a partire dall’epoca preislamica, quando i poeti si sfidavano a colpi di versi nella piazza del mercato. Dopo una lunga parentesi di opprimente censura, la “primavera araba” ha riportato con forza la poesia politica e rivoluzionaria nei luoghi di inconro della città. 

Sono radice, Poesia dal mondo, Prefazione di Chiara Zamboni, Bonaccorso 2014, pp. 202 €    13,00
Il libro nasce, e questo è già il secondo volume, dagli incontri che vengono tenuti in Casa di Ramia, un centro d’incontro tra donne italiane e migranti del Comune di Verona. Le autrici e un autore, vengono da varie parti d’Italia ma anche da Paesi lontani. Germania, Marocco, Serbia, Istria, Messico e Spagna e si sono cimentate in un laboratorio di poesia dove si scambiano testi, si leggono poesie. Questo libro ci dà anche occasione di capire come si presenta il nostro tempo che è di disincanto, incertezza, povertà, melancolia; il tutto sorretto da una fede laica che ci permette di camminare dritti e con dignità. I testi sono di: M.L. Alga, S. Cernecca, M.G. Chinato, M.J. Gil Mendoza, I.V. Hartung, C. Iglesias Galván, E.L. Jankowski, Ž. Miloradović, N. Rezki, M. Ribaudo, M. Spada. 

Annalena Aranguren, Poesie nell’ordine giusto, Manni 2014, pp. 99 €    12.00 
«Il desiderio di ordine/è il solo ordine del mondo»: l’esergo della raccolta, propaggine del titolo, domanda al lettore competenza interpretativa, esige partecipazione, immette verso l’oggetto poetico dei versi di Aranguren. L’ordine è quello di una vita ridotta in frantumi dall’assenza di qualcuno o di qualcosa. Una necessità, un bisogno – un desiderio, appunto – che, scandito dallo sterile scorrere del tempo, gareggia con la quotidianità, con il silenzioso sgomento di un’esistenza manchevole, ora col triste ricordo, ora con la consapevole coscienza dell’avvenire. L’attesa e il silenzio – spesso negativi – sono le cifre tangibili di una poesia delicata e musicale, concisa e però riflessiva che Aranguren adopera per illustrare la propria tensione interiore, di gioia (poca) e di dolore. 

Antonio Rossi, Brevis altera, Book Editore 2015, pp. 71       14,00
Brevis altera: breve alterata. Dal nome di una nota musicale utilizzata nella musica rinascimentale, prende vita l’opera poetica di Rossi: appunto, breve e alterata. Alterata perché, nell’idea dell’autore, una qualsiasi realtà diviene una parola, si fa poesia; e, come la nota in questione, trasformandosi, non è più puntuale, non è più quella realtà ma prende le sembianze di qualcos’altro. Insomma, è evidente il pensiero di Rossi: non dire (scrivere) quello che si vede; piuttosto, interrogare la realtà, farla mutare e, soltanto dopo, farne poesia.  La raccolta è suddivisa in sei parti; le poesie, ribadendo il legame con la musica, sono accostate per affinità tematica o, come dice l’autore, di «tono». Spesso è la realtà quotidiana, intrisa di violenza, odio ed incertezza, a calcare la scena come protagonista dei versi. 

Fedor I. Tjutčev, Ultimo amore. Poesie in vita e in morte di Elena A. Denis’eva, Quaderni di Erba d’Arno 2015, pp. 35              7.00      
Ventisei brillanti liriche d’amore abbracciano diciotto, tormentati anni della vita di Fedor I. Tjutčev (1803- 1873), poeta russo proto-simbolista sconosciuto in larga parte al pubblico occidentale. Impreziosita da tenui ed evidenti cifre romantiche (la natura sempre presente), Ultimo amore è l’eco poetica dell’adultera relazione tra l’artista ormai maturo e la giovane Elena (allora ventiquattrenne). Quasi dialoghi sono in absentia (spesso il poeta interloquisce con la propria anima, il proprio cuore, a volte con Dio). La sapiente eleganza stilistica rende la raccolta una delle più belle e toccanti testimonianze amorose nella storia della poesia russa.

Enrica Salvaneschi e Silvio Endrighi, Libro Linteo, Titolo V. Mai Sempre, Book Editore 2015, pp. 115       15,00
Il libro che inteso come una sequenza di testi, dedicati ognuno ad un problema; versi e prosa si confrontano in base alle esigenze dell’argomento. Il narrato e il narrante della storia è Lino, oggetto e soggetto dell’intera pianta tessile dei Libri Lintei che valsero nel mondo latino quali antichi depositari di sapienza allo stesso tempo politica e sacrale. Le voci degli autori si intrecciano senza distinzioni, quasi in una reciproca emulazione che non lascia spazio ad alcuna differenza legata al genere. 

A cura di Paul Vangelisti, Love poems, Postmedia books 2014, pp. 18 €      9,90
Piccolo volume di poesie e foto artistiche di vari autori di diverse parti del mondo, tradotti in italiano da Milli Graffi. 


Riviste

Anterem, n. 92giugno 2016 €    20,00
La natura del lavoro poetico 

Interventi di: Massimo Cacciari: L’estrema misura del possibile; Enrico Giannetto: La Natura della Poesia, ovvero la Poesia della Natura; Alberto Folin: Intorno alla natura della Poesia; Louis-René des Forèts: Di fronte all’immemorabile; Franco Rella: Pensare poeticamente; Remo Bodei: La patria sconosciuta della poesia; Romano Gasparotti: Che cosa fa la poesia?; Carla Locatelli: La poesia come ascolto; Giovanni Duminuco: La ferita distorta dell’agire. 

il verri, n. 60 febbraio 2016            Abbonamento anuo € 31,00

In questo numero “Comico e poesia” articoli di: Corrado Costa

“Recuperare il comico”: una lettera; Gian Luca Picconi: Gli affetti del comico: poesia comica, campo letterario, tonalità affettive; Alessandro Giammei: Nonsense-verse Made in Italy; Gilda Policastro: Comicità del quotidiano nelle scritture di ricerca contemporanee: una prima ricognizione tra Italia e Francia; Marco Berisso: Edoardo Sanguineti, “Enueg per Cenne”; Erminio Risso: Giuliani e Sanguineti novissimi. Comico, ironia e straniamento: metodo e follia, un passo oltre l’espressionismo; Vincenzo Guarracino: M’affumico d’incenso: paradigmi e immagini della comicità nella poesia italiana contemporanea; Bernardo De Luca: Tra soggetto e speaker. Modi della satira in Magrelli e Frasca. 

L’area di Broca, n. 100-101 €      8.00

Mediterraneo

Per tutto quel giorno il mare si era allisciato ancora alla grande
calmaria di scirocco che durava senza mutamento alcuno sino dalla partenza da Napoli: levante, ponente e levante, ieri, oggi, domani e quello sventolio fiacco fiacco dell’onda grigia, d’argento o di ferro, ripetuta a perdita d’occhio. 

Stefano D’Arrigo, da Horcynus Orca

Il Mediterraneo si sta trasformando in un cimitero, il più vasto della regione. Un cimitero che non cessa di inghiottire nuovi “dannati della terra’” e di arricchire i mercanti di morte.

Tahar Ben Jellouñ

Residuo di un antichissimo oceano dall’area complessiva di quasi tre milioni di chilometri quadrati, con la profondità media di circa millecinquecento metri, mare che ha visto nascere le più antiche civiltà, da quella minoica alla cartaginese, da quella greca all’islamica, dall’ottomana alla romana, il Mediterraneo è un mare tra le terre, è mare nostrum, luogo che unisce geologia a storia, zoologia a umana società, scienza a filosofia e letteratura.

Aver deciso di dedicargli un fascicolo della rivista, specie in questo periodo così drammatico e relativamente “inusuale” per l’immane problema dell’immigrazione è risultato assai impegnativo, soprattutto sotto il profilo sociale ed etico.

Intanto, i testi che qui leggerete hanno i più vari aspetti, le carat-teristiche più disparate, il comune denominatore essendo il mare, questo mare, appunto: il Mediterraneo, e quanto ad esso è legato, di cui è composto, che esso comporta. (Mariella Bettarini)

Segno, n. 374-375 2016 €    10,00

S. Ferlita: Il Cuore senza cuore di De Amicis

Specchio dell’Italia post-risorgimentale, il capolavoro di De Amicis è il risultato di un incrocio di generi, quasi un palinsesto letterario. Nell’ultimo squarcio del secolo, Cuore cambia pelle alla stregua di un’opera serpentesca. Il Novecento svela l’altra faccia del libro, il sembiante oscuro che fisiognomicamente ha i tratti di Franti, la pecora nera dell’opera, l’outsider il cui riso satanico si trasforma in correttivo ideologico, in straniante contraltare della mielosa retorica patriottica. Grazie alle letture eterodosse di Eco, Arbasino, Manganelli, Pontiggia e altri si scopre che in realtà Franti non è che De Amicis. 

Teatri delle diversità, n. 64/65-dicembre 2013 €    12,00

A cura di W. Valeri, Dario Fo e Franca Rame nelle classi di lingua e cultura in Nord America.  

Le opere teatrali del premio Nobel Dario Fo sono – per il loro carattere comico-populare, le più frequenti in scena in tutto il mondo. Con sempre maggiore frequenza, i loro testi sono compresi nei corsi curriculari delle università del Nord America come mezzo efficace per l’insegnamento della lingua e della cultura italiana. Infatti, nelle sue lezioni di Lingue e letterature, Dipartimento dell’Università di Harvard, negli ultimi sei anni per il 40° corso di italiano l’autore ha scelto di utilizzare molti dei giochi o monologhi di Dario Fo e Franca Rame per l’insegnamento di lingua italiana avanzata. Gli studenti mostrano grande apprezzamento per questo tipo di lavoro anche per la capacità della satira di promuove apertamente una lettura critica degli eventi e dei costumi della società. Inoltre, l’umorismo dei testi offre un contesto pedagogico in cui riflettere sulla commedia umana, sulla società contempranea italiana. 

Fermenti, n. 244-2016 €    26,00

Questo ricchissimo numero (411 pagine), dopo un articolato saggio sulla poesia di Flavio Ermini, presenta saggi di M. Carlino, M. Pieri, F. Medaglia e G. Panella, poesie di Ariodante Marianni, Liliana Ugolini, Bruno Conte, Eleonora Bellini e Maria Pia Argentieri. Presenta anche, oltre a traduzioni di poeti greci, una lunga intervista di Emanuela La Rosa a Maurizio Spatola, fratello di Adriano che permette di tracciare un ampio e completo profilo del poeta spesso non compreso dai suoi contemporanei nel momento giusto e in relazione alle scelte fatte. Maurizio Spatola ricorda a tale proposito anche un saggio di Giulia Niccolai pubblicato su «Il Verri» nel 1991.
 

Incroci, n. 33 gennaio/giugno 2016 €    10,00

Alteritalia

All’insegna dell’alterità, questo numero mette in relazione diverse lingue, diverse linguaggi, diverse mentalità e ce n’è bisogno proprio oggi, in questo nostro tempo dove la relazione con la diversità è diventata asperrimo terreno di scontro, di violenza cieca, di esaltazione fondamentalista, di aberrante affermazione del pensiero unico. Alcuni interventi: Così lontana così viCina dove Curtis Dean Smith, Barbara Carle e Teo de Palma, un sinologo, una poetessa e un artista hanno messo in scena un modulo espressivo che ci avvicina alla/dalla Cina in spirito di reciprocità; Idilli di Milano poesie di Andrea Genovese; Dentro la 0 del mio manicomioarca, una silloge di Anna Maria Farabbi; La rivoluzione passiva dell’Isis in Siria un saggio di Marisa Della Gatta e poi molto altro ancora e recensioni.

 

Incontro con il padre 

Ti ho visto, padre, al bivio
tra Ponte Calcaiola e la statale
che da Pistoia sale all’Appennino,
ti ho visto in piedi e stanco
attendere un passaggio per il monte.

La fredda siccità non ti sconforta
ora che sai come secca è la terra
dentro le ossa e i tuoi occhi grigi.

Non t’aspettavo, padre, così tardi
indugiare al mondo in un mattino
che il contadino bestemmia il cielo
arido e sereno gioia del gitante.

Che fai in giro per queste contrade
estranee al bianco delle tue campagne?

Non chiedi certo canti tu
che mai hai cantato sugli ulivi
e ti parevano giulivi i potatori
maestri della loro arte antica
né mai hai giocato col pallone
nei cortili e le piazze del paese
dove non potesti essere ragazzo.

Non chiedi certo canti tu
che le tue guerre le hai perse tutte
nella storia e nel tempo hai letto
nei libri che leggevo la riscossa
sul re e sulla zappa avaro fato.

Ma ora è ancora il tempo dei padri
che tramano rivincite sui figli.

Aspetti solo intabarrato all’angolo
del tuo tempo il mio passaggio,
severo nel viso smunto. Aspetti.

La mia non è più corsa è un viaggio
attraverso gli accidenti della storia:
forse volevi il giro più veloce
del tuo figlio gambe lunghe, un salto
oltre gli intoppi dell’Africa corsara;
ma il fiato non mi basta nella corsa
e le gambe si fanno più pesanti:
col passo cadenzato della storia
il mio tempo inesorabile s’affloscia
sul tuo collo e lo stomaco ulcerato.

Posso però prenderti in braccio
o sedermi sulle tue gambe all’ombra
del cappotto grezzo e affumato
nel circolo democristiano dove
si gioca a carte l’ultima partenza;
posso ancora portarti sulle spalle
al fresco del carrubo alla vendemmia
o correre a chiamarti per un sibilo
di biscia che al tramonto ghiaccia sul pozzo.

Ancora possiamo andare nel buio
uniti e caldi nel nostro pastrano
al fuoco di bivacco di tuo padre
che misura il coraggio del bambino
o su un carro dondolarci al sole.

Non ti lascio, padre, nel freddo mattino,
non ti rubo la storia né la morte
né il ricordo che dà vela a nuove rotte:
non ti lascio, padre, bambino severo.
Allunga, allunga il passo nel mattino.                                     

                                       Giovanni Commare 

(da: Il Grandevetro, n. 226 autunno 2015)

 

Sono le 10 del 29 luglio 2016, è un sabato, e Mario legge il Tirreno seduto su un tronco di pino che il mare ha portato fin lì, alla spiaggia libera di Punta Ala, esattamente appena sul lato sinistro di Casetta Civinini. Fa caldo ma la brezza aiuta a sopportarlo. Altre cose invece non sono assolutamente sopportabili, non c’è niente da fare.  Mario, che ha fatto per 43 anni il commesso alla sede centrale di uno dei più importanti istituti di credito del paese, sempre il commesso, senza far carriera come è successo ad altri, che sono diventati dal nulla anche direttori generali, sta trascorrendo con moglie al seguito, il secondo dei quattro fine settimana che si può permettere quest’estate, dall’affittacamere di Via Fiume a Follonica. Lo storico giramento di coglioni, che ormai da anni lo pervade, è appena mitigato da quello che sta leggendo: nella notte la Bce ha approvato il piano di salvataggio della sua banca. A suo tempo Mario ha investito 40000 euro della sua liquidazione in azioni, appunto della sua banca, usufruendo della favorevole opportunità offerta dal presidente allora in carica. Mario non ci spera ormai più di recuperare qualcosa dal crollo fatale del valore delle azioni in corso ormai da tre anni ma ogni tanto qualche illusione l’ha avuta. Non l’aiuta sapere che sono in tanti nella sua situazione: altri pensionati e altri dipendenti che si sono impegnati per 35, 40000 euro e ora si trovano con qualche euro, come lui. 

Ora gli dicono che è la volta buona, lui non si illude, avverte solo la leggera mitigazione del giramento di coglioni. E quasi gli dispiace perché non sopporta più di sopportare e di non riuscire a finalizzare la sua rabbia in qualche gesto clamoroso ma esemplare.A 500 metri in linea d’aria, a fianco della strada che conduce al porto, oltre la pineta, appena all’inizio della collina brulla che sale ripida, corre il sentiero del percorso trekking delle Colline Metallifere, che parte da Massa Marittima e passando per le Bandite di Scarlino si infila tra i campi verdi di ortaggi e grano del Pian d’Alma fino ad arrivare a Punta Ala, per poi risalire curva dopo curva verso Tirli. Proprio a quell’ora e per l’appunto in quel punto due cavalieri percorrono piano piano il sentiero assolato, prima di rinfilarsi nel fitto del bosco. Proprio lì si fermano, tenendo i cavalli, si scambiano la borraccia e bevono guardando l’arco perfetto del golfo che si vede benissimo da quel punto. Giovanni, il più basso dei due, scuro di pelle, i capelli ormai tutti bianchi ma ancora folti, sente tutto il sollievo di essere lì, un fine settimana in quel percorso clamorosamente bello eppure sconosciuto a tutti, mentre la gente si affanna a trovare posto nei parcheggi lungo la strada e poi tra gli ombrelloni della spiaggia, che sta riempiendosi a vista d’occhio. Soprattutto finalmente sono cambiati i luoghi delle sue cavalcate: cavalcare lentamente nel silenzio della Montagnola senese è bello sì, ma farlo ininterrottamente da quattro anni, tutte le mattine verrebbe a noia a chiunque. Lo fa da quando ha dato le dimissioni irrevocabili da presidente di uno dei più importanti istituti bancari del paese, travolto dalla vicenda clamorosa dei conti truccati nel bilancio, della così detta ristrutturazione di titoli derivati in rapporto con banche internazionali, di prodotti finanziari rischiosi. 

Per una coincidenza singolare è la stessa banca di Mario e addirittura se Giovanni e Mario si incontrassero, magari a mezza strada nella pineta,  verrebbe spontaneo a tutti e due salutarsi, come hanno fatto ogni mattina per anni, Mario, in divisa, con quel leggero inchino che gli scattava sempre in automatico, come segno di deferenza,  e Giovanni, a far cenno di no, con la mano alzata e la faccia sempre sorridente, non si fanno più queste cose, poi con lui così democratico. O forse farebbero finta di non conoscersi.  E nello stesso momento, a 700 metri in linea d’aria dall’ombrellone di Mario, nello specchio di mare antistante, scivola piano uno stupendo yacht: se Mario si mettesse a scrutare l’orizzonte con il suo binocolo acquistato dai russi, leggerebbe sulla fiancata dipinta di nero satinato il nome, Outrage, in bei caratteri rosso vivo.  È uno schooner  tutto in legno, appena restaurato e ritornato alla sua originaria armonia costruttiva, come se uscisse ora per la prima volta dai cantieri del Maine. E invece di anni ne compie 85.Corrado è orgoglioso di ritrovarselo tra le mani per un mese intero. Oggi è il suo primo giorno di ferie. Chi lo avrebbe mai detto qualche anno fa che lui, commercialista alle prime armi di Campi Bisenzio, si sarebbe trovato ad averlo a disposizione. Il gioiellino non è suo ma della immobiliare Tuscan Coast srl, affitti di case di lusso sulla costa abbinate alla disponibilità di barche d’epoca per i clienti più affezionati. Tra leasing, partecipazioni a finanziarie ed immobiliari e tanto altro che è meglio non raccontare, formalmente lui è quasi nullatenente ma con una buona disponibilità di belle case, auto, barche. Stare nel giro giusto, avere ottime aderenze nelle banche, averci saputo fare davvero senza mai mettersi in evidenza, senza frequentare il bel mondo, sempre al lavoro nel suo ufficio modesto e sempre disponibile per i suoi clienti e ora anche per i suoi soci, anche la domenica se occorre. 

Quel gioiellino, passato da tante mani, proviene  da una agenzia di brokeraggio navale,  fallita quasi subito ma che aveva fatto in tempo ad ottenere, per l’acquisto di Outrage un sostanzioso prestito da una tra le più importanti aziende di credito del paese. La barca su cui ora se ne sta lui,  da poco passata alla Tuscan Coast, è davvero il frutto di un credito deteriorato, di un pezzetto di quel monte di 20 miliardi che in minima parte tornerà nelle casse della banca. E sicuramente non ci tornerà Outrage. La giornata è trascorsa per tutti tranquilla e ora ognuno dal suo punto di osservazione si gode il tramonto. Godersi il tramonto in silenzio fa scattare immancabilmente qualche riflessione personale, da tenere strettamente per sé.  Corrado se ne sta sulla terrazza dello Yacht Club Punta Ala, si è portato con sé una bottiglia dello champagne Basetta per brindare: sulla barca ce n’ha una cassa presa all’enoteca Marcucci di Pietrasanta, importatore esclusivo per l’Italia. Guarda il tramonto e pensa alla gran botta di culo che gli è toccata: la barca, le sue amiche Irma e Dali che stanno per arrivare e che domattina salperanno con lui per qualche approdo nelle isole dell’arcipelago e poi verso Panarea, fino a dopo ferragosto. E anche al credito deteriorato che ha permesso tutto questo. E sorride pensando a tutti quelli che in questi giorni si sbracciano, veramente patetici, a chiedere di conoscere i primi cento nomi dei beneficiari dei crediti facili della banca. Non glieli daranno perché c’è il segreto bancario ma semmai glieli dessero lui non ci sarebbe in quell’elenco.  

Giovanni se ne sta nell’oliveta verdissimo prato all’inglese e piscina sottostante del Resort Le sanglier hereux, nome scelto dalla moglie francese del proprietario. Ma come si fa a chiamare Cinghiale felice quel posto? Che comunque ha una posizione assolutamente perfetta per ammirare l’arco del golfo e il sole che tramonta di lato. Accanto a lui c’è Federico, quello della cavalcata di oggi e di domani. Un amico vero, rimasto tale, conosciuto ai tempi in cui tutti lo adoravano e lo adulavano e lo cercavano in ogni momento, tutti,  sindaci e assessori, imprenditori piccoli e medi, presidenti di cooperative a chiedere finanziamenti, contributi a fondo perduto per le attività culturali, per i progetti turistici ecc. ecc. Inviti a pranzo e a cena, a mangiare ovunque tortelli di tutte le forme e dimensioni (che è poi la sola cosa che i maremmani sanno fare davvero bene),  grandi sorrisi e confidenze, complicità ostentata, ammirazione per il suo grande fascino. Poi d’un tratto niente, anzi semmai dichiarazioni offensive e minacciose, voltafaccia clamorosi, l’isolamento più totale. Questi tre giorni sono un attimo di tregua, anche se a novembre riprende il processo. È assolutamente certo che nessuno creda a quello che ha dichiarato due giorni prima il suo avvocato,  capo del team di legali che lo difenderà e anche grande amico: il suo assistito è stato colpito duramente ma è molto forte perché sa di essere perfettamente innocente. Semmai questo tramonto, questa tregua gli ha fatto tornare forte la convinzione che comunque le persone come lui se la cavano sempre, nel troppo bene e nell’immenso male attuale. Alla fine si esce puliti da tutto e si ricomincia, incarnando una nuova figura professionale intatta, che tra dieci anni sarà un merito aver un passato come il suo. Perché insomma basta arrivare alla prescrizione e si riparte. 

Mario se ne è stato tutto il giorno alla spiaggia libera, i giorni di mare contati vanno vissuti intensamente, ed è lì ancora a godersi il tramonto, addentando l’ultimo panino, veramente gommoso, estratto dalla borsa frigo. Pensa che se oramai è senso comune, lo ha letto stamani sul Tirreno, che la banca sia stata governata, in tutti questi anni, da una banda di delinquenti, lui e gli altri che hanno perso tanto o anche tutto e che non hanno il coraggio di dirselo quando si incontrano per strada o al bar, per quel senso di pudore che ancora conservano ma che non serve più a niente, dovrebbero decidersi ad incontrarsi, a parlare e soprattutto a fare qualcosa di veramente clamoroso ma esemplare. 

Ma assieme. 

OGNI RIFERIMENTO A FATTI E PERSONE È PURAMENTE CASUALE.