Critica

Walter Pedullà, Il pallone di stoffa, Memorie di un nonagenario, Rizzoli 2020, pp. 541 €     22,00

L’autoritratto che Pedullà fa in questo suo intensissimo volume, è epocale da molti punti di vista. Un ragazzo dalla proverbiale determinazione diventa allievo e poi assistente di Giacomo Debenedetti; diventa amico, di tutti i più grandi intellettuali italiani, da Malerba a Sciascia, da Bonaviri a D’Arrigo, da Pagliarani a Volponi a Borsellino. E poi come critico letterario per anni per “L’Avanti” passa dall’Università La Sapienza a Viale Mazzin presidente della Rai e infine alla presidenza del Teatro di Roma. Del resto, lo dice anche lui, il suo è mestiere di stroncatore, e allora descrive Berlusconi come un barzellettiere furbetto e mentitore, Veltroni che passa sopra a Vittorio Gassman per la nomina di Martone alla direzione del Teatro di Roma, Cesare Garboli legato a interessi poco letterari e su Craxi sorvola.

Walter Siti, Contro l’impegno, Riflessioni sul bene in letteratura, Rizzoli 2021, pp. 265 €     14,00

In questo saggio Siti raccoglie una serie di interventi già pubblicati sulla rivista cartacea «L’età del ferro» di cui era direttore con Alfonso Berardinelli e Giorgio Manacorda.Gli interventi sono incentrati sulla critica del politicamente corretto e del “neo-impegno” che si è affermato all’inizio degli anni Duemila e si è concentrato su una serie di temi come i migranti, l’orgoglio femminista, l’Olocausto, i bambini in guerra, disinteressandosi spesso della cura formale del testo. Analizza alcuni autori e testi contemporanei di successo per difendere la letteratura dal rischio di abdicare a ciò che la rende più preziosa: il dubbio, l’ambivalenza, la contraddizione.

Da Roberto Saviano a Michela Murgia, da Gianrico Carofiglio a Valèrie Perrin, passando per Giuseppe Catozzella, Alessandro D’Avenia e Roberto Vecchioni, sono molti gli autori di successo i cui testi vengono passati al setaccio da Walter Siti che ne rileva tutti i limiti letterari e tutti gli intenti extraletterari. Non senza il sospetto che l’impegno “positivo” sia soltanto la faccia politicamente in luce di una mutazione profonda e ignota, in cui tecnologia e mercato imporranno alla letteratura nuovi parametri.

Giampaolo Borghello, Come nasce un bestseller, Gli editori, il mercato, le strategie, il successo di Piero Chiara, Forum 2016, pp. 183
                         16,00

Come nasce un best seller? Quali sono gli ingranaggi che stanno alla base di un successo letterario? Perché un libro incontra il favore del pubblico? Queste le domande alle quali Giampaolo Borghello ha cercato di rispondere nel suo nuovo volume, effettuando una ricerca a tutto tondo nel campo della letteratura di consumo, partendo dalle basi teoriche, per giungere infine all’esame di un vero e proprio “caso editoriale”.

Il testo è suddiviso in tre sezioni fondamentali le quali guidano il lettore nella ricerca dei fattori utili alla comprensione della nascita di un best seller. Il primo capitolo è tutto concentrato sull’aspetto terminologico che ruota intorno al concetto di letteratura di massa, letteratura di consumo, Trivialliteratur e paraletteratura. [] Il secondo capitolo fa luce sulla situazione italiana della seconda metà del Novecento, riflettendo sulla polemica sorta dalla pubbli-cazione, nel 1979, del saggio Il mercante delle lettere di Gian Carlo Ferretti, una storia dell’editoria italiana dagli anni Cinquanta alla fine degli anni Settanta che porta l’autore all’idea conclusiva del mercato editoriale italiano visto come un meccanismo totalizzante. [] Nel terzo capitolo Borghello si dedica ad un caso concreto, esaminando la produzione e la fortuna di Piero Chiara, visto come uno dei più proficui autori italiani di best seller.   (da: Fara Autiero in Critica letteraria n. 174)

Gianpaolo Borghello, Sequenze, Percorsi, problemi e scorci di storia della letteratura italiana, Marsilio 2019, pp. 265  € 26,00
L’autore compie un viaggio attraverso la poetica e le opere dei suoi autori più amati per ritrovare le proprie radici. Con approfondimenti, scoperte e riscoperte si compie questo viaggio letterario e critico che passa attraverso Boccaccio fino ad arrivare ad autori più moderni e includendo anche i luoghi letterari legati agli autori e alle opere. (c.b.)

Eleazar Moiseevic Meletinskij, Il romanzo medievale, Genesi e forme classiche, Eum 2018, pp. 426 € 25,00
La centralità del romanzo nella storia delle forme narrative non può essere messa in dubbio, ma Meletinskij in questo volume mostra anche come la vera culla del romanzo sia il Medioevo e non, come spesso si ritiene, l’età della borghesia e delle rivoluzioni. Inoltre la grande apertura comparativa fornita dalla poetica storica permette di rintracciare e ripercorrere le linee di forza letterarie e culturali del romanzo dall’Europa all’Oriente, Vicino, Medio ed Estremo. Il lettore si troverà dunque condotto attraverso una potente sintesi dei tratti comuni di questa forma narrativa universale, intrecciata a rigorose analisi dei più importanti testi del romanzo medievale internazionale.

Franco Rella, Immagini e testimonianze dall’esilio, Jaca Book 2019, pp. 218 € 20,00
L’autore, attraverso l’analisi di alcuni passaggi letterari di autori moderni quali Kafka, Conrad, Adorno, definisce l’esilio “la figura di uno stato esistenziale o mentale”. Non siamo quindi solo testimoni della tragedia dell’esodo di milioni di persone e relativi muri per tenere lontani gli stranieri fuggiti dalla violenza delle armi, della fame e della privazione dei beni essenziali per arrivare ad una vita decente; siamo anche costretti a guardare l’esilio metafisico ed esistenziale definito dai poeti e dai narratori. Esilio inteso come solitudine dell’uomo e del suo essere straniero ovunque, anche a sé stesso. Una riflessione amara sulla scarsa conoscenza di se stessi e degli altri. (m.b.)

Mario Richter, Galleria novecentesca, Incontri da Soffici a Zanzotto, Edizioni di storia e letteratura 2017, pp. 150 € 18,00
Non si tratta di  biografie  ma di ricordi di incontri in un mondo ormai scomparso, tra baroni, cattedre  e rapporti personali a volte formali. Un insieme di personagggi di grande intelligenza e capacità oggi scomparsi, studiosi di tutto rispetto da Carlo Bo a Zanzotto, che hanno gravitato o gravitavano intorno all’università di Padova, alla Fondazione Cini di Venezia ai salotti letterari di Nini Ottolenghi Orefice.

Lucio Zinna, Lettere siciliane, Autori del Novecento dentro e fuori circuito, Mimesis 2019, pp. 121 € 10,00
Consumato esperto di cose siciliane il critico mazarese raccoglie in volume otto saggi già apparsi in riviste, atti di convegno e miscellanee dal 1997 al 2013, su autori siciliani «che hanno raggiunto sicuri vertici di eccellenza, ancorché non tutti e non sempre destinatari di pari clangore di tube, magari — in alcune circostanze — elargito e poi, in tutto o in parte o più o meno blandamente lasciato a dissolversi sulla scia di imperscrutabili volatilità di borsini letterari».

È il caso del poeta-cantastorie dialettale palermitano Ignazio Buttitta (1899-1997), di Orazio Napoli, Virgilio Titone, Santino Caramella e Castrense Civello. Ma non è il caso di Salvatore Quasimodo e di Antonio Pizzuto: l’uno, straordinariamente celebrato in vita, si dica pure oltre i suoi meriti, e costantemente presente in tutti i testi istituzionali; l’altro, titolare del caso letterario più clamoroso degli anni Cinquanta-Sessanta, caduto ingiustamente in ombra dopo la sua scomparsa (1976), ma recentemente riscoperto dalla critica, specie filologica, e dall’editoria meno corriva.
Del prosatore siciliano l’Autore passa in rassegna il carteggio con lo scrittore palermitano Salvatore Spinelli, suo intimo amico fin dall’adolescenza. L’ultimo saggio, Neoavanguardie a Palermo tra passione e ideologia, ripercorre i momenti salienti della controcultura siciliana degli anni Sessanta, in particolare le attività del Gruppo 63 palermitano o «Scuola di Palermo»  e dei giovani del Gruppo Beta (1965-1971).

Marcello Veneziani, Imperdonabili, Cento ritratti di maestri sconvenienti, Marsilio 2017, pp. 509 € 20,00
Attraverso quegli autori che Veneziani ha amato e letto e che gli hanno insegnato qualcosa, egli costruisce un percorso di cento ritratti in cui emergono aspetti noti e meno noti dei personaggi accomunati dalla “irregolarità” di pensiero che contraddissero il loro tempo creando nuovi percorsi visuali o attingendo da tradizioni più antiche”. L’autore spazia fra autori italiani e stranieri di tutte le epoche e fa riflettere sulle dominazioni dell’era contemporanea, soprattutto quelle culturali.  (Machiavelli, Schopenhauer, Michelstaedter, Heidegger, Wilde, Chatwin, Pirandello, Arendt, Kraus, Guareschi, ecc.).

Nel testo si riflette la sensibilità di un conservatore curioso, a tratti reazionario, che ama la tradizione e pratica la ribellione, in rivolta contro le dominazioni della contemporaneità. È un atlante di figure, scritture e pensieri. (c.b.) Samuele Pinna e David Riserbato,

Filastrocche e canarini, Il mondo letterario di Giacomo Biffi, Cantagalli 2018, pp. 254    € 19,90
Giacomo Biffi è stato un sacerdote poi divenuto Cardinale, nato a Milano nel 1928. È stato autore di numerose pubblicazioni a carattere teologico e catechetico. Questo testo si configura come una serie di conversazioni con prestigiosi personaggi del mondo culturale contemporaneo che si avventurano nella lettura delle passioni letterarie del Cardinale.

Le conversazioni sono con: F. Nembrini, I. Biffi, A. Ghisalberti, A. Guareschi, M. Vitale, G. Spirito, P. Gulisano, V. Possenti, G. Poretti. Postfazione di Matteo Maria Zuppi. e si parla di  Pinocchio, Dante Alighieri, Giovanni Guareschi, Gilbert Keeth Chesterton, John Ronald, Reuel Tolkien e altri. (c.b.)

Gilbert Keith Chesterton, L’età vittoriana nella letteratura, Fuorilinea 2013, pp. 224                 € 16,00
Viene riproposto questo acutissimo e debordante saggio/divagazione di Gilbert Keith Chesterton, il papà di padre Brown, (la prima edizione è del 1913) e poi poeta, giornalista, critico e autore di pamphlet, saggi e romanzi surreali, grotteschi, umoristici, talvolta geniali. E così quando decise di raccontare attraverso una serie di ritratti – da Bentham a Carlyle, da Dickens a Hardy – l’età vittoriana, di cui lui stesso era una specie di ultimo, umorale testimone, scrisse questo libro unico e prezioso.

Furono essenzialmente autori come Charles Dickens o Robert Louis Stevenson che si fecero interpreti del disagio sociale che percorreva l’Inghilterra della seconda rivoluzione industriale e che, nei loro fortunati romanzi, denunciarono, secondo Chesterton, la progressiva perdita dei valori dell’individuo, a favore di quelli ben più discutibili del profitto e del progresso. Nella sua analisi della rappresentazione dell’era vittoriana nell’opera di saggisti, polemisti, romanzieri e poeti vittoriani, Chesterton non perde la sua vena satirica e polemica. Di William Makepeace Thackeray scrive che «non sapeva come andavano le cose: era troppo vittoriano per capire l’epoca vittoriana», mentre la popolare scrittrice vittoriana Ouida (sarebbe da riscoprire) «riuscì a essere una Emily Brontë assai più pazza e meno cristiana», oppure Wilkie Collins sarebbe riconoscibile per «le sue concezioni morali e religiose tanto meccaniche quanto la struttura dei suoi romanzi». E comunque, senza Edward Bulwer Lytton «non avremmo l’età vittoriana” (e neanche il famoso incipit del romanzo di Snoopy). Mentre a Lewis Carroll dobbiamo l’invenzione della vera novità di quell’epoca: «Una cosa chiamata nonsense». L’unico davvero capace di lanciare strali letali «contro l’appagamento che stava al centro della vita vittoriana» è però Charles Dickens che denunciò la doppia morale dell’epoca e la disumanizzazione dei rapporti nella società moderna.

Alberto M. Sobrero, Il cristallo e la fiamma, Antropologia fra scienza e letteratura, Carocci 2015, pp. 278 € 26,50
Sono almeno due decenni che tutte le scienze sociali hanno cominciato a interrogarsi sul loro rapporto con la letteratura.
L’antropologia più delle altre; non fosse altro che per lo stretto rapporto, ben più che metaforico, fra viaggiare e narrare.
Il libro affronta il problema alla luce delle teorie più recenti delle scienze del riconoscimento (Gerald Edelman), per le quali narrare è il meccanismo fondamentale che ha regolato la vita dalle sue forme più semplici a quelle più complesse. In questa prospettiva vengono riletti alcuni grandi teorici (Bruner, Frye e Bachtin) e le fatiche del narrare di alcuni grandi antropologi (Malinowski, Leiris, Arguedas). (dalla quarta di copertina)

Antonio Caronia, Universi quasi paralleli, Dalla fantascienza alla guerriglia mediatica, Cut-up Edizioni 2009, pp.204 € 13,00
I testi qui compresi sono stati scritti e pubblicati la prima volta fra il 1981 e il 2005, e nessuno di essi è stato ripresentato al pubblico da quel momento. Ma perché riproporre un discorso sulla fantascienza, su un genere letterario che sembra arrivato all’esaurimento della sua spinta vitale?

Il fatto che in campo letterario la fantascienza sia tramontata non significa affatto che essa non sia più “attuale”: tanto è vero che i suoi temi, le sue strategie narrative, le sue modalità discorsive stanno migrando già in questi anni nelle produzioni della nuova industria culturale, nei nuovi generi che si preparano e già vivono nella narrativa e nel cinema, dal fantasy al noir. Il valore della fantascienza sta in due punti fondamentali. In primo luogo, essa mina la nozione più ristretta di “realtà”, mette in dubbio che la realtà possa identificarsi con l’esistente, reintroduce il “possibile” come irrinunciabile elemento costitutivo del “reale”.

In secondo luogo, la fantascienza traduce in termini molto accessibili la crisi del soggetto narrante e onnisciente su cui si basava il romanzo realistico ottocentesco. Introducendo nella narrazione il punto di vista del futuro, o del passato, o del presente alternativo, contribuisce a mettere in discussione la neutralità della narrazione, e mostra più in generale che ogni discorso viene enunciato da un luogo preciso e da un tempo determinato. E che quindi è illusorio assegnare a certi racconti e a certi saperi un valore assoluto e universale, svincolato dalle condizioni storiche e contingenti delle narrazioni e dei saperi. Ecco che cosa lega la fantascienza alla critica corrosiva, alle identità immaginarie e collettive, alla guerriglia mediatica, alla pratica della net art e del cyber punk sociale di oggi. Quando l’ “era della comunicazione” sembra aver sconfitto ogni progetto sociale alternativo, ogni comportamento sovversivo, riemerge l’esigenza di una politica radicale, capace di rovesciare il linguaggio del potere e del conformismo sociale. La diffusione dei computer e le prime forme di connessione telematica, la scoperta del web, i collegamenti wireless hanno accompagnato le trasformazioni dei processi comunicativi e delle stesse relazioni sociali. A partire dalla prima metà degli anni Ottanta, la fantascienza si è innestata nelle pratiche dei movimenti di opposizione che hanno attraversato la società a cavallo dei due secoli. Muovendosi tra letteratura e analisi politica, tra espressione artistica e partecipazione alla scena controculturale, l’Autore raccoglie una selezione degli scritti che meglio hanno saputo interpretare il nesso tra scrittura e lotte sociali, tra avanguardia artistica e innovazione tecnologica. (l.c.)

Antonio Scacco, La fantascienza, una chance per il futuro, Critica pedagogica tre, Youcanprint 2017, pp. 178 € 13,00

Il volume raccoglie un ampio materiale saggistico che ha come argomento la fantascienza.

Gli articoli e le recensioni di libri e film qui raccolti sono già stati pubblicati, con qualche variante della rivista di saggistica e narrativa di fantascienza «Future Shock».

Scacco affronta le problematiche che un mondo vasto e complesso come quello della fantascienza offre, cercando di fare una sintesi dell’importante dibattito culturale che da sempre questa tematica ha suscitato negli scrittori e negli intellettuali. Ma che fare per non naufragare in un mare così burrascoso e insidioso? La fantascienza è, a volte, oggetto di giudizi negativi: alcuni l’accusano di fomentare nel lettore una capacità di odio senza redenzione; per altri è un abbrutita stupidaggine. L’Autore non si nasconde dietro l’idea che tutto il mondo della fantascienza abbia uno spessore culturale; ci sono capolavori e opere di scarso valore. Scacco fa però sua la citazione di Umberto Eco che definisce la fantascienza come «una letteratura allegorica a sfondo educativo». La soluzione adottata nel libro è quella di volgere l’attenzione verso quelle opere di narrativa e cinematografia che valorizzano il significato umanistico della scienza. (l.c.) (Il libri di A. Sacco sono autoprodotti e vengono inviati dietro pagamento delle sole spese postali. Richiederlo a e-mail: futureshock@alice.it)


Lamberto Salvador, Giuseppe Berto scrittore politico, Un profilo complessivo, Cleup 2015, pp. 178 € 18,00

Giuseppe Berto (1912-1977) è stato uno storico e un politico meridionalista. Antifascista, aderì al Partito d’azione e poi successivamente al Partito repubblicano. Il presente studio si impegna a riesaminare e riunificare sinteticamente l’attività letteraria di Giuseppe Berto tra produzione narrativa e giornalistico-saggistica, e tra Nord e Sud Italia, in un percorso complessivamente coerente grazie anche a un approccio critico multidisciplinare.

Ne emerge un lavoro piuttosto originale e coraggioso nel voler rompere con certi ormai ingiustificati schematismi e ostracismi, dotato di un apparato di note e bibliografico di tutto riguardo, senza peraltro troppo deviare da un ambito di critica letteraria, così da configurare una specie, non irriconoscibile, di autobiografia della nostra Nazione in età contemporanea.

Antonia Arslan, Dino Buzzati, Bricoler & cronista visionario, Ares 2019, pp. 185 € 13.50

È il titolo, a sottolineare i tratti salienti dell’opera dell’artista. Giornalista al “Corriere della sera”, fu un curioso sperimentatore di varie forme artistiche dalla narrativa alla poesia, dal teatro alla pittura. Di qui l’appellativo di bricoleur. Buzzati sapeva con insuperabile maestria passare dall’ordinario allo straordinario, dalla realtà di tutti i giorni a un mondo surreale e misterioso. Nella nota introduttiva Antonia Arslan rievoca il proprio lavoro giovanile: «Tantissimi anni fa, per una collana chiamata Invito alla lettura, fra tanti autori del nostro Novecento scelsi di scrivere su Dino Buzzati. Il clima culturale era ancora così pesantemente influenzato dalle mode neorealistiche che lo stesso direttore della collana, poco amante delle atmosfere e dello stile buzzatiani, tentò di modificare il mio testo in senso molto negativo verso l’autore, direi addirittura sprezzante. Non ci riuscì. Buzzati è un grande, ed è ormai un classico. Il deserto dei Tartari continua ad affascinare i lettori ed è diventato proverbiale; le novelle dei primi libri hanno spesso una perfezione incantata, sembrano scolpite nel cristallo. E il mio piccolo libro mi pare ancora la chiave giusta per entrare nel suo mondo»

Antonio Prete, La poesia del vivente, Leopardi con noi, Bollati Boringhieri 2019, pp. 192 € 17,00

Antonio Prete, critico letterario, professore uni-
versitario, scrittore, pubblica questo libro nel bicentenario della composizione del più celebre degli idilli leopardiani, L’infinito, in cui ricapitola la lunga consuetudine con l’opera e con il pensiero di Giacomo Leopardi. «Insieme con Baudelaire Leopardi è l’autore di cui mi sono occupato di più, e con maggior continuità».

«In Leopardi  – scrive ancora Prete – dopo tanti anni di letture e riletture mi  colpisce ancora il suo essere compagno della nostra interiorità. Anche sotto questo profilo L’infinito rimane un documento irrinunciabile.

È il resoconto di uno sguardo che si muove nello spazio e nel tempo alla ricerca di una consistenza interiore. Parte dalla contemplazione dell’ermo colle e subito la riconduce al principio immaginativo della finzione da cui scaturisce una ricchissima drammaturgia interiore: l’ascolto del silenzio, il trascorrere delle stagioni, la mente che naufraga nel suo stesso pensiero. Non diversamente accade nello Zibaldone, dove lo stratificarsi di appunti relativi ai diversi saperi non impedisce e semmai favorisce il riaffiorare di ricordi, immagini, spunti di un’autobiografia eventuale».

A cura di Carlo Tirinanzi De Medici, Antonio Prete, scrittura delle passioni, Una conversazione, una bibliografia e due saggi inediti, Artemide 2018, pp. 178 € 25,00

Carlo Tirinanzi De Medici mostra in questo libro le scansioni di una poetica e di un itinerario culturale attraverso tre momenti: una conversazione, la ricostruzione della vasta bibliografia, qui presentata per la prima volta, e due saggi. Il libro è accompagnato da due scritti di Antonio Prete: il primo, Un’apertura. Lungo il cammino, è il disegno di un’autobiografia intellettuale relativa agli anni della formazione e ai rapporti successivi con alcuni amici e maestri; il secondo, Un epilogo. La lettera, il cielo. Fisica e poetica del libro, è una conferenza che Prete ha tenuto alcuni anni fa nel Castello di Copertino, sua città natale, a conclusione delle Giornate di studio a lui dedicate dall’Università del Salento che sottolinea l’importanza della lettura e della scrittura ripercorrendo le fasi storiche e sociologiche del “libro” inteso come custode della storia dell’uomo.

Il Presente e la Storia, n. 96, dicembre 2019      20,00

Volume dal titolo Nuto Revelli. Protagonista e testimone dell’Italia contemporanea a cura di Alessandra Demichelis che raccoglie gli atti del Convegno Internazionale tenutosi a Cuneo nell’ottobre 2019 organizzato dalla Fondazione Nuto Revelli in occasione dei tre anni di celebrazioni del centenario della nascita dello scrittore (che tra l’altro fu, nel 1964, uno dei fondatori dell’Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea in Provincia di Cuneo che pubblica questa rivista). Numerosi gli autori degli interventi della corposa pubblicazione, tra i quali anche giovani studiosi; tra gli altri Ezio Mauro, Giovanni Tesio, Vito Teti, Corrado Stajano, Giovanni De Luna, Marco Revelli, Alessandra Demichelis, Ada Cavazzani, Serenella Iovino.

A cura di A.M. Cavallarin e A. Scapin,
Mario Rigoni Stern, Un uomo tante storie nessun confine, Priuli & Verlucca 2018, pp. 255
                                € 16,00

Riporta gli atti del convegno a cura Dell’Istituto d’Istruzione Superiore di Asiago nel 2015. Gli Atti rappresentano anche l’occasione di offrire al pubblico tre inediti: La natura nei miei libri, dattiloscritto di Rigoni Stern risalente al 1989; la trascrizione di un’intervista allo scrittore condotta da Luca Mercalli per la Radiotelevisione svizzera; infine il testo poetico “Rap di Mariostern”.

Caterina Fantoni, Dunque Torricelli, Gian Pio Torricelli dal gruppo 63 al manicomio criminale, Artestampa 2015, pp. 174 €  23,00

Il libro si inoltra nelle due e più vite di Gian Pio Torricelli: l’uomo, l’artista, il figlio, il fratello, il malato di mente, i tanti volti di una personalità poliedrica e complessa che ha vissuto una delle stagioni più ricche ed esaltanti della nostra storia recente. Figura tragica di provocatore, personalità eccentrica e dotata di un eccezionale carisma mimetico e istrionico, Torricelli si arruola ufficialmente a 23 anni – con la pubblicazione della prima silloge poetica, Dunque cavallo – in quella schiera di artisti e intellettuali che gravitavano attorno al Gruppo 63 e, con opere e con ragioni, tentavano di delineare i percorsi dell’arte e della società di domani. Torricelli entra in contatto con Edoardo Sanguineti, Umberto Eco, Adriano Spatola, Antonio Porta, Renato Barilli, per citare solo alcuni nomi, mentre nella sua Modena era già “un personaggio”, conosciuto, ammirato e talvolta temuto, per i suoi comportamenti imprevedibili e violenti, da artisti che sarebbero diventati anch’essi nomi di grosso calibro: Claudio Parmiggiani, Carlo Cremaschi, Franco Guerzoni, Franco Vaccari, Giuliano Della Casa.

Salvatore Ritrovato, All’ombra della memoria, Studi su Paolo Volponi, Metauro 2017, pp. 150 € 14,00

Questo volume offre un breve percorso saggistico intorno alla complessa opera di Paolo Volponi (1924-1994), affrontata da diverse angolazioni tematiche (la memoria, la poesia, la visione dell’arte, il paesaggio, l’apocalisse e l’utopia), e con quel giusto equilibrio fra duttilità e rigore delle metodologie critiche che cerca di restituire al lettore il gusto stesso della lettura, e di sollecitare nuove domande sul senso che oggi ha fare letteratura.

Il taglio a volte “militante” dei saggi qui raccolti, ma rielaborati e aggiornati all’interno del disegno monografico, intende perciò rilanciare la riflessione su Volponi in un orizzonte più ampio di riferimenti culturali, a testimonianza del profondo valore umano delle sue pagine.

Enrico Terrinoni, James Joyce e la fine del romanzo, Carocci 2015, pp.171

                                                   € 18,00

Attraverso l’opera di Joyce, l’autore si interroga su quale sia il destino del romanzo, dei suoi fini iniziali e di come non li abbia più.

Per raggiungere il suo scopo ha scelto proprio l’autore che più di ogni altro, insieme a Proust, ha operato una rivoluzione delle strutture narrative, autori che hanno dimostrato la necessità di nuovi metodi del racconto basandosi sull’intuizione, sull’irrazionale come momenti rivelatori della coscienza.

Ci sono capitoli dedicati ai predecessori come Hawthome, autori coevi a Joyce e quelli che dopo di lui ne hanno raccolto l’eredità come Samuel Beckett e altri.

Il presente testo si sostanzia sul percorso di studio a cui l’autore si è dedicato negli ultimi venti anni. (c.b.)

Roberto Bertoldo, La profondità della letteratura, Saggio di estetica estesiologica, Mimesis 2016, pp. 335 € 24,00

Le due principali basi di questo libro che pone come cardine del valore letterario la profondità emotiva e intellettuale, sono l’impostura del concetto di bellezza, quindi l’infondatezza dell’estetica formale a vantaggio di quella estesiologica e i limiti della gnoseologia, dai quali deriva la necessità di attuare una sorta di teoria della comprensione. (dalla quarta di copertina)

Storia di un premio, Da «Linea d’ombra» a «Gli asini» 1992-2020, Edizioni dell’Asino 2020, pp. 141 € 10,00

Il premio (non venale) che ogni anno i collaboratori della rivista «Gli asini» destinano ad artisti e operatori italiani ha una lunga storia: è nato nel 1992 e ha cambiato nome a seconda delle riviste che nel tempo, seguendo uno stesso modello di lavoro di gruppo aperto al presente con le sue tragedie e le sue speranze, si sono chiamate «Linea d’ombra», «La Terra vista dalla Luna», «Lo straniero» e «Gli asini».

Nato con l’intento di sostenere energie nuove ha inteso riconoscere il lavoro e le idee di gruppi e di persone generosamente attivi dentro una società povera di proposte e di novità, come è quella italiana di oggi.

Anche quando ha forse ecceduto, per entusiasmo, nel richiamare l’attenzione su talenti e iniziative che non hanno mantenuto le promesse iniziali, il premio ha avuto una sua necessità e importanza, sia pure dall’interno di una marginalità coerentemente attiva, indicando ciò che di meglio la nostra società è riuscita a proporre nel corso di quasi trent’anni.

Feanco Moretti, A una certa distanza, Leggere i testi letterari nel nuovo millennio, Edizione italiana a cura di Giuseppe Episcopo, Carocci 2020, pp. 232 € 19,00

A una certa distanza è la traduzione dall’inglese di “distant reading”, l’insieme eterogeneo degli scritti di Franco Moretti: teoria e sperimentazione del suo metodo di critica letteraria.

In Italia il libro arriva tardi. Formato da 10 saggi, ognuno di essi ha prodotto nel tempo un filone di studi, con sostenitori e oppositori.

Il distant reading, è un vero e proprio “paradigma gnoseologico”.

Un modello di riferimento, di paragone, che delinea i limiti della conoscenza, le sue potenzialità, i suoi criteri.

Moretti sentiva l’esigenza di trovare un modello teorico appunto, adatto allo studio della lettaratura mondiale.

Una metodologia alternativa che rinunciasse e superasse la semplice lettura dei testi. Era sicuramente un progetto ambizioso che cercava di arginare l’ostacolo di una pratica ritenuta inaffidabile perché troppo intrisa delle dominanti ideologie occidentali e poco aperta quindi a creare un vero e proprio studio sistematico della letteratura mondiale. L’autore stesso nel descrivere il suo intento fa un parallelo con Northrop Frye, il quale diceva di un simile approccio in pittura che, se ci si allontana da un quadro, non si vedono più le singole pennellate, ma in compenso si individua una struttura d’insieme che da vicino è impossibile riconoscere.

Narrativa

Adriano Accattino

Un salto nell’alto

dalla scrittura all’evoluzione in 32 libri

Un salto nell’alto si compone di 32 libri che risultano compiuti in sé e possono leggersi autonomamente, e nello stesso tempo si collegano organicamente in un complesso unitario. Un salto nell’alto promuove l’autonomia e l’originalità del pensare e introduce a un cammino di evoluzione che porterà l’uomo chissà dove. La scrittura costituisce lo strumento fondamentale di questa determinazione. Un salto nell’alto mira a contagiare il lettore mentre di per sé offre un campione di scrittura e di evoluzione.

Piano dell’opera

Volume primo: Sullo scrivere e sulla poesia: 1. Scrittura d’autore; 2. L’uomo-lingua e la poesia; 3. Poetico e impoetico. Volume secondo: Sull’arte e sull’opera: 4. La disfatta dell’opera; 5. Una politica economica per l’arte; 6. Pensare l’impensabile e altre aporie. Volume terzo: Sulla realtà: 7. Vertigini sulla realtà; 8. La scoperta della complessità. Volume quarto: Sull’uomo: 9. Dolere e piacere; 10. Tema supremo; 11.L’evoluzione. Volume quinto: Sulle condizioni favorevoli e avverse: 12. I vantaggi della difficoltà; 13. Potere e potenza; 14. Violenza. Volume sesto: Sulla proprietà e di economia:         15. L’amoroso rapporto; 16. La proprietà
personale; 17. Raccolta differenziata. Volume settimo: Sull’imposizione: 18. Il rapporto impositivo; 19. Lo spirito estraneo. Volume ottavo: Sulla società: 20. Lo stato; 21. Socialismo e tempi nuovi; 22. Un’idea di comunità. Volume nono: Di politica e di utopia: 23. L’ordine spontaneo; 24. I fondali della prepolitica; 25. Politica e sogni. Volume decimo: Sul divino: 26. Il problema contemplare; 27. In cerca di segni divini; 28. La carne; 29. Risurrezione. Volume undicesimo: Poesie: 30. Memorie private; 31. Poesie rubate: 32. Ascensioni e precipizi (scrivere sullo scrivere).

Adriano Accattino, Potere potenza resistenza, Volume V, Tomo XIII, Mimesis 2016, pp. 120                                € 14,00

Scrive Accattino: «Se sono volato verso l’altezza della potenza era per scendere poi alla bassezza del potere; se mi sono involato per elucubrazioni astratte è stato per calare con la pesantezza del piombo a fare dei discorsi di terra. Ho fatto come certi ballerini che si esercitano con calzature pesanti per guadagnare in agilità: solo che per me si è trattato del contrario, cioè di allenarmi con lunghi salti ai passi brevi in cui tutti inciampano. Ho inseguito la larga potenza per non smarrirmi sullo stretto potere; ho preso le cose da distante, considerato che da vicino tutti si confondono. Tuttavia la posta in gioco è alta poiché il problema del potere, a mio parere, ostruisce il cammino dell’uomo. E allora, per liberarmene definitivamente rivelandolo nella sua miseria e pochezza e incredibile facilità, vedo di raccogliere alcune idee sul potere, contrapponendolo alla potenza».

Adriano Accattino, Un’idea di comunità, Volume VIII, Tomo XXII, Mimesis 2016, pp. 123
                                € 14,00

Scrive ancora Accattino «Grandi pensatori hanno ceduto all’ambizione di concepire l’ordinamento politico del futuro e in tale opera hanno profuso invano la loro energia e sapienza. L’obiettivo proposto non è mai raggiunto, soprattutto nelle questioni sociali, e, quando anche lo fosse, si rivelerebbe inadeguato rispetto a condizioni che nel frattempo sono cambiate. Non esiste comunanza tra la futura sistemazione e il cammino verso di essa: l’abbondanza a venire deve pagarsi con la penuria attuale, mentre i patimenti di oggi troveranno consolazione domani. Ancora l’umanità è vittima di rappresentazioni dilatorie! Un atteggiamento realistico bada alla combinazione dei rapporti e delle forze per l’edificazione del presente: se l’oggi è buono, lo sarà anche il domani; se è insopportabile, certamente insopportabile sarà pure l’avvenire: il sole si alza il mattino sulle terre su cui è calato la sera precedente».

Milena Agus, Terre promesse, Nottetempo 2017, pp. 201                  15,50

Ciascuno di noi ha la sua terra promessa, anzi, le sue terre promesse, perché non c’è momento della nostra vita che non guardi a quel vago avvenir che in mente aveva, come dice il poeta tutelare di questo romanzo.

Ma vale la pena di continuare a cercarle? Questa è la domanda che Milena Agus si pone, inseguendo le terre promesse di tre generazioni di una famiglia sarda, dalla madre che sogna il matrimonio della figlia con un ricco possidente, alla figlia che sogna di essere amata da un uomo sfuggente, al nipote che si trasferisce in America, già terra promessa dell’Italia povera, inseguendo la musica. Tutti procedono da una terra promessa all’altra, illusi e delusi, finché, un giorno, potrebbero forse decidere di fermarsi e concludere lì quel viaggio sfinente. In questo nuovo libro Milena Agus ci porta, scortati dal suo sguardo lucido e amoroso, dentro ai nostri sogni piú segreti, nell’illusione-delusione della vita, con delicata maestria e sortilegio. (m.i)

Luigi Ananìa e Nicola Boccianti, Storie di volti e di parole, DeriveApprodi 2016, pp. 123
    14,00

Racconti di Luigi Ananìa seguiti dalle annotazioni psicolinguistiche di Nicola Boccianti. Luigi Ananìa è un autore che scrive libri pericolosi. Che cosa si vede, se ci si sporge «dal cornicione dell’assurdo»? Più che vedere, si percepisce il vuoto che contiene tutte le storie e forse tutta la Storia.

Lo scrittore sa la presenza del non senso, fissa lo sguardo nel vuoto e prova a mettere a fuoco se non vi sia qualcosa o qualcuno che quel non senso possa rovesciare. In questo libro, nato dalla collaborazione con Nicola Boccianti, l’io narrante desidera il permanente al di là della vetrofania di impermanenze.

Don Luca Asprea, Il previtocciolo, Pellegrini 2016, pp. 383      16,99

Scrive Antonio DʼOrrico nella Prefazione al libro che questo è «un romanzo di sesso» e il sesso «è il linguaggio di tutta la natura, di tutta la realtà»; è un romanzo «pazzo di amore, ma è anche un romanzo di morte», pervaso da una «potenza di desiderio, di carne, di fuoco, di febbre, di delirio, di sogno, di paura (di Dio), di amore (terrestre)». Secondo lui «Il previtocciolo è anche un “Cristo si è fermato a Oppido”, cioè è anche un racconto di antropologia calabrese al tempo del fascismo». (m.i)

Patrick Bard, Buio, Traduzione dal francese di Claudine Turla, Edt 2017, pp. 160 € 15,00

Una ragazza di sedici anni, incinta è fuggita dai bombardamenti in Siria, paese nel quale era andata per abbandonare un mondo che ai suoi occhi appariva marcio ma che si ritrova a vivere nel terrore della guerra.

Il libro riporta le testimonianze dei personaggi principali, i loro rapporti con Maelle (Ayat) e il cambiamento di una classica adolescente viziata francese a donna religiosa e fedele ad Allah. Si chiude l’opera con la testimonianza stessa di Ayat, ormai consapevole che non esiste alcuna perfezione se non quella della quale ci illudiamo per sentirci meglio con noi stessi. (m.s.)

Laurent Binet, Civilizzazioni, La nave di Teseo 2020, pp. 364      19,00

1492: Cristoforo Colombo non scopre lʼAmerica ma viene fatto prigioniero a Cuba, e il futuro non gli promette nulla di buono.

1531: gli Inca invadono lʼEuropa.

In un romanzo di amori, conquiste, battaglie, tradimenti, tesori, Laurent Binet capovolge la storia delle scoperte: il re degli Inca Atahualpa sbarca nellʼEuropa di Carlo V, della riforma luterana e dellʼInquisizione, della nascita del capitalismo e della rivoluzione della stampa. Da Cuzco a Firenze, Atahualpa si allea con Lorenzo deʼ Medici e si mostra molto abile nel conquistare il favore dei popoli oppressi, garantendo libertà di culto, unʼequa redistribuzione delle ricchezze, un mondo con meno tasse. Il nuovo conquistatore guarda però con sospetto alle stranezze e alle contraddizioni degli europei, uomini vestiti in modo sorprendentemente misero che combattono tra loro per un uomo crocifisso e vietano la poligamia, ma non rinunciano alle amanti. Cosa sarebbe successo se fossimo stati noi, gli europei, il nuovo mondo da scoprire e conquistare? Laurent Binet ci consegna unʼirresistibile epopea storica che ironizza sullʼinsensatezza delle guerre di religione, sui giochi di potere a scapito delle esigenze dei più poveri, sul perbenismo di chi si scandalizza di fronte alla nudità ma coltiva un complesso sistema di amanti. (m.i)

Bertolt Brecht, Me-ti. Libro delle svolte, L’Orma 2019, pp. 261 € 18,00

«Il nazionalismo dei grandi signori giova ai grandi signori. Il nazionalismo della povera gente giova anch’esso ai grandi signori.»

In una Cina stilizzata, scossa da dispute e rivolgimenti, il maestro Me-ti impartisce lezioni di corrosiva saggezza. Procedendo per apologhi, racconti e paradossi, questo prodigio di intelligenza morale sprona a diffidare di ogni solennità e invita a pensarsi «in terza persona», sempre all’interno dei rapporti di forza di una collettività. Brecht imbastisce così un sardonico “manuale di comportamento” mettendo in scena, e in discussione, figure centrali della tradizione politico-filosofica – da Hegel a Lenin, da Marx a Trockij – ed eventi chiave del Novecento – dalla Rivoluzione di Ottobre ai processi staliniani, passando per la presa del potere di Hitler. Una scuola di pensiero pratico per allenarsi a soppesare i germi di futuro e di liberazione contenuti in ogni gesto.
Edizione integrale, arricchita di passaggi inediti, varianti e apparati critici. Completa il volume un saggio di Cesare Cases.

Bertolt Brecht,  Barbara e altri racconti inediti, Via del Vento 2020, pp. 44       4,00

I cinque racconti brevi che vengono proposti, furono verosimilmente scritti i primi quattro tra il 1921-27, mentre l’ultimo, come stesura, risale al 1938, in pieno esilio, e pare sia stato ispirato da una conversazione del 1934 tra Bertolt Brecht e Walter Benjamin. I primi quattro secondo il breve saggio di V.R. Perrino che segue gli inediti e precede la biografia dell’autore,
sono contestualizzabili a fatti di cronaca, a tematiche e ad accenni, anche linguistici, presenti nei drammi degli esordi, quando,  dopo la morte della madre, nel 1920, Brecht si trasferisce, prima a monaco e poi a Berlino.

Uno dei più interessanti è Gaumer e Irk racconto nel quale Perrino riscontra un’atmosfera “Kafkiana” con il suo crescendo in una dimensione allucinatamente distorta, come di solito negli incubi. E chiosa: “Probabilmente, il clima angoscioso della storia e degli impedimenti quasi fisici al progresso degli intenti del protagonista, fu influenzato anche dall’amara constatazione che il mondo si stava velocemente avviando in un baratro socio-politico micidiale, nel quale l’uomo traeva piacere e utile nel commettere il male verso i propri simili.” In tutti i racconti si trova l’attenzione agli uomini del suo tempo, cosa che ha contraddistinto l’intera opera di Brecht. Anche se qui, questi uomini, a se stanti, sono prototipi di individualità più espressionistiche prossimi al marxismo, a cui il drammaturgo inizia ad avvicinarsi nel 1926. (l.b.)

Gherardo Bortolotti, Quando arrivarono gli alieni/When the Aliens arrived, Opera bilingue traduzione di Johanna Bishop, Benway Series, Tielleci Editrice 2015, pp. 128
                                                      € 15,00

L’arrivo degli alieni si inserisce in un’epoca di uscite di massa nella quale il futuro è qualcosa del quale si ha consapevolezza all’angolo di una strada, un’epoca con sogni da televisore acceso. Alieni arrivati con un’ottusa tattica di terrore, tra esplosioni di centri commerciali, bombardamenti nel mondo e rifugiati accampati ovunque.

Alieni politici che sconvolgono la società trasformandola in un automa del futuro e che diffondono verbo di secessione fino all’improvviso indebolimento delle loro tracce, a seguito del quale ciò che resta è un comune sentimento di morte. (m.s.)

Tullio Bugari, L’erba dagli zoccoli, L’altra Resistenza: racconti di una lotta contadina, Vydia 2016, pp. 219    € 15,00

Citiamo integralmente la quarta di copertina: “Undici quadri che narrano storie di un mondo rurale ormai perduto nel mito, ai confini delle identità. Vicende individuate attraverso una ricerca storica, letteraria e sociale che rischiavano di perdersi.

La stagione delle lotte contadine tra gli anni quaranta e cinquanta del Novecento, prima del grande e definitivo esodo dalle campagne, prima delle grandi migrazioni. Dai braccianti della Valle padana e della Puglia, alle lotte mezzadrili nelle regioni del centro, dalle occupazioni delle terre in tutto il meridione agli scioperi a rovescio del Friuli, dell’Abruzzo e della Calabria. Uomini e donne che nel nome della carta costituzionale sfidavano le repressioni della polizia cercando ostinatamente di riunificare il paese dal basso. Un’epopea dimenticata conservata nella memoria e finalmente riscoperta”.

Enrico Campofreda, Leggeri e pungenti, Storie, luoghi e volti di periferia, Lorusso 2017,  pp. 132 € 12,00

Il libro contiene venti racconti ambientati nella periferia romana nel periodo del dopoguerra.

Narra la vita di bambini e adolescenti nati negli anni ’50, poco dopo la fine del secondo conflitto mondiale che vivranno, in modo inconsapevole, il passaggio da una società rurale antica ad una frenetica che rincorre il benessere alimentato dal boom economico.

La periferia è popolata da migliaia di famiglie che vivono in baracche, mancano le case, ci sono grandi distese di aree incolte e degradate ed è su queste che i ragazzi si incontrano e giocano, spesso in lotta con le “ruspe” che preparano il terreno per costruire nuove case.

È il periodo della speculazione edilizia, palazzine su palazzine per accontentare la fame di case. Un dato: nel 1949 23.000 abitanti a fronte di 10.000 vani.

Sono venti racconti, la descrizione partecipata di una infanzia innocente, colma di fantasia, arricchiti, in fondo al libro, da una serie di immagini in bianco e nero del fotografo Claudio Bassi che ritraggono principalmente bambini e adolescenti in scene di vita quotidiana dell’epoca. (o.r.)

Albert Camus, Mi rivolto dunque siamo, Traduzione di Guido Lagomarsino, Elèuthera 2018, pp. 141 € 14,00

In tutta l’opera di Camus c’è un appello costante alla rivolta e al rifiuto del mondo così com’è, e i suoi testi politici libertari che vengono raccolti  in questo libro sono un breviario laico indispensabile per chi cerca le ragioni di una rivolta necessaria in un mondo tramortito dal conformismo, nemico di ogni ideologia. Scrive: «Visto che non viviamo più i tempi della rivoluzione, impariamo a vivere i tempi della rivolta».

Nella Prefazione Giacopini  scrive: «Camus dice una cosa tremenda e impegnativa: la rivolta non è un’opzione o una scelta come tante ma un dovere assoluto, imperativo. Chi no sa dire di no – alla società che lo crirconda a uno schema sociale  anchilosato, alle sirene ambigue del successo o anche a forme di protesta invecchiate di maniera – non è degno di stare al mondo; non esiste».

Alessio Camusso, Baba Kiko, Romanzo africano, Kimerik 2017, pp. 619               19,00

Dalla Prefazione della casa editrice: “L’Autore racconta la storia, in parte autobiografica, di un italiano nervoso e insoddisfatto che, a seguito di un viaggio in Kenya, deciderà di stravolgere la sua vita per incominciarne una nuova, in un paese così lontano dall’aspetto dei suoi luoghi natii ma così vicino al calore del suo cuore. Colori brillanti, suoni ammalianti, paesaggi forti, tradizioni secolari e superstizioni ancestrali incorniciano le vicende di un uomo fragile e al contempo coraggioso []. Tutti i personaggi [] contribuiranno a plasmare l’essenza del protagonista, in un percorso interiore difficile ma salvifico. Fino al colpo di scena finale, lʼAutore molto abilmente tiene alta lʼattenzione del lettore che, oltre a seguire gli avvenimenti di Baba Kiko quasi come se fosse accanto a lui, pagina dopo pagina impara terminologie e aspetti culturali locali affascinanti”. (m.i)

F. Casolo M. Freppaz, I giorni della neve, DeA Planeta  2018 pp. 187 € 16,00

In un villaggio alpino della Val d’Aosta a 1600 metri di quota, in un albergo chiuso per la stagione, alla fine d’aprile, due genitori si conoscono e facilmente  socializzano, a margine di una festa per bambini. Francesco  è uomo di città, per un periodo residente con la figlia in montagna, un paesaggio verso cui nutre un’istintiva passione; Michele, lassù, invece, ci vive da sempre e della neve ha fatto il suo lavoro. Nivologo, ha girato il mondo in ambienti affini. I due si frequentano, fanno passeggiate e attraverso di loro rivive la storia antica e recente di quelle montagne, i popoli che vi hanno vissuto e, ugualmente protagonisti, il paesaggio: il ghiacciaio e la neve, al tempo  stesso, numi tutelari e tiranni.

Entrano così in scena i Walser che, attorno al Mille, per una parentesi climatica più mite, avevano valicato dal lato svizzero alla ricerca di terre da coltivare e si erano insediati tra i 1000 e i 2000 metri di quota, prossimi al ghiacciaio. Terra dura da coltivare, avevano abbattuto alberi o li avevano bruciati, ma con misura, da montanari quali erano: conoscendo l’importanza dei boschi per contenere le valanghe. Con i massi erratici del ghiacciaio avevano costruito le abitazioni. Le bestie allocate al piano terra, al primo piano la famiglia, sottotetto il fieno. Spazi  bassi e compatti, le case: una macchina perfetta per
conservare il caldo e tener fuori il gelo. Allevatori e  agricoltori d’estate, in  letargo con gli animali d’inverno.

Ma, anche in tempi più recenti, a quote più basse, la vita si era mantenuta dura. Si curavano le bestie e ogni giorno il latte era portato al casaro per fare il formaggio. Lavoro di donne e di uomini; ma da settembre gli uomini valicavano il confine e come muratori si recavano in Francia: un’emigrazione stagionale che permetteva a un’economia di sussistenza di acquisire, grazie ai risparmi in denaro, beni necessari, altrimenti inaccessibili.

Uomini, animali, addomesticati e selvatici, vivevano abbarbicati nella cornice grandiosa delle montagne, con un occhio al ghiacciaio incombente. Il gigante era costantemente monitorato dagli abitanti, perché la sua esistenza, i suoi spostamenti condizionavano la vita di tutti. A volte, l’intera collettività era costretta – se avanzava – a migrare, come più volte si era verificato tra il 1300 e il 1800. Nel ventennio 1842-62, era avanzato di ben 200 metri, giungendo proprio a ridosso delle case dei Walser. Ma poi, da allora, aveva preso a ritirarsi e ora appariva agonizzante.  La sua parte, in alta quota, quella in cui nevica di più e in cui i cristalli caduti non si sciolgono nemmeno d’estate, è detta “bocca” e l’alimenta la neve e la sfamano i fiocchi che progressivamente si trasformano in piccole sfere compatte dette “firn”. Sulle Alpi, per il clima ’mite’, ci voleva un anno perché si formasse il firn; ma perché divenisse coeso, ci voleva che altri strati di neve si sovrapponessero, finché, espulsa tutta l’aria, si formava il ghiaccio vero e proprio. Altra protagonista la neve. La neve non è mai uguale a se stessa. Anche nel solito ambiente, muta di ora in ora; oltre la neve alpina, c’è la neve della tundra, della taiga ecc.

La neve muta; si sviluppano lingue e culture diverse. La neve è magica. Si forma nelle nubi, ma è la temperatura che determina se cadrà neve o pioggia. A basse temperatura, il cristallo di neve può unirsi ad altri simili formando fiocchi di alcuni centimetri. La neve in montagna è il grande regolatore di tutto: se cade copiosa, isola e protegge, se assente – in presenza di basse temperature – il suolo ghiaccia e con esso le piante nel sottosuolo e, per garantire nutrimento al terreno, deve rilasciare – al momento giusto e solo allora – tutte le specie chimiche che ha assorbito in inverno.

Come il ghiacciaio, essendo una spugna, anche la neve è un archivio ambientale. Dalle parole dei due amici prende corpo il romanzo: dalle memorie più ataviche alle trasformazioni sociali, ambientali e climatiche che, come nella realtà, ci descrivono il paesaggio alpino di oggi fragile e destinato a mutamenti che sembrano ormai irreversibili. (l.b.)

Antonio Catalfano, La casa delle rose, L’infanzia è terra pericolosa e indispensabile, Fefè 2018, pp. 159 € 12,00

Sono racconti relativi alla esperienza di vita dell’autore che iniziano dai suoi ricordi d’infanzia dall’età di sette anni, sottolineano l’importanza che questi primi anni hanno per la vita di tutti.

L’arco temporale va dagli anni ’60 del 900 fino ad oggi, sullo sfondo di una Sicilia in cui molte cose sono cambiate nel tempo. Fra considerazioni sull’infanzia di ieri e di oggi, letture  e aneddotti possiamo riflettere su noi stessi, la nostra realtà odierna e sul passato ricordando che “il bambino è padre dell’uomo” (c.b.)

Pietro Chiodi, Beppe Fenoglio e la Resistenza, a cura di Cesare Pianciola, prefazione di Alberto Cavaglion, con un saggio di Gabriele Pedullà, Edizioni dell’Asino 2020, pp. 79 €     10,00

Si tratta di un’antologia di scritti su  Fenoglio in rapporto a Pietro Chiodi. Il corpo centrale è costituito dai tre scritti di Pietro Chiodi, rispettivamente del 1952 intitolato Orgoglio partigiano, del 1954 Leonardo Cocito. Nel decimo anniversario della morte e l’ultimo cronologicamente del 1974 dedicato a Fenoglio, scrittore civile. Tali contributi sono preceduti da una prefazione di  Cavaglion e da un testo di Pianciola su Chiodi, a cui segue il saggio di Pedullà Pietro e Beppe. Nella prefazione, Cavaglion sinteticamente ricorda che la Resistenza “militare” in proporzione fu schiacciante, agli inizi, ma nondimeno ci fu anche una Resistenza di “politici” che, se “faticarono a mettersi insieme… in taluni casi,” disposero “di una risorsa aggiuntiva”: il contributo dato da alcuni insegnanti e dai loro studenti. Tra i primi: Chiodi, Leonardo Cocito, Antonio Giuriolo e Giuseppe Petronio, alcuni dei quali docenti di Fenoglio.

Il saggio di Pianciola propone i tre testi di Chiodi e ricostruisce la formazione intellettuale del medesimo, allievo di Nicola Abbagnano; poi docente al Liceo Classico di Alba e successivamente partigiano, fino alla cattura, con Cocito e altri, da parte dei tedeschi il 18 agosto 1944. Mentre Cocito verrà impiccato il 7 settembre 1944, negli stessi giorni Chiodi verrà deportato, prima a Bolzano e poi presso Innsbruck. Al ritorno in Italia, nel gennaio del 1945, riprese la lotta partigiana, col nome di “Valerio”, riorganizzando un gruppo garibaldino intitolato a Cocito. A guerra finita, tornò a insegnare al Liceo Classico di Alba e con Fenoglio e altri animò nella cittadina un circolo con interessi prevalentemente culturali. Infine, insegnò Filosofia della Storia all’Università di Torino, dove continuò i suoi studi su Kant e la Filosofia contemporanea. Il saggio finale Pietro e Beppe di Pedullà ruota intorno al sodalizio dei due, durato quasi un quarto di secolo e interrotto solo dalla morte del secondo. Tale frequentazione è osservata da quattro prospettive diverse. 1) L’uomo Chiodi nel rapporto, anzitutto di amicizia, con Fenoglio, a lui quasi coetaneo, nonché suo allievo. 2) Chiodi filosofo, studioso di Kant e Heidegger, ma al tempo stesso impegnato,  in un dialogo serrato con la tradizione esistenzialista (Kierkegaard, Jaspers, Sartre, Merleau-Ponty, Camus) e, al di fuori di essa, con il marxismo, alla “ricerca di un non sempre facile connubio”. 3) Chiodi, il personaggio, da intendersi così come il personaggio Chiodi emerge dal “ciclo di Johnny” l’opera a cui dal 1945 Fenoglio lavorò, come al “libro grosso” della Resistenza. 4) Il lettore Chiodi. Tra i diversi ruoli che il filosofo esistenzialista ha ricoperto nella vita di Fenoglio non è stato trascurabile nemmeno quello di lettore dei suoi scritti (sempre dopo la loro pubblicazione).

Il saggio di Chiodi del 1965 si segnala anche per la lucidità di alcune intuizioni sull’opera di Fenoglio, come gli riconobbe ampiamente Calvino scrivendogli, per ringraziarlo di avergli inviato il testo. (l.b)

Collettivo MetalMente con Wu Ming 2 e Ivan Brentari, Meccanoscritto, Con un racconto di Luciano Bianciardi, Alegre 2017, pp. 349 € 16,00

Dalla polifazione: “Il  libro  che  state  per  leggere  è  costruito  secondo  una  struttura a treccia. Tre filoni che si alternano tra di loro di-svelano vicende vere e di fantasia, parlano lingue diverse. Uomini, tempi e narrazioni saltano gli uni dentro agli altri, si mescolano, si confondono. Ci sono i racconti individuali del  ’63,  quelli  collettivi  del  2015  e  le  infrastorie  reali  che  provengono  da  entrambe  le  epoche  e  sono  raccontate,  a  seconda dei casi, attraverso documenti originali, dialoghi, reportage, dati statistici, testimonianze, narrativa. Come  si  potrebbero  definire  queste  pagine?  Forse  un’antologia  di  fiabe  operaie,  forse  un  romanzo  storico  ipercollettivo. La verità è che, arrivati alla fine del percorso, a noi queste definizioni non interessano più.”

Vincenzo Consolo,  Lʼora sospesa, E altri scritti per artisti, Le Farfalle  2018, pp. 138 €       13,00

L’ora sospesa raccoglie, suddividendoli in quattro sezioni cui s’aggiunge un’appendice, ventidue brevi testi consoliani, ventidue frammenti, come dice Ángel Cuevas, il curatore del volume, dei quali i diciannove in prosa sono tutti apparsi come introduzione, o testo di accompagnamento, a cataloghi di mostre d’arte di amici scultori, fotografi o pittori, tranne i tre compresi nella terza sezione, Vedute di Antonello, dedicate al maestro messinese un cui quadro fu ispirazione de Il sorriso dell’ignoto marinaio, forse una delle migliori prove di prosa a partire dall’immagine pittorica del Novecento italiano.

Chiudono il volume una corta sezione, Due frammenti lirici, di versi e un calligramma in forma di limone, Autoritratto, posto in appendice a quest’antologia paradossale come ultimo, raffinatissimo congedo. Formano però parte della carne di questo volume anche l’introduzione, L’arte a parole e l’utilissimo apparato che segue ai testi – poiché, sebbene abbia il modesto titolo di Notizie sui testi di vero e proprio apparato, in realtà, si tratta – con cui Cuevas ci fa da guida non solo nelle scritture che qui presenta, ma nell’ intera scrittura consoliana, di cui questo volumetto rappresenta una ponderata, profonda misura. (Marco Carmello)

Eugenio Corti, Il cavallo rosso, Ares 2015, pp. 1079        

                              24,00

Il cavallo rosso è un romanzo di carattere parzialmente autobiografico ambientato principalmente in Brianza, in Russia e Germania (ma in parte anche in Italia centrale e in Val d’Ossola). Le vicende narrate coprono trentaquattro anni di storia italiana, dal maggio del 1940 fino al 1974, descrivendo la vita (e la morte) dei numerosi personaggi durante gli eventi della seconda guerra mondiale, della ricostruzione sino al referendum sul divorzio. Uscito nel 1983, è stato subito accolto dai lettori, e dai critici non condizionati da ideologie, come un grande “caso” letterario e tale si è confermato col succedersi delle edizioni. Catturato dalla trama densissima, il lettore gioisce, soffre, ride, piange, cresce insieme coi protagonisti e gli altri personaggi del romanzo e diventa nel contempo più chiaro a se stesso, più consapevole del perché della vita e del significato del mondo. (m.i)

Selma Dabbagh, Fuori da Gaza, Il Sirente 2017, pp. 369                            € 18,00

Dal risvolto di copertina: “Sono le otto di sera, Gaza è sotto bombardamento israeliano. Rashid sta fumando uno spinello sul tetto di casa, ha appena saputo di aver vinto una borsa di studio per Londra: la via di fuga che stava aspettando. Iman, la sua sorella gemella, è un’attivista molto rispettata che viene contattata dall’ala islamica per farsi esplodere in un attentato suicida…

Ambientato tra Gaza, Londra e il Golfo, Fuori da Gaza, segue le vite di Rashid e Iman nel loro tentativo di costruirsi un futuro tra l’occupazione, il fondamentalismo religioso e le divisioni delle varie fazioni palestinesi.

Scritto con umanità e humor, il libro ripercorre le recenti vicende di un popolo, dando al lettore l’opportunità di calarsi in una storia di ordinaria vita palestinese”.

Alessandro Dal Lago, Ultime notizie da un paese di merda, Prospero 2018, pp. 249 € 15,00

Lo scrittore, sociologo, collaboratore del “il Manifesto” e prolifico saggista, descrive in questo libro l’Italia del ’900: dalla Grande Guerra ad oggi. Sono racconti ambientati in varie località, dalla Toscana al Veneto, dalla Lombardia alla Somalia….

Nel titolo, una provocazione: dalla narrazione degli ideali del ’68, vissuti dai protagonisti più che dall’autore, e dalla rievocazione nostalgica di una infanzia felice vissuta in un paesino della Toscana, si arriva alla descrizione amara e disincantata di una società “disumana” dove non c’è posto per la speranza. «La vita di òmm l’è propi’na nivula de merda» dirà infatti uno dei giovani protagonista di un racconto, prima di cadere a terra colpito a morte da una rasoiata. (o.r.)

Alessandro Dal Lago, Controstorie, Italiani illustri e no, Prospero 2019, pp. 181 € 14,00

Sono tre storie dimenticate dalla storiografia ufficiale: la prima riguarda la strage di Pontelandolfo in provincia di Benevento avvenuta il 7 agosto, operata dai bersaglieri del neo costituito Regno d’Italia a seguito un’incursione brigantesca nei comuni di Pontelandolfo e Casalduini al quale seguirono l’uccisione di quarantacinque soldati; la seconda parla degli italiani arruolati nel Settimo cavalleria del generale Custer. L’ultima storia parla di un immigrato italiano, Simon Rodia, che in trent’anni, nel tempo libero, ha costruito tre torri di acciaio alcune alte quasi trenta metri, e ricoperte di materiale decorativo, che sono diventate una attrazione turistica del quartiere di Watts a Los Angeles.

Tommy Dibari, Me la sono andata a cercare, Cairo 2017, pp. 142 € 13,00

A Barletta c’è un ragazzo che ha il sogno di diventare scrittore insegnando agli altri l’amore per la scrittura ma il padre lo osteggia e dopo vari tentativi arriva ad insegnare ad una classe

di adolescenti. Inizia così un rapporto stimolante ed incisivo in cui il protagonista interagisce con questi ragazzi conquistando la loro fiducia in un ambiente in cui la realtà è difficile e problematica. Gli altri mondi che incontra (anziani nei ricoveri, disagiati psichici, detenuti) lo accompagneranno nel suo percorso di crescita che lo porterà ad essere un uomo completo, sensibile e comprensivo proprio attraverso il potere delle parole. (c.b.)

Begoña Feijoo Fariña, Per una fetta di mela secca, Romanzo, Gabriele Capelli 2020, pp. 142
  € 16,00

Fra l’inizio degli anni Quaranta e quello degli anni Ottanta del XX secolo, in Svizzera vigeva la prassi di affidare, d’ufficio e contro la volontà dei diretti interessati, bambini e giovani a istituti o a contadini.

I numerosi collocamenti che avvennero in quel lunghissimo periodo interessarono bambini provenienti da famiglie povere, figli illegittimi o appartenenti a situazioni familiari precarie, ragazzi considerati difficili, scomodi o ribelli.

Molte delle vittime di tali decisioni di collocamento coercitivo sono state mandate a servizio, sfruttate in aziende agricole, internate in istituti psichiatrici o penitenziari, maltrattate, sottoposte ad adozioni forzate o hanno subito (spesso a loro insaputa) sterilizzazioni. Per una fetta di mela secca racconta la storia di una di queste bambine: Lidia Scettrini, un nome e una storia di fantasia utilizzati per raccontare quella che è stata la storia di molti.

Sergio Fumich, Aforismi, tweet e altri messaggi in bottiglia, I quaderni del circolo 2015, pp. 310                                                       s.i.p.

Dalle parole dell’autore: «Questo libro contiene messaggi, commenti, provocazioni, risposte a politici e personaggi dei media, aforismi e altri pensieri di vario argomento espressi sotto forma di tweet dal 2010 al 2013 su Twitter e nel 2011, in forma grafica sul sito web fatti e parole. Ho aggiunto in coda aforismi pubblicati nel 2014 su una pagina del mio sito web personale».

Ivan Fuschini, Antartide, Il Gabbiano Reale nella base segreta di Hitller, Edizoni del Girasole 2014, pp. 112 € 15,00

L’autore ci propone una storia in cui si intrecciano le vicende di centinaia di migranti italiani in Sud America, i viaggi di scoperta di terre inesplorate, l’amore per la natura e una cultura di pace. Il protagonista Luis e sua moglie Maria naufragano nell’Antartide e qui scoprono i resti di una base segreta nazista emersi grazie allo scioglimento dei ghiacci. Iniziano così tutta una serie di congetture sul reale destino di Hitler. (c.b.)

Renzo Balbo, La pelle del coniglio, Romanzo, ArabAFenice 2020, pp. 152 € 16,00

La pelle del coniglio è un romanzo partigiano, ma è ancora prima una storia ribelle: ribelle al Male, alla dittatura, alle convenzioni della letteratura e del narrare. La Storia sorprende una generazione in mezzo al guado della giovinezza, portando amicizie che si saldano per sempre e tradimenti che non avranno perdono. Fra agguati nei boschi, combattimenti all’ultimo sangue, lunghe attese del nemico, silenzi di colline e di sguardi, un ragazzo diventa uomo, insieme ai suoi compagni d’arme.

Difficile sapere a chi spetta il ruolo dell’eroe nel buio della notte, sulle colline delle Langhe, un freddo giorno d’inverno

del 1944. (dalla quarta di copertina)

Daniele Gouthier, Sulle tracce di un sogno, Bookabook 2019, pp. 236                                € 14,00

Nelle pagine introduttive si afferma che ci sono tre tipi di viaggio: nello spazio, nel tempo e nel profondo del cuore.

Quelli del primo tipo “attraversano i luoghi”, quelli nel tempo “tornano al passato, sulle tracce dei ricordi” e gli ultimi “ci restituiscono l’identità, ci portano a guardare negli occhi le nostre paure, ci spingono a misurarci con gli errori che abbiamo fatto e a cercare risposte”.

Si afferma anche che negli orfanotrofi si trovano tre tipi di bambini: quelli che sono stati abbandonati, quelli che sono stati rubati e quelli che si sono perduti. Ecco, questa è “la storia di un bambino perduto che ha viaggiato nello spazio, nel tempo e nel profondo del proprio cuore”.

L’autore Daniele Gouthier è padre di quattro figli, di cui due adottati in India. Conosce Naseem, il protagonista di questa storia, a Delhi nel ’99 e nel 2014 il ragazzino va da lui per raccontargli la sua vicenda. Era riuscito a tornare nel suo Paese e nelle “parole incerte, mozzicate” e negli sguardi “profondi e intensi sull’India” si intravedeva “il sogno di un bambino”. La sua era una storia “ancora troppo viva”, “dai contorni ancora indefinit” e Daniele ha avuto quella che definisce “la fortuna di essere il primo a ricostruirla e a conoscerla nella sua interezza”.

Naseem “aveva bisogno di dare corpo ai ricordi” e quando si è presentato da quell’adulto che aveva visto per la prima volta quindici anni prima e gli ha mostrato le foto del proprio viaggio, Daniele ha capito di dover raccontare quella storia.

Naseem scappa di casa e finisce in un istituto dove farà la conoscenza dei suoi genitori italiani che lo porteranno a Firenze. Lì è felice e con la sua nuova famiglia si trova bene ma è geloso dei propri ricordi, non si apre sul suo passato e a volte scappa di casa. Ha nostalgia della sua libertà e decide di partire per l’India alla ricerca delle sue radici. Lo aiuterà Manikant, ingegnere informatico indiano che vive da tempo in Occidente e con cui Naseem si confida e srotola i confusi ricordi e le immagini più vivide del suo passato. Riu-scirà nel suo intento, accompagnato da una troupe intenzionata a riprendere il viaggio per provare a cavarne un documentario.

Attraverso i ricordi di Naseem si aprono squarci sull’India, fatta di splendidi cieli stellati e cibi saporiti ma anche caotica e pericolosa, con la polizia che picchia e la gente che muore per le strade.

Per Naseem la ricerca delle sue radici, della sua casa, di se stesso, dei genitori e dei fratelli e del proprio villaggio è “molto privata” ma “è una storia che deve essere scritta, perché può aiutare altre persone” come afferma egli stesso. È il racconto di un viaggio, di una ricerca, di un ritorno. Ci sono momenti divertenti, commoventi, drammatici. E grazie a questo bambino coraggioso, ribelle, arrabbiato, impaurito, affettuoso, riconoscente, ostinato, forse anche gli altri personaggi della vicenda intraprendono un viaggio alla scoperta delle proprie debolezze e delle proprie virtù: Savino e Anna, i suoi genitori adottivi; l’interprete che lo accompagna nel suo viaggio di ritorno in India insieme alla troupe nella ricerca del proprio villaggio; Manikant… Tutti trascinati dalla forza e dalla caparbietà di questo piccolo, grande bambino.

La casa editrice – Bookabook – si propone di rendere i lettori protagonisti della vita dei libri. Essi infatti possono leggere l’anteprima e pre-ordinare, entrando così a far parte attivamente del ciclo editoriale. Una volta scelto, il libro viene curato professionalmente, pubblicato in versione cartacea e digitale e infine distribuito. Una visione diversa dell’editoria che cerca di creare una comunità e unire autori e lettori. (m.i.)

Ayesha Harruna Attah, I cento pozzi di Salaga, Traduzione di Monica Pareschi, Marcos y Marcos 2019, pp. 300         € 18,00

Ayesha Harruna Attah, nata ad Accra in Ghana, vive  in Senegal, considerata una delle voci più forti della narrativa africana oggi, in questo libro racconta le vicende di due donne, una principessa e una schiava, nel Ghana precoloniale, negli anni  cruciali dell’aggressione europea. In Africa è stato un testo celebrato per la profondità della ricostruzione storica e per la forza delle due protagoniste femminili. Tuttavia, il vero cuore del romanzo sono appunto le due protagoniste: Aminah che scopre ben presto che la sua bellezza viene notata dagli uomini e che non tutti si accontentano di goderne solo da lontano, Wurche che non riesce ad accettare le norme di comportamento che la società a cui appartiene impongono alle donne. Nel romanzo, infatti, spiccano le riflessioni delle protagoniste sulla condizione femminile: la necessità dell’indipendenza economica, il matrimonio vissuto come imposizione, le minacce che una donna sola e senza diritti deve sopportare, il difficile clima che si respira nel paese, dove le alleanze tra le tribù locali vacillano e stanno sorgendo alleanze con inglesi e tedeschi che porteranno al consolidamento delle colonie occidentali in Africa. La schiavitù è un pericolo che grava sugli abitanti dei villaggi, ma è anche il motore economico del territorio. Salaga, infatti, è una città fondata sul traffico di schiavi e i suoi numerosi pozzi hanno uno scopo ben preciso: permettere agli schiavi di lavarsi prima di essere messi in vendita nella piazza principale. E proprio da Salaga e dal suo mercato degli schiavi dipende la storia della famiglia di Ayesha Harruna Attah, trentacinque anni, figlia di giornalisti con alle spalle studi universitari negli Stati Uniti dove la sua trisavola è stata venduta.

Helena Janeczek, La ragazza con la Leica, Guanda 2018, pp. 333 € 18,00 La ragazza con la Leica che dà il titolo al nuovo romanzo di Helena Janeczek è Gerda Taro, nata Gerta Pohorylle: una jeune fille intelligente e spregiudicata della borghesia ebraica di Stoccarda, cospiratrice antinazista a Lipsia e a Berlino per amore di un uomo e della libertà, grande fotografa a Parigi per merito e a fianco di un profugo ungherese che deve alla sua immaginazione l’invenzione del nome d’arte col quale è universalmente conosciuto come Robert Capa. È morta a Brunete sotto un carro armato alla fine di luglio del 1937, ad appena ventisette anni, mentre documentava la caduta della Spagna repubblicana.

«Così era finita Gerda Taro, per non aver voluto abbandonare il fronte quando non c’era più nessuna speranza, ed era rimasta ferita a morte come tanti altri, in una strada polverosa; lasciò nelle sue foto testimonianza dell’enorme delitto che era stata la guerra. Aveva dedicato la sua splendida vita a un degno compito, a una giusta causa persa.»

Evgenija Jaroslavskaja-Markon, La ribelle, Traduzione di Silvia Sichel, Guanda 2018,
pp. 162 € 16,50

Il libro è la traduzione di un manoscritto ritrovato nel 1966 negli archivi del FSB (successore russo del KGB). Si tratta di un’autobiografia, «autonecrologio», come scriverà l’autrice stessa, prigioniera in un Gulag, in attesa di essere giustiziata per attività antisovversiva nel 1931.

È la storia di una ribelle, “senza partito, senza Dio e senza padrone”. Vissuta negli anni successivi alla rivoluzione russa, insofferente al potere costituito, viene accusata di attività antisovietica; si nasconde vivendo nel mondo della piccola criminalità: ladruncoli, prostitute, ragazzi di strada, la sola “classe autenticamente rivoluzionaria”, secondo l’autrice.

Figlia della borghesia intellettuale ebraica, la sua breve vita (verrà fucilata a soli 29 anni) è caratterizzata da un impetuoso spirito ribelle, da un coraggio che le permette di affrontare il pensiero della morte prossima, mai piegata, sprezzante, quasi spavalda. (o.r.)

Chiara Iotti, No ve desmention, Richard Löwy e i “giusti” della Val di Fassa, Priuli & Verlucca 2019, pp. 143        € 12,00

Un romanzo su fatti reali della prima e seconda guerra mondiale, tra Auschwitz e la Val di Fassa, con Primo Levi e Richard Löwy, ufficiale austroungarico ebreo che tanto aveva fatto per la popolazione della Val di Fassa durante la prima guerra mondiale, e poi finito come ebreo ad Auschwitz con Primo Levi dove si perdono le tracce di lui e di tutta la sua famiglia.

Mykola Kostomarov, La rivolta degli animali, Lettera di un proprietario terriero piccolorusso al suo amico di Pietroburgo, Traduzione di Luca Calvi, Liberazioni Associazione Culturale 2017, pp. 60 s.i.p.

L’autore, in questo piccolo libro, racconta una storia di “animali ribelli” che può essere interpretata come un’allegoria della resistenza ucraina al potere zarista. Anticipando di un secolo George Orwell e la sua Fattoria degli animali, l’autore parla di una resistenza fatta dagli animali che mette in discussione anche la certezza antropologica dell’assenza di un linguaggio negli animali. (c.b.)

Christian Kuate, Negro, Lettera ad una madre, Traduzioni di Gerardo Acerenza e Christian Kuate, Lìbrati 2018, pp. 191 € 15,00 È un libro-ferita, un pugno allo stomaco, uno schiaffo al perbenismo occidentale, e ai suoi pseudo valori di solidarietà, libertà, uguaglianza e democrazia. Negro è un libro testimonianza, autobiografico che descrive la condizione (ai limiti dell’umano) in cui è costretto a vivere un ragazzo extracomunitario.  (Antonio Di Gennaro)


Anatolij Kuznecov
, Babij Jar, Traduzione di Emanuela Guercetti, Adelphi 2019, pp. 454 € 22,00

Il libro è il racconto del massacro di 33.000 ebrei compiuto nel 1941 dalle truppe di occupazione naziste di Kiev. Ben presto Babij Jar, il burrone nei pressi di Kiev, diventerà la tomba della popolazione ebraica, e poi di zingari, di attivisti sovietici, di nazionalisti ucraini, dei calciatori della Dinamo che si erano rifiutati di farsi battere dalla squadra delle Forze Armate tedesche. E mentre da Babij Jar giunge senza tregua il crepitio delle mitragliatrici,  mentre cominciano le deportazioni verso la Germania, Kiev si trasforma in una città di mendicanti a caccia di cibo.

Scrive Roberto Righetto su Avvenire.it «Finita la guerra, ben pochi di coloro che si erano salvati vi fecero ritorno. “Non abbiamo affatto bisogno degli ebrei nella nostra Ucraina”, aveva dichiarato Chruscev, a capo del governo di Kiev dal 1944 al ’47. Così, ogni tentativo di commemorazione da parte ebraica sino al crollo dell’Urss è finito nel vuoto. Poeti e scrittori come Erenburg ed Evtusenko hanno narrato l’eccidio, ma hanno visto le loro opere censurate. Dopo il 1991 la verità è stata solo in parte ripristinata e oggi compaiono varie lapidi e monumenti in ricordo della morte di ebrei e non ebrei. Con la fine del comunismo, i conti con la storia sono ancora aperti, anzi si assiste a una nazionalizzazione esasperata della memoria: la centralità della Shoah scompare e diventa degno di ricordo solo l’antitotalitarismo rivolto verso i crimini dell’Urss. In questa confusione, non va certo dimenticata l’iniziativa di un sacerdote francese, Patrick Desbois, il quale ha ricostruito a partire dal 2002, visitando villaggi e ritrovando testimoni, gli eccidi per fucilazione, che solo in Ucraina hanno fatto quasi un milione e mezzo di vittime.

Federico Giachini, La medaglina spezzata, L’Erudita 2017,  pp. 69 € 12,00

L’autore ci prepone dodici brevi racconti in cui emergono angoscia e paura, sullo sfondo di una Pistoia a tratti misteriosa e sconosciuta. La ricerca di un senso ed il malessere esistenziale che emergono da questi scritti ci coinvolgono e ci fanno riflettere soprattutto considerando che l’autore è molto giovane. (c.b.)

Hakan Günday, Ancóra, Traduzione di Fulvio Bertucelli, Marcos y Marcos 2016, pp. 491                               € 18,00

“Daha, ancóra: è l’unica parola turca che conoscono i migranti clandestini. Ancóra acqua, ancóra pane, ancóra speranza. Viaggiano nel cassone di un camion per monti e deserti, verso la costa turca dell’Egeo. Lì entra in gioco Ahad. Carica i migranti sul furgone, attraversa il bosco e li nasconde sottoterra, nella cisterna del suo giardino. Attendono lì, per settimane, sognando la Grecia. La cisterna è buia e spoglia, la governa un tiranno bambino: Gazâ, il figlio di Ahad. Cresciuto senza madre tra trafficanti di uomini, ha ricevuto un’unica lezione di vita: sopravvivi. E il suo cervello è diventato più veloce del suo cuore. Gazâ è un piccolo genio, sogna di studiare al liceo, all’università. Ma tra lui e i suoi sogni c’è di mezzo Ahad, padre padrone. È la cisterna, la sua scuola; Gazâ, scienziato in erba, studia il comportamento delle persone in cattività. Una notte di pioggia cambia tutto. Il furgone di Ahad esce di strada, i clandestini muoiono a decine nel precipizio. Gazâ vede l’inferno con i suoi occhi e non vuole più saperne dell’umanità. C’è una voce chiara, tuttavia, che lo chiama, dal profondo della sua mente. È la voce di Cuma, clandestino afgano, amico perduto. Dalle sue mani ha ricevuto l’unico bene al mondo che gli sia caro: una rana di carta. Con quell’origami in tasca, sempre tra le dita, con quella voce in testa, Gazâ cerca una via per la rinascita. Sarà questa rana, verde e salterina, a indicargli la strada”. (dalla quarta di copertina)

Alia Malek, Il Paese che era la nostra casa, Racconto della Siria, Traduzioni di Giovanni Zucca, Enrico Damiani 2018, pp. 445 € 19,00

Il libro è un tuffo nel passato di una terra
affascinante e ricca di contraddizioni, ma è anche la lucida e vivida analisi
dell’attuale situazione politica, raccontata con fervore dalla Malek, forte del desiderio di far conoscere agli occidentali la storia della Siria e tutto ciò che ancora non è stato veramente compreso sul conflitto che la sferza da più di sette anni. Un testo efficace e fondamentale per chi voglia approfondire un tema così importante, ma anche un’intensa e bella lettura per chi ama le romantiche e avventurose saghe familiari, così piacevole da farsi perdonare gli svariati refusi sfuggiti probabilmente in fase di correzione bozze.

Diego Lanza, Il gatto di Piazza Wagner, L’Orma 2019, pp. 157 € 18,00 Un’infanzia milanese nell’arco temporale che va dal fascismo alla fine degli anni Sessanta, con al centro la figura del padre – lo scrittore, giornalista e drammaturgo Giuseppe Lanza – rimasto vedovo troppo presto, teneramente orgoglioso dei suoi magri tentativi culinari che emerge con tutta la sua preziosa serietà e decenza. Scomponendo i meccanismi di una memoria famigliare che tende a fondersi con quella individuale («Di chi sono i ricordi?» è il programmatico incipit del testo), Il gatto di piazza Wagner descrive una città vibrante – tra appassionate discussioni nelle latterie di quartiere e palpitanti prime teatrali – e indaga con ragionata esattezza azioni e moventi di protagonisti e comprimari, dallo zio Ramy agli amici letterati, da Solmi a Montale, da Lodovici a Bazlen. Una lettura che ci rimanda,  alla migliore tradizione intellettuale ed etica del nostro Novecento.

Lia Levi, Questa sera è già domani, e/o 2018, pp. 217                                                 € 16,50

Genova. Una famiglia ebraica negli anni delle Leggi Razziali. Un figlio genio mancato, una madre delusa e rancorosa, un padre saggio ma non abbastanza determinato, un nonno bizzarro, zii incombenti, cugini che scompaiono e riappaiono.

Quanto possono incidere i risvolti personali nel momento in cui è la Storia a sottoporti i suoi inesorabili dilemmi? È possibile desiderare di restare comunque nella terra dove ci sono le tue radici o è urgente fuggire? Se sì, dove? Esisterà un paese realmente disponibile all’accoglienza? Alla tragedia che muove dall’alto i fili dei diversi destini si vengono a intrecciare i dubbi, le passioni, le debolezze, gli slanci e i tradimenti dell’eterno dispiegarsi della commedia umana. Una vicenda di disperazione e coraggio realmente accaduta, ma completamente reinventata, che attraverso il filtro delle misteriose pieghe dell’anima ci riporta a un tragico recente passato. (dal risvolto di copertina).

Rosanna Lo Presti, La forza di combattere, Il medaglione, Kimerik 2017, pp. 162                   € 14,00

Storia di Lia, una giovane ragazza che si trasferisce da Palermo a Firenze con la sua famiglia per sfuggire alla mafia. Grazie all’amore per un ragazzo, Lia troverà la forza per superare il dolore della separazione dal suo ambiente e dagli affetti, ribadendo quanto la forza dell’amore sia capace di superare le condizioni avverse in un mondo che ha perso ogni riferimento umano. (c.b.)

 

Giordano Lupi, Miracolo a Piombino, Storia di Marco e di un gabbiano, Historica 2015, pp. 164
  € 12,00

Romanzo breve condotto sul duplice binario della scoperta del mondo da parte di un gabbiano e della crescita di un ragazzo. Con riferimenti poetici e foto emerge l’isolamento provocato dal contrasto fra individuo e società sulla scia delle tematiche care a Boudelaire ma anche al Decadentismo. Il parallelo con la vita del gabbiano rende le pagine ricche di emozioni altamente evocative come le riflessioni del ragazzo che trova difficile abbandonare l’infanzia in un tempo di continuo, incessante, repentino divenire. (c.b.)

Heda Margolius Kovály, Sotto una stella crudele, Una vita a Praga, 1941-1968, Traduzione di Silvia Pareschi, Adelphi 2017, pp. 214                                       € 20,00

Il regime nazista, quello staliniano e i loro orrori: sono questi i temi affrontati dalle memorie di Heda Margolius Kovály, un’ebrea praghes che è stata prima perseguitata dalla Germania hitleriana e successivamente – in quanto moglie di un alto funzionario del governo cecoslovacco giustiziato nel 1952 – ha vissuto per anni in una condizione di terrorizzato isolamento.

Paolo Mauresing, La variante di Luneburg, Adelphi, 2016, pp. 158 € 10,00

Primo romanzo dell’autore in cui il gioco degli scacchi diviene una metafora della vita, un mezzo di salvezza ma anche sinonimo di orrore. Sullo sfondo dei lager nazisti, due uomini si affrontano sulla scacchiera, pagando le conseguenze di azioni subite dall’uno o dall’altro.

Il gioco rievoca inevitabilmente lo scontro epico del film Il settimo sigillo di Ingmar Bergman in cui il cavaliere Antonius Block sfida la morte a scacchi. Il romanzo ha una struttura complessa che si svela nel dipanarsi del racconto che è un sostanziale intreccio di quattro livelli di narrazione, una sorta di scatole cinesi inserite le une nelle altre che rendono il tutto affascinante, sorprendente ed elegante. (c.b.)

Titti Marrone, La donna capovolta, Iacobelli 2019, pp. 160                   € 15,00

Siamo di fronte ad un romanzo sull’immigrazione, ma anche sul dramma della malattia e la vecchiaia, siamo di fronte ad un romanzo su una quotidianità sociale che: “capovolge” gli attori coinvolti  che è ben lontana dal poter assumere coerenti esempi di adattamento. Per questo, forse, al di là della storia che: potrebbe essere (e forse: sarà) simile ai drammi quotidiani di molte famiglie, La donna capovolta rappresenta un utile strumento di riflessione sociale e politica sull’oggi, su dove il turbocapitalismo sta conducendo tutti assorbiti da finte inconsapevolezze, foraggiate da “grandi fratelli”, idioti talk show ed estemporanee mode effimere. (Enzo Di Brango dalla recensione su Le Monde Diplomatique)

Paul Nizan, Aden Arabia, Traduzione di Daria Menicanti, Edizioni dell’Asino 2018, pp. 150 €     10,00

Scritto nel 1931, ma dimenticato per molto tempo dalla cultura ufficiale, questo diario di viaggio di Paul Nizan esprime la necessità di opporsi alla miseria del mondo rifuggendo dalla sterilità autoreferenziale del sapere. Ogni pagina sprigiona l’esperienza viva di un intellettuale che, trovandosi a contatto con una terra aliena, trova le ragioni di una critica permanente alla subdola civiltà occidentale. Rivolto ai ventenni, Aden Arabia è un invito a non restare calmi, a vivere il tempo con una proficua inquietudine.

Lauren Oliver, Ragazze che scompaiono, Traduzione di Martina Lunardelli, Safarà 2015, pp. 375 € 18,00

Thriller psicologico in cui l’autrice tesse una trama fatta di sospetti, intrighi e segreti che iniziano con la scomparsa di una ragazza di nome Daria. La sorella di Daria, Nick, inizialmente crede ad uno scherzo ma poi inizia a indagare quando scompare una bambina di nove anni nella sua zona. Nick scoprirà cose della sorella che non si sarebbe mai immaginata fino ad arrivare alla sorprendente rivelazione finale. (c.b.)

Giorgio Orelli, Pomeriggio bellinzonese e altre prose, Casagrande 2017, pp. 69 €  14,50

Questo è uno dei  testi più belli in prosa scritti da Giorgio Orelli. Si tratta di una passeggiata narrativa fatta di tanti piccoli incontri, con persone ma anche animali, perfino una scimmia con «una testa da giudice che ha appena tenuto giudizio o lo terrà fra poco», in una città di provincia che «non sembra tramutare con un ritmo troppo diverso da quello del cuore umano» e dove «ogni conato di svariare (di evadere, come si dice) prende tinta d’avventura».

Francesco Paolo Oreste, L’ignoranza dei numeri, Storie di  molti delitti e di poche pene, Romanzo, Baldini+Castoldi 2019,
pp. 252 € 18,00

Lo scrittore di queste pagine è un uomo in divisa, della Polizia di Stato, e la stessa professione svolge il protagonista, Romeo Giu-lietti, funzionario incaricato delle indagini. «L’ispettore Romeo Giulietti preferisce le parole ai numeri anche se continuano ad interrogarlo sulle cause e le conseguenze di ogni azione, anche se popolano i suoi sogni irrisolti. Giulietti è uno che nelle palazzine colorate di Napoli vede persone. È uno che spera di capire. È uno che crede e cerca la giustizia. È uno che si scervella per cercare soluzioni per migliorare la sua Napoli, perché senza di lei non ci sa stare.» (Giulia Manna)

Vladimir Orlov, Danilov, il violista, Traduzione di Daniela Liberti, Carbonio 2019, pp. 458 €  17,50

Per la prima volta tradotto in italiano questo romanzo negli ’80 apparteneva alla
categoria del fantasy realistico, oggi possiamo a buon diritto inserirlo tra gli urban fantasy.

Ambientato a Mosca, ci propone un protagonista affascinante, intrigante, il mezzo demone Danilov, gentile, buono, talentuoso musicista dal cuore grande quanto la sua ingenuità. Un mezzosangue che non trova posto tra gli altri demoni, ostracizzato e messo sotto contratto, ma nemmeno tra gli umani la sua vita è facile, perennemente a corto di soldi e in debito, usato, raggirato. Un io narrante che da osservatore esterno racconta con una scrittura scorrevole, corretta e vivace, le mille avventure, le tantissime bizzarrie surreali nelle quali Danilov si trova coinvolto, vicende ricche di ironia, che fanno sorridere e avanzare capitolo dopo capitolo. Tanti personaggi movimentano la trama, ognuno con le sue manie, le sue fissazioni, ben descritti pur lasciando, a chi si accosta al romanzo, la libertà di dare corpo a queste figure, tutti chiamati con nome e cognome, a volte con diminutivi, vezzeggiativi, modalità identificative che a noi italiani possono apparire strane, straniere, come appunto sono, provenendo dalla letteratura russa.

Orlov affascina creando una vera politica del mondo demoniaco, con gerarchie, scuole, uffici e ministeri, inventando nomi che li rendono unici e facili da ricordare come la “sezione cataclismi, terremoti e rapine in banca”, il tutto incastonato nel mondo reale, riconoscibile, quello da tutti noi abitato e magari visitato da “altri”, con forze all’opera che esulano da ogni nostra immaginazione. Sarcasmo, divertimento, ma sotto sotto una denuncia di come vanno le cose nella nazione dello scrittore, senso critico mascherato, parafrasato, ma ben presente e percepibile.

Danilov, il violista vi porterà  in una dimen-sione diversa, nuova dove scoprirete la gioia e anche il disincanto, la passione per l’arte, la volontà di vivere la vita tranquillamente nonostante le tante difficoltà, gli imprevisti di tutti i giorni, normali, e anche quelli sovrannaturali. Una lettura appassionante. (Tatiana Vanini)

Roberto Piumini, La barba del Manzoni, Marietti 2007, pp. 120 € 15,00

Tra i maggiori scrittori italiani Roberto Piumini in questo romanzo breve racconta i luoghi e i personaggi dei Promessi sposi. Eppure qualcosa non torna. Spetta al lettore scoprire cosa, quando il racconto deciderà di svelare il segreto. Nell’attesa si può soltanto dire che se Manzoni parlava di spagnoli per intendere austriaci, anche qui avviene altrettanto e, con la scusa di una storia collocata in un tempo remoto, si parla di oggi, dell’uso improprio dei santi, della volgarità dei prepotenti, dei preti pavidi e degli avvocati disonesti.

Marion Poschmann, Le isole dei pini, Traduzione di Dario Borso, Bompiani 2019, pp. 217 € 14,00

Marion Poschmann è nata a Essen nel 1969 e vive a Berlino. Ha studiato Letteratura tedesca, Letteratura slava e Filosofia. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti sia per le sue opere in prosa sia per le opere poetiche. Le isole dei pini ha ottenuto grande successo di critica e di pubblico in Germania; è in corso di traduzione in dieci paesi ed è stato finalista al Deutscher Buchpreis 2017. Con una miscela di caustico umorismo e lampi lirici delicati come acquerelli, Le isole dei pini è un racconto commovente sulle trasformazioni che cerchiamo e quelle che inattese affrontiamo lungo il cammino della nostra vita.

Charles-Ferdinand Ramuz, La montagna ci cade addosso, Traduzione di Valeria Lupo, Ideafelix 2016, pp. 158 € 20,00

Charles-Ferdinand Ramuz è uno scrittore di Losanna e questo libro, scritto nel 1930, è ispirato a un fatto realmente accaduto – la frana che nel 1714 si staccò dal monte Diablerets su un alpeggio e che fece strage di pastori e greggi – esce ora in una nuova traduzione di Valeria Lupo.
«La montagna che cade evoca oggi altre tragedie, una natura in cui la creazione sembra non essere mai finita e che non considera l’uomo suo signore, indifferente alle sue pene. Antoine, un giovane pastore ricompare da Derborence venti giorni dopo la tragedia: un Lazzaro che fatica a riadattarsi alla vita.

Gli altri all’inizio lo considerano un fantasma che non trova riposo. Sono le pagine del riconoscimento e del riadattarsi di Antoine alla vita, alla famiglia e alla comunità, a emozionare di più, visto che il tema del sopravvissuto ha oggi nuova vita come conseguenza di una storia ferocemente in azione e di una natura che ci ricorda quanto fragile sia la condizione dell’uomo. Ci si identifica nella vicenda di Antoine, e nelle reazioni dei suoi cari e degli abitanti del villaggio, e la sua storia ci è più vicina che mai.» scrive Goffredo Fofi alla recensione del libro.

Eugenio Raspi, Tuttofumo, Romanzo, Baldini+Castoldi 2019, pp. 349      € 18,00

Eugenio Raspi, con questo suo secondo romanzo  sollecita il lettore a fare i conti con un mutamento che tocca da vicino tante parti del nostro paese e del mondo. Nel suo primo romanzo Inox (sempre pubblicato da Baldini+Castoldi) ha raccontato le vicende di un grande stabilimento siderurgico – nello specifico le Acciaierie di Terni – e il disgregarsi dell’identità operaia. Tuttofumo ha come riferimento l’area narnese a ridosso di Terni. Ci troviamo nell’Umbria meridionale, una zona un tempo ricca di industria e di lavoro operaio. Industria e agricoltura sembravano essere sufficienti a garantire discreti livelli di benessere e di tenuta sociale. Negli ultimi decenni la situazione è cambiata rapidamente, mettendo anche in crisi il rapporto fra le vecchie e le nuove generazioni; un tempo anche la coesione sociale e familiare passava per la fabbrica e le ciminiere. Oggi i figli non potranno più fare gli stessi lavori dei padri, e la crisi mette in discussione il benessere che sembrava ormai raggiunto. Tutto appare vacillante e tutto deve essere reinventato.

Mario Rigoni Stern, Il poeta segreto, Le farfalle 2018, pp. 57                            12,00

Rigoni Stern ama raccontarsi e raccontarci con una semplicità di linguaggio esemplare, affidando alla parola quel carico di significati e significanti che nessuno strumento è ancora capace di restituirci.

Ogni frase pare adagiarsi sulla pagina con gli stessi movimenti e ritmi di un fiocco di neve: apparentemente in balia di tutto ciò che lo circonda esso invece va ad incastonarsi in un posto preciso per diventare “spessore” esatto che “appare” mentre “nasconde”: è percettibile che l’evidente assorbe, copre e camuffa un’infinità di strati. Così anche in questi racconti, intitolati Il poeta segreto, i personaggi, le cose, gli accadimenti, sono svariati, ma con unità di stile e di intenti (che è poi la coerenza artistica e umana dell’autore) alimentano e si misurano con le trame eterne.

Filippo Rodogna, L’enigma di Pitagora, e altre storie, Atrimedia 2017, pp. 190 € 15,00

Serie di storie di fantascienza ambientate a Matera e dintorni. Il tcma di ogni racconto è l’essere umano con tutto il suo bagaglio ed il linguaggio usato è una commistione di terrninologia tecnologica e forbita di linguaggio inventato e perfetto italiano non disdegnando incursioni dialettali. Questo testo ha ricevuto il Premio Italia nel 2018 come miglior racconto di autore italiano su pubblicazione amatoriale. (c.b.)

Sibyl von der Schulenburg, Per Cristo e Venezia, Il Prato 2016, pp.324, €25,00

Romanzo storico ambientato all’epoca della minaccia dell’invasione turca di Venezia, agli inizi del 1700 contrastata dal generale Johann Matthias von der Schulenburg che difese l’isola veneziana di Corfù con solo tremila uomini

contro i quarantamila dell’offensiva, uscendone vincente. La genesi del romanzo ha una pecurialità sorprendente: l’autrice, pronipote del succitato generale, ha trovato gli appunti del padre Werner, intenzionato a scrivere la storia dell’evento, quindi lei li traduce e li modernizza creando l’affresco di un epoca dove personaggi reali e fittizzi interagiscono con dialoghi raffinati e atmosfere suggestive. (c.b.)

Ali Smith, Lʼuna e lʼaltra, Traduzione
di Federica Aceto, SUR 2016, pp. 312

    17,50

Un romanzo a specchio, composto da due lunghe novelle che si collegano e si richiamano a vicenda. Una è la storia di una ragazza che, nella Ferrara del Quattrocento, si finge maschio per portare avanti la carriera di pittore (Ali Smith la immagina come segreto alter ego di Francesco del Cossa, autore degli splendidi affreschi conservati nel Salone dei Mesi di Palazzo Schifanoia); lʼaltra è la storia di Georgia – detta George – una sedicenne di oggi che si trova a fare i conti con lʼimprovvisa morte della madre, attivista politica forse tenuta sotto sorveglianza, pochi mesi dopo una visita a quegli stessi affreschi. Fra suggestioni da romanzo storico e atmosfere quasi mystery, L’una e l’altra è una modernissima riflessione sullʼidentità di genere, sul rapporto fra arte e potere, sulle mille possibili declinazioni dellʼatto del guardare (dalla contemplazione di unʼopera dʼarte allʼentertainment allo spionaggio); un romanzo originalissimo, sfaccettato e affascinante che in Gran Bretagna ha segnato la definitiva consacrazione della sua autrice. (m.i)

Richard Stern, Le figlie degli altri, Traduzione di Vincenzo Mantovani, Jaca Book 2015, pp. 300 € 15,00

Un professore di Harvard si innamora di una studentessa e abbandona per lei la monotonia di una vita già tracciata, distaccandosi da tutto ciò che gli è caro e familiare, per un rinnovamento erotico. Ma con il nuovo amore arriverà, con l’ebrezza della felicità, anche una inattesa nostalgia, un profondo senso di perdita.

Senza esagerazioni o animosità Stern individua con precisione il lato comico e quello penoso di un particolare fenomeno contemporaneo, ritraendo un uomo e il mondo sofisticato degli intellettuali di Harvard con ironia e sensibilità.

Le figlie degli altri illumina il turbolento decennio americano iniziato con il dramma dell’assassinio del presidente Kennedy, proseguito con la guerra in Vietnam e concluso con le dimissioni di Richard Nixon, e ne mette in risalto gli storici sconvolgimenti e le estreme trasformazioni che ha comportato per la storia americana. Il romanzo è un attacco alle convenzioni e alle opinioni più radicate nell’America puritana degli anni ’70, e interpreta la speranza, l’euforia e l’intemperanza di coloro che sfidando l’autorità cercavano di incrinarla.

E ci ricorda anche le vittime che si contarono nella generazione di coloro che in queste convenzioni erano rimasti incatenati. Le figlie degli altri è, per il carattere specifico degli anni Sessanta, ciò che Il Grande Gatsby fu per gli anni Venti: un’attenta analisi di quello che una volta era il presente dell’America. (l.c.)
Saverio Strati
, Tibi e Tàscia, Rubbettino 2019, pp. 332 € 16,00

C’è forse un altro romanzo italiano così fitto di dialoghi, così impastato di un presente diretto, di concreta quotidianità, di infantile (e dunque assoluta) verità? Ritorna Tibi e Tàscia di Saverio Strati, fitto di cose piccole e necessarie, uno dei più significativi romanzi del nostro Novecento e della letteratura che ha raccontato il mondo com’era, in particolare il mondo contadino. Quel che Tibi e Tàscia apprendono dell’esistenza – la natura e il lavoro, la terra e il paese, i simili e i diversi, i servi e i padroni, la fame e la festa, la prepotenza e l’amore, il femminile e il maschile – non è qualcosa che appartiene solo a loro, riguarda anche i loro coetanei e riguarda l’interezza dell’uomo, nello specifico dell’età del gioco e della scoperta. Ben pochi romanzi italiani sono paragonabili a questo, nella sua capacità di aprirci a un pae-saggio completo e complesso, e però affrontato con la balda capacità dei bambini di farlo proprio, di acquisirlo ed esperirlo giorno per giorno, nel variare delle stagioni e nella costanza dei confronti. Questo «romanzo dell’infanzia» scritto da un giovane calabrese che ha potuto accedere agli studi (e all’emigrazione come scoperta e come possibilità) difficilmente chi oggi lo scopre potrà dimenticarlo. Questa scoperta sarà per lui qualcosa di più che la scoperta di un buon romanzo, bensì quella di uno dei più bei romanzi sull’infanzia che si conoscano, degno dei più grandi, ma con una sua diversità tutta nostra, tutta italiana. (dalla prefazione di Goffredo Fofi)

Saša Stojanović, Var, Traduzione di Anita Vuco, Ensemble 2015, pp. 512 € 15,00

Primo libro tradotto in Italia dello scrittore serbo. È un romanzo in cui ci troviamo di fronte alla guerra nella ex Jugoslavia come specchio di ogni guerra contemporanea raccontato da chi è stato costretto a viverla in prima linea. È un libro che appare prima spietato e terribile, disgustoso, poi semplicemente vero.

In un inferno molto terreno i sei evangelisti alla ricerca della Verità sono costretti a rendersi conto che né il bene né il male esistono, e che la sottile linea che separa una vittima da un carnefice il più delle volte cede.

Magda Szabò, Affresco, Tutti i libri della Szabo sono stati tradotti da Vera Gheno, Anfora 2017, pp. 23 € 18,00

Questo romanzo è il racconto di una famiglia che si ricongiunge in occasione della morte di uno dei suoi membri. Il funerale metterà in luce tutte le ipocrisie e le menzogne sia dei vivi che dei morti operando uno smascheramento totale. Nella figura di Annuska si intravedono elementi autobiografici dell’autrice, elementi che troviamo anche in altri testi. (c.b.)

Magda Szabò, Il momento (Creusaide), Anfora 2016, pp. 323 € 17,00

L’autrice, una delle più significative della letteratura ungherese del 1900, ci propone questo testo denso di riferimenti letterari e che si presenta come un dialogo interiore. È una versione dell’Eneide reinventata dal coraggio delle donne, in particolare di Creusa, moglie di Enea. Tra la vicenda di Creusa e l’autrice ci sono analogie, infatti Creusa deve fare un passo indietro perché Enea conduca una nuova vita e l’autrice, messa al bando dal regime comunista, si ritrae nell’oblio. Due donne costrette al silenzio dalle ragioni di Stato e seppellite dalla storia. (c.b.)

Magda Szabò, Abigail, Anfora 2017, pp.418

€ 18,00 Durante il secondo conflitto bellico una quindicenne viene mandata in una lontana scuola calvinista dal padre, un generale dell’esercito ungherese che tenta così di salvaguardarla.

La ragazza si troverà a confrontarsi con una realtà
completamente diversa e sicuramente lontana da quella conosciuta, fatta di agi e spensiertezza. Costretta ad adeguarsi, verrà emarginata dalle compagne e questo aumenterà in lei la volontà di fuggire dall’Istituto. Intrigante è la presenza di una statua nel giardino della scuola a cui vengono attribuiti poteri magici e il cui nome è Abigail che seguirà i suoi passi fino all’epilogo finale. (c.b.)

Magda Szabò, Per Elisa, Anfora 2010, pp. 450
€ 18,00

Questo romanzo doveva essere il primo di un trittico autobiografico, interrotto dalla morte dell’autrice avvenuta a 90 anni. È il racconto del cammino di crescita di un’adolescente ungherese, una studentessa difficile da gestire ma fantasiosa ed esperta conoscitrice della cultura classica, conscia delle sue capacità, determinata a farsi valere e insofferente nei confronti della famiglia alto borghese. (Evidenti i richiami autobiografici). (c.b.)

Kate Tempest, Hold your own, Resta te stessa, Traduzione di  Riccardo Duranti, e/o 2018,
pp. 217 € 16,00

Questo poema, ispirato alla figura di Tiresia, segue  le vicende del protagonista nel suo percorso di trasformazione da bambino a uomo,  da donna a indovino cieco e il suo mondo classico si scontra con lo slag della strada, l’analisi della società, il consumismo e gli interessi dei suoi coetani, la gioventù di oggi. Tempest costringe la società contemporanea a guardarsi allo specchio e a prendere coscienza di sé in modo diretto e provocatorio. Il risultato è un tour de force ritmato e ipnotico, che rappresenta un sorprendente salto in avanti per una delle più talentuose e promettenti giovani scrittrici inglesi.

Kjell Westö, Miraggio 1938, Traduzione di Laura Cangemi, Iperborea 2017, pp. 426 €     18,50

1938. Le politiche espansionistiche di Hitler stanno generando rabbia e ammirazione in tutt’Europa, e non da meno nel «circolo del mercoledì» di Helsinki, formato da un gruppo di amici della comunità di svedesi di Finlandia, vecchi compagni dell’avvocato Claes Thune, che si incontrano, chiacchierano, bevono e discutono ogni mercoledì sera dopo il lavoro. Da qualche tempo l’instabilità politica sta avendo un grosso effetto sulla coesione del circolo: gli amici sono spaccati tra liberali e conservatori, e come nella società e nella politica globale le posizioni diventano sempre più inconciliabili. A confrontarsi sono concezioni dell’uomo, della democrazia, del ruolo della Finlandia sullo scacchiere mondiale radicalmente opposte a cui si aggiunge la valutazione sui valori e le politiche portate avanti dalla Germania nazista. Tutto è in bilico, la minaccia è nell’aria. La crescente ansietà sociale va di pari passo con il caos della vita privata di Claes Thune. Tornato a casa dopo anni da diplomatico in Russia e a Stoccolma, abbandonato dalla moglie per un amico, è titolare di uno studio di avvocati che gestisce senza grande entusiasmo. Fortunatamente ha l’aiuto della sua nuova segretaria, stenografa eccezionale, Matilda Wiik. Dietro al suo aspetto impeccabile, metodico e riservato, anche Matilda è una donna tormentata e un giorno tutti gli orribili ricordi della Guerra civile finlandese riemergono dal passato, quando durante uno degli incontri del circolo del mercoledì riconosce una voce, inconfondibile, che la riporta indietro di vent’anni, in un altro tempo oscuro, impossibile da dimenticare. Come confrontarsi con il dolore e con le cicatrici del passato? Come vendicare quel che è successo? Con una scrittura elegante e un tocco quasi da romanzo noir d’altri tempi Kjell Westö tesse una trama precisa e incalzante, dove i colpi di scena lasciano il posto alle riflessioni sulla storia e sulla politica, ma la tensione è tenuta alta da un meccanismo narrativo perfetto e implacabile. Un giallo letterario ambientato a Helsinki negli anni ʼ30, mentre lʼEuropa è sullʼorlo della guerra. (m.i)

Tina Vallès, La memoria dell’albero, Romanzo, Traduzione di Sara Cavarero, Solferino 2018, pp. 228 € 17,00

Jan è un bambino di dieci anni che adora suo nonno, Joan. Le vacanze in campagna da lui sono il momento più bello dell’anno. I due sono legati da un rapporto intenso, intimo. Alla notizia che il nonno si trasferisce a Barcellona, a vivere da loro, Jan reagisce con gioia pura. Ma presto intuisce che qualcosa non va. Il nonno non è più lo stesso, l’attenzione di cui tutti lo circondano è sospetta, le reazioni che vede in lui lo spiazzano. La realtà è che Joan è malato: Alzheimer. La memoria dell’albero, vincitore in Spagna del premio Llibres Anagrama 2017, è un romanzo intenso e delicato che racconta come si trasmettono i ricordi e come si possono perdere, attraverso gli occhi e le parole di un bambino che scopre quanto è difficile crescere.

Serhij Žadan, La strada del Donbas, Traduzione di Giovanna Brogi e Mariana Prokopovyč, Voland 2016, pp. 397 €     20,00

Un agente pubblicitario torna nella remota provincia ucraina in cui è nato per occuparsi della stazione di servizio del fratello, inspiegabilmente scomparso nel nulla.

Tutto quello che trova però sono enigmi e fantasmi.

Un romanzo folle e pieno di energia, con atmosfere alla Easy Rider, che trasforma il paesaggio industriale dellʼUcraina orientale, oggi lacerata dalla guerra, in un territorio fantastico pervaso da un profondo desiderio di libertà. Žadan ci accompagna attraverso gli sterminati campi di granturco della sua terra, ci racconta lʼinvenzione del jazz da parte di un misterioso anarchico, e con uno stile da rockstar letteraria ci fa conoscere un paese che lascia la porta aperta a tutte le possibilità. (dalla quarta di copertina)

Serhij Žadan, Mesopotamia, Voland 2018,
pp. 366 €     18,00

Nove personaggi destinati ad assumere di volta in volta un ruolo da protagonista, comprimario o comparsa, attorniati da un’umanità varia, spesso bislacca e dolente, ma sempre alla ricerca di una felicità dai contorni indefiniti che immancabilmente sfugge.

Il ritratto a un tempo ironico e spietato di una generazione pronta a tutto, in un’epoca instabile, nei meandri di una città-labirinto, con le sue strade anonime, i cortili, gli androni, le periferie sommerse dalla polvere, le fabbriche, i garage, il fiume. In un paese che fatica a trovare la propria identità, sospeso com’è tra un passato ambiguo e un futuro incerto. Nove racconti collegati a formare un romanzo pieno di ritmo e pulsante di energia – con un contrappunto lirico finale. (dalla quarta di copertina)

Davanti allo specchio e altri racconti, dal Trofeo Rill e dintorni, Collana Mondi Incantati, Cristiano Edizioni 2017, pp. 207 € 10,00

Antologia di quindici racconti fantastici della collana Mondi Incantati premiati al concorso letterario Rill che annualmente ospita autori italiani e non da ben ventitré edizioni.

Il volume si apre con i racconti del Trofeo Rill, per proseguire poi con i racconti premiati di Sfida. I viaggi nell’immaginario fantastico che vengono proposti con le antologie annuali, questa volta si articolano sia in chiave narrativa (con racconti di autori italiani e stranieri) sia in chiave poetica e fotografica.

A cura e traduzione di Giulia Marcucci, Falce senza martello, Racconti post sovietici, Stilo 2017, pp. 264 € 16,00

Raccolta di racconti russi contemporanei che accoglie alcune fra le più interessanti “giovani” voci del panorama letterario attuale, autori nati tra gli anni Settanta e Ottanta e affermatisi allʼinizio dei Duemila. Pur avendo origini differenti scrivono tutti nella stessa lingua, alcuni in una forma più breve, altri tendendo al racconto lungo. Il loro sguardo – sul passato in particolare – talvolta è simile, talvolta possiede sfumature diverse, ma ciascuno di loro trasporterà il lettore, attraverso temi universali, in luoghi dentro e oltre la Russia, in un viaggio affascinante che non ci lascia indifferenti. Gli autori presenti sono: Aleksandr Snegirev, Il’dar Abuzjarov, German Sadulaev, Michail Elizarov, Andrej Astvacaturov, Narine Abgarjan, Alisa Ganieva, Valerij Ajrapetjan, Roman Senčin, Vadim Levental.

Vidas, Tredici racconti da Cuba, Gran via 2016, pp. 222 € 15,00

Il volume raccoglie tredici racconti di altrettanti scrittori cubani che raccontano la Cuba di oggi. In questa costellazione di racconti, in una miscela di generi, stili e tecniche narrative diverse, veniamo a conoscenza di una Cuba quanto mai attuale, alle prese con un cambiamento lento, difficile, ma inarrestabile.

Storie che si inseriscono nel solco della tradizione, altre che mirano a riformulare l’idea della “cubanità”, altre ancora che rifuggono le vicende locali per narrare uno spazio e un tempo indefiniti, un luogo dell’anima lontano dalle contingenze storiche; ma che tutte insieme riescono a colpire il lettore con la loro prospettiva inedita e priva di artificio.

Questi scrittori, alcuni già affermati a livello internazionale, tra ottimismo e disincanto, tra sconcerto e speranza, accompagnano il lettore verso un mondo altrimenti sconosciuto, quello della realtà e della storia cubane, e  lo guidano alla scoperta della narrativa cubana contemporanea, con le sue ambizioni, la sua diversità, le sue ossessioni, i suoi sogni e le sue pene. (l.c.)

A cura di Tenzin Dickie, Antichi demoni, nuove divinità, Racconti tibetani contemporanei, ObarraO 2020, pp. 212 € 18,00

«Questa antologia è ricca di pagine su cui ho riflettuto molto (racconta la curatrice della raccolta, Tenzin Dickie, poetessa, scrittrice, traduttrice, nata e cresciuta in un insediamento di rifugiati tibetani in India e poi all’età di 14 anni emigrata a New York).

Gli autori vengono da Tibet, Cina, India, Nepal, USA, Canada e scrivono in tibetano, inglese, cinese. Le pagine scorrono in una bellissima eufonia di voci, generi, sensibilità, argomenti. Come ascoltare una radio a basso volume, un suono continuo che porta con sé la presenza, quel dire noi siamo qui. Argomenti e stili divergono non poco e creano un complesso quadro che abbraccia fiaba e racconto popolare, leggenda, reportage e fiction, in un continuo alternarsi di equilibri instabili: tra la modernità delle applicazioni per il dating on line e la tradizione del matrimonio combinato, la durezza della vita in campagna e la spersonalizzazione dell’inurbamento irre-
gimentato, l’emancipazione femminile e lo sgretolamento delle radici familiari, le tradizioni di una spiritualità millenaria e il compromesso insito nell’accettazione della modernità».

Valentina Burolo e Andrea Andolina, Fiabe giuliane e istriane, Illustrazioni di Linda Simionato, Editoriale programma 2020, pp. 119
    9,90

Ha ancora senso riproporre oggi antiche leggende che affondano le loro radici nel territorio? A questa domanda  Andolina e Burolo rispondono con un sì entusiastico, raccontando una serie di fiabe che affondano le proprie radici nella tradizione popolare dei luoghi più significativi della Venezia Giulia e dell’Istria.

Fiabe islandesi, Traduzione di Silvia Cosimini, Iperborea 2016, pp. 209 € 16,00

Terra di miti e leggende che sembrano riecheggiare ancora nei suoi paesaggi lunari, l’Islanda ha dato voce alla sua creatività anche in un originale patrimonio di fiabe, qui raccolte in un’antologia inedita. Un mondo di castelli stregati, lotte in sella ai draghi e viaggi per mare con le barche di pietra dei troll, popolato da bellissime regine che si rivelano orchesse, elfi dispettosi che è bene farsi amici, giganti a tre teste che escono dalle grotte di lava, e una natura «vivente» piena di misteri, dove ogni roccia, animale o corso d’acqua può nascondere un’insidia o una presenza fatata.

Silvano Petrosino, Le fiabe non raccontano favole, Credere nell’esperienza, Il Melangolo 2017, pp. 107 € 15,00

«Le fiabe non temono l’esperienza – scrive l’autore – anzi, esse fanno di tutto per dare voce a delle verità, almeno ad alcune, che provengono dal più profondo vissuto del soggetto. In tal senso questi racconti, che certamente sono di finzione, altrettanto certamente pretendono dare voce ad alcune verità sull’esperienza umana.
La difficoltà è nota e l’abbiamo già incontrata: non appena si guarda all’esperienza e al suo rapporto con la parola, non appena si decide di prendere il largo inoltrandosi nel mare aperto delle narrazioni esperienziali, ecco che immediatamente si viene investiti dall’eterna questione relativa a quel nesso tra finzione e verità che la scienza, appagata dalla certezza che le garantisce l’esperimento, riesce a liquidare, beata lei, in pochissime battute […] di conseguenza, sebbene queste narrazioni non pretendano, a differenza dei racconti storici, «di dar vita ad un racconto vero», esse hanno comunque l’ambizione di dar voce ad alcune verità (sull’esperienza) proprio attraverso le finzione che costruiscono e mettono in scena.

Pertanto l’affermazione secondo la quale un racconto di finzione non è un «racconto vero» non può in alcun modo rappresentare una premessa di quel ragionamento finalizzato ad escludere che un simile racconto possa pretendere, in alcuni casi, di dire comunque la verità. La fiaba, ad esempio, è senza alcun dubbio uno di questi racconti».

Poesia

Alberto Bertoni, Una questione finale, Poesia e pensiero da Auschwitz, Book editore 2020, pp. 118 € 16,00

Critica letteraria, storia della letteratura e filosofia si intrecciano in questo saggio che affronta con lucidità la questione del “fare poesia” dopo la Shoah, un’analisi dettagliata in cui Bertoni confronta le voci fondanti del secondo Novecento (da Levi a Celan, da Char a Wittgenstein, ma anche Kafka e Heidegger) ponendole al centro di un dialogo esemplare per comprendere la svolta della letteratura, e soprattutto della poesia, dopo e da Auschwitz. Bertoni scrive: «Auschwitz deve venire interpretata, da una parte, come uno specifico fatto storico, già ampiamente indagato, prodotto da cause oggettivamente determinate e diramatosi con conseguenze la cui portata quantitativa è stata ormai valutata appieno dagli studiosi; ma, dall’altra parte, Auschwitz è anche una cesura/ferita così profonda nel tempo, negli statuti filosofici e scientifici, nei protocolli civili e politici, da aver provocato insieme una svolta e una frattura d’ordine prima antropologico che storico entro la coscienza occidentale, i cui effetti stanno ancora manifestandosi davanti ai nostri occhi».

Pier Vincenzo Mengaldo, Com’è la poesia, Carocci 2018, pp. 134 € 12,00 Scopo del libro, avverte l’autore motivandone il titolo, non è stabilire «che cos’è» la poesia, ma come è fatta, ossia l’illustrazione mera (mai attributo fu più antifrastico) dei suoi caratteri peculiari e di alcuni aspetti del suo funzionamento. Nulla più, è evidente, che una retorica professione d’umiltà, posto che

a) descrivere le caratteristiche e il funzionamento di un’arte equivale di fatto, se non a coglierne, ad avvicinarne considerevolmente l’essenza; b) nessuno come Mengaldo, esponente geniale della critica linguistico-filologica – oggi deprecata persino da cólti e bennati, pur essendo l’unica in grado di svelare i segreti di fabbricazione della poesia – possiede i numeri per «riuscire nell’impresa». E, in effetti, l’agile volumetto suona in sordina dalla prima all’ultima nota, sia per l’esiguità della mole e l’affabilità del linguaggio, totalmente alieno da specialismi e digressioni teoriche, sia soprattutto per essere in parte una sorta di indice ragionato di temi già diffusamente svolti altrove (in particolare nelle cinque serie della monumentale Tradizione del Novecento: è il caso dei capitoli sulla metrica, sui titoli poetici, sulla variantistica e sulle traduzioni), dei quali è impossibile dar conto minuto. (Gualberto Alvino)

Cesare Viviani, La poesia è finita. Diamoci pace. A meno che…, Il melangolo 2018, pp. 75
  7,00

Troppi poeti, che pubblicano e che – scrive Viviani – «ancora non hanno letto Hòlderlin e Rimbaud. Trentenni e ventenni che hanno letto la poesia del primo Novecento solo sulle antologie, e preferiscono letture disinvolte, e leggere facile narrativa, e facile saggistica, e scrivono poesie disinvolte». Molte sono le denuncie di tutto ciò che si oppone alla poesie ed in fondo il volume  è un appello amaro contro i valori del  nostro tempo, narcisismo, l’autopromozione. Viviani propone essen-zialmente che «la migliore scuola di poesia  (l’unica seria) per imparare ad amarla, e magari anche a scriverla, è leggerne tanta, con intensità e lentamente» e visto che lo spazio della poesia è diventato marginale e svalutato «allora non sarebbe meglio consegnare a mano 10-20-30-40 copie (tante quante le persone che stimiamo, non più di quaranta) del libro stampato a nostre spese, facendone 10-20-30-40- doni?».  È un libro che va letto con funzione di scuotimento e come tale avrà pochissime ade-
sioni  ma scatenerà probabilmente i risentimenti e le ire di molti (non solo dei versificatori ma anche dei poeti).

A cura di Alessandro Manca, I figli dello stupore, La beat generation italiana, Antologia di poesia underground italiana, Sirio 2018,
pp. 310 € 18,90

Nel 1964, Feltrinelli pubblica Poesie degli ultimi americani, un’antologia curata da Fernanda Pivano. [] Allen Ginsberg, Gregory Corso, Lawrence Ferlinghetti indicano la strada ai cosiddetti capelloni, ragazzi che scappano di casa in cerca di una vita meno opprimente, di un’alternativa alla sacra triade famiglia-scuola-carriera. È la nascita della beat generation italiana e della poesia beat.

Questo libro eredita un progetto mai realizzato dalla stessa Pivano: raccogliere in un’antologia il meglio della poesia underground tricolore degli anni ’60 e ’70, un progetto che Alessandro Manca ha fatto suo con un lavoro di ricerca lungo e non facile, condizionato dalla difficoltà di reperire i materiali, persino di rintracciarne gli stessi autori, spesso nascosti dietro uno o più pseudonimi.

Una grande dispersione favorita dal disinteresse mostrato nel tempo dalle grandi case editrici e dai critici, mai teneri nei confronti della poesia e della letteratura underground. Pier Paolo Pasolini, tanto per fare un esempio, stroncò senza pietà i versi di un gigante come Eros Alesi. A dimostrazione di quanto in molti, diciamo troppi, si siano trovati a disagio con una scrittura spirituale e visionaria, che la cultura ufficiale non è quasi mai stata in grado di decifrare.

I figli dello stupore è diviso in tre sezioni: la prima è un’introduzione costituita da una serie di documenti che immergono il lettore negli anni di maggiore diffusione della cultura beat, segue la parte più corposa, quella dedicata alla poesia, infine un epilogo, con testi scritti anche molti anni dopo il periodo preso in esame.

A corredo del libro un docu-film in formato DVD realizzato da Francesco Tabarelli, con interventi di alcuni dei protagonisti dell’epoca, tra i quali Marcello Baraghini, Gianni Milano e Carlo Silvestro. Un’opera importante, che colma un vuoto e restituisce la luce su di una fase sin troppo sottovalutata, per non dire rimossa. (Giuseppe Catani da SoloLibri.net).

A cura di L. Angiuli, M.R. Cesareo, M. Marinković, Maremare, Antologia poetica mediterranea, Adda editore 2017, pp. 188 € 10,00

Più di cinquanta poeti moderni e contem-poranei proveniente da tutti i Paesi bagnati dal Mediterraneo declamano i loro versi dedicati al Mare Nostrum. Numerosa è la presenza italiana ma anche mirabili testi stranieri sconosciuti ai più con la traduzione a fronte. Poeti dall’Egitto all’Albania, dalla Sardegna alla Grecia passando per Israele e Malta e accanto alle voci di Ungaretti, Montale, Lorca, Valery, soltanto per citarne alcuni. Ci sono poeti meno noti al grande pubblico ma sempre interessantissimi.

A cura di C. Mancuso e R. Niro, Trenta poeti dauni, Sotto il più largo cielo del mondo, Besa 2016, pp. 162 € 15,00

Esce questa raccolta di poeti come numero monografico della rivista «Quaderni dell’orsa».
Il  volume è una vera e propria antologia dei poeti dauni dal 1900 ad oggi con l’intento di scandagliare il panorama della giovane poesia dauna per lo più sconosciuta anche agli addetti ai lavori. Il sottotitolo Sotto il più largo cielo del mondo, è una delle opere sulla terra pugliese di Giuseppe Ungaretti dal suo viaggio reportage Il viaggio nelle Puglie.

A cura di William Vastarella, Adriatica, Poesie dalle due sponde di Levante, Stilo 2019, pp. 159
  € 14,00

Questa antologia poetica ripropone i versi più evocativi e rappresentativi dell’Adriatico secondo un percorso circolare che, di volta in volta, lambisce i Paesi dei diversi autori: Italia, Serbia, Bosnia ed Erzegovina, Croazia, Albania. Le poesie sono di Caproni, D’Annunzio, Pagliarani, Saba, Roversi e  moltissimio altri.

«Questa pubblicazione, nel sottolineare l’esistenza di una koinè adriatica, stratificata storicamente e culturalmente, prende posizione nel dibattito in favore di una cooperazione internazionale letteraria sempre più fitta, che non si arrenda all’omologazione culturale del peggiore consumismo liberista. Le vicende dell’exJugoslavia hanno segnato, sotto questo profilo, una  ferita profonda e tuttora aperta.» (dalla introduzione)

Officine  della poesia, Kurumuny 2018, pp. 183
€ 10,00

Nasce questo progetto editoriale con poesie inedite e questa volta di poeti di Bologna con una incredibile vitalità profonda e plurale.

I poeti sono: Vincenzo Bagnoli, Alberto Bertoni, Vito M. Bonito, Alessandro Brusa, Martina Campi, Salvatore Jemma, Stefano Massari, Pier Damiano Ori, Francesca Serragnoli, Giancarlo Sissa, Sarah Tardino e Maria Luisa Vezzali.

Isabella Morra, Rime, A cura di Gianni Antonio Palumbo, Stilo 2019, pp. 138€ 14,00

Il pregio fondamentale di questo libro non consiste tanto nell’essere una nuova edizione annotata delle Rime di Isabella Morra (1520-1546) quanto piuttosto nel contenere in realtà un ampio saggio – eccellente per profondità e completezza – che prima di tutto esplora il milieu storico-sociale in cui la poetessa visse, e poi scandaglia la “stoffa” poetica dei suoi versi, rilevando tanto le influenze dei modelli (Petrarca in primis) quanto le “rivisitazioni” e le divergenze che ne costituiscono la personalità. Tutto ciò in un quadro di opportuni confronti anche con altre rimatrici del Cinquecento. L’obiettivo è puntato nondimeno sulla nota e tragica storia famigliare di Isabella badando, inoltre, a non far rientrare del tutto la poesia nella vicenda biografica, perché in tal modo si finirebbe per “rinnegare” l’opera d’arte come tale. Al saggio segue la riproposizione del Canzoniere di Isabella – nella cui brevità (e probabile incompletezza rispetto a un corpus originario non pervenuto) l’autore ravvisa in ogni caso un preciso e compiuto iter, sia spirituale sia letterario che viene illustrato con originalità di interpretazione, chiarezza esegetica e molteplicità di rimandi. Il libro si conclude con una ampia rassegna bibliografica di tutto quanto è sato scritto su Isabella Morra in questi ultimi vent’anni. (Marina Caracciolo)

Marcel Proust, Poesie d’amore, Traduzione di Roberto Bertoldo, Testo a fronte, Mimesis-Hebenon 2018, pp. 88 € 10,00 Proust poeta e poeta d’amore è un concetto difficile da assimilare per i lettori della Recherche, abituati alla logica ferrea, alla profondità emotiva e alla capacità descrittiva del suo autore, qualità in gran parte contrarie alla stessa idea estetica, riguardante il genere poetico, dichiarata da Proust. Eppure Proust, che è stato forse lo scrittore del Novecento che più di tutti ha indagato l’erotismo in ogni sfumatura, ci ha lasciato alcune poesie che rendono onore a questo sentimento contorto estremamente vitale. Bisessuale o omosessuale che fosse, Proust ha saputo anche in poesia universalizzare l’amore e in questa selezione tematica si è cercato di evidenziarlo e di evidenziare, al contempo, la modernita lirica del Proust poeta. (dalla quarta di copertina)

Clemente Rebora, Tra melma e sangue, Lettere e poesie di guerra, Interlinea Edizioni 2008, pp. 232 € 20,00

Il volume raccoglie poesie, prose liriche (qui per la prima volta commentate) e lettere scritte da Rebora durante o subito dopo l’esperienza nel primo conflitto mondiale, suddivise in due distinte sezioni seguite da un’appendice.

Il tremendo trauma psicologico e morale vissuto dall’Autore si manifesta in questi scritti, dove la guerra viene a coincidere con un dramma senza fine, con il naufragio di ogni speranza, con l’impossibilità di ogni riscatto.

Le testimonianze ci parlano di un Rebora che va alla guerra senza ferma convinzione, con la dolorosa consapevolezza dell’inevitabile, con la coscienza di compiere un dovere che gli tocca come cittadino, ma senza nessun entusiasmo di patriottismo militante.

Il taglio espressionistico della sua poesia, caratterizzato da uno stile realistico e aspro, un canto drammatico che da sempre ha colto i dissidi interiori di un intellettuale diviso tra Otto e Novecento, ben si accorda con l’esperienza personale della guerra, dove la mancanza di senso e di ogni solidarietà umana sembrano essere gli unici orizzonti possibili.

La guerra è abisso, è inghiottitoio. La poesia di Rebora ne richiama la natura feroce, dove l’uomo si fa cosa in un ribaltamento totale, non più l’uomo e la cosa, ma l’uomo tramutato in cosa.
Nell’antologia di lettere della seconda parte del volume che il poeta scrisse a diversi familiari e amici, si delinea la crescita della consapevolezza dell’assurdità della guerra, ed emerge la coscienza di un compito che il poeta sente come suo: “cantare l’inenarrabile tragicità degli anonimi divini cuori travolti”.

In appendice sono infine raccolti alcuni ricordi e immagini relativi al Rebora degli anni di guerra, tutti legati ad alcuni testi poetici. (l.b.)

Tristan Tzara, L’uomo approssimativo, L’Homme approximatif, Versi surrealisti (1925-1930), con testo a fronte, Traduzione e cura di Emanuele Pini, Massari 2019, pp. 287 € 16,00 In un mondo ancor oggi «capovolto nella mola delle unanimi approssimazioni», che ha «spostato le nozioni e confuso i loro vestiti con i loro nomi», in una storia culturale e umana sempre più avvilita e svilita dai mercati e dalle mercanzie dell’artificialità e degli artifici di un linguaggio che c’ingabbia, «che ci frusta» senza accarezzarci in profondità libranti, in un alfabeto di parole buie che hanno spento «il barlume predestinato di ciò che dicono», la poesia di Tzara è necessaria e contemporanea quanto la sua provocazione e vocazione poetica: «la breccia aperta al cuore dell’esercito dei nostri nemici le parole»… (dalla presentazione di Roberta De Francesco)

A cura di Bernardo De Luca, Franco Fortini. Foglio di via e altri versi, Edizione critica e commentata, Quodlibet 2018, pp. 363 € 26,00

Foglio di via, primo organico libro di poesia dell’autore, pubblicato nel 1946, raccoglie il portato dell’esperienza del giovane Fortini. Un libro “isolato”, come definito dall’autore negli anni della maturità, perché scisso tra le ragioni del canto e quelle della realtà bellica. Il perno intorno a cui ruotano queste liriche è infatti la Seconda guerra mondiale, l’evento che segna irrimediabilmente la biografia e la coscienza, poetica e intellettuale, del soldato prima e dell’esule poi. Quest’edizione fornisce per la prima volta un testo critico, corredato di apparati variantistici, della raccolta di esordio di Fortini: ogni lirica è accompagnata da un ampio commento, costituito da cappelli introduttivi e note puntuali ai versi, che consentono di affrontare in modo approfondito la lettura di uno dei più importanti poeti del secondo Novecento italiano ed europeo.

Nanni Balestrini

DeriveAppprodi sta procedendo alla edizione completa delle opere di questo poeta, scrittore, saggista morto a maggio del 2019 a 83 anni. Balestrini è stato protagonista e insieme testimone delle stagioni italiane di più accesa militanza, ha studiato e storicizzato ciò a cui lui stesso aveva preso parte.

Riportiano i titoli dei libri di poesia e di alcuni romanzi pubblicati da Derive Approdi

Come si agisce e altri procedimenti, Poesie complete volume primo (1956-1960), 2015, pp. 471 € 25,00

Le avventure complete della signora Richmond e Blackout, Poesie complete volume secondo (1972-1989), 2016, pp. 500 € 25,00

Caosmogonia e altro, Poesie complete volume
terzo (1990-2017), 2018, pp. 365 € 23,00

Gli invisibili, Romanzo, 2019, pp.285€ 14,00

I furiosi, Romanzo, 2019, pp.124 € 13,00

Alba Donati, Tu, paesaggio dell’infanzia, Tutte le poesie (1997-2018), La nave di Teseo 2018, pp. 297 € 18,00 In questo volume che raccoglie tutte le poesie pubblicate nelle precedenti raccolte e le ultime inedite, il cammino di Alba Donati è ben visibile nella sua assoluta originalità di stile ed emotività: il ritorno alla casa dell’infanzia, anzi al paese dell’infanzia, dove tutto è come è sempre stato, una madre e una figlia che si confrontano con il senso di appartenenza e quello di libertà, la vanità, l’autenticità, il radicamento geografico e sentimentale del fare poesia. Postfazione di G. Ficara e bibliografia critica a cura di G. Ricca. (Andrea De Carlo)

Mauro Macario, Le trame del disincanto, Tutte le poesie 1990-2017, Puntoacapo 2017, pp. 437 € 25,00

Mauro Macario è poeta, saggista, regista. Nato nel 1947 a Santa Margherita Ligure, ha frequentato la scuola d’arte drammatica del Piccolo Teatro di Milano. È passato quindi alla regia, dedicandosi al cinema e, in seguito, alla realizzazione di programmi musicali per la RAI.  Riportiamo dalla recensione delle opere di Mauro Macario fatte su «A.rivista anarchica» di Alessio Lega: «Scopriamo così che l’asperrima, esaltante visionarietà del primo libro (Le ali della Jena n.d.c), ha trovato col tempo un uomo che non ha più paura di dichiararsi teneramente innamorato degli artisti che lo hanno via, via appassionato: Fabrizio De André, Charles Bukowski, Lance Hensons, per non parlare ovviamente del continuo lungo dialogo che il poeta, in maniera più o meno esplicita, intrattiene coi suoi numi tutelari Ferré e Rimbaud. Le profonde convinzioni libertarie restano, come la carta bianca su cui si scrive, la premessa a tutte le opere del poeta e, dette o non dette esplicitamente, sono ineludibili…»

Norbert C. Kaser, Rancore mi cresce nel ventre, Poesia & prosa 1968-1978, Un’antologia, Traduzione dal tedesco di Werner Menapace, Alphabeta 2017, pp. 492 € 20,00

Nuova antologia e nuova traduzione di poesie e testi in prosa di Norbert C. Kaser, padre della letteratura sudtirolese e uno dei maggiori poeti tedeschi del dopoguerra. La sua poetica sensibile e combattiva e la sua lingua rigorosa e tagliente fanno di kaser uno scrittore unico nel panorama letterario nazionale ed europeo.

Caroline Smith, Il  manuale dell’immi-grazione, Poesie, testo a fronte, a cura di Paola Splendore, Edizioni dell’Asino 2020, pp. 127
€ 10,00

Catalogo, repertorio, inventario. Un manuale in versi su migranti e richiedenti asilo in Gran Bretagna cui Caroline Smith affida le storie che lei stessa ha raccolto nel corso degli anni a uno sportello di ascolto per l’immigrazione a Wembley, uno dei quartieri più densamente popolati e multietnici di Londra. Frammenti, lacerazioni, segreti, voci di donne e di uomini, provenienti da ogni angolo del mondo, registrate a mostrare l’altra faccia dei dati statistici, del racconto della politica e dei media. Una dopo l’altra le poesie aprono piccoli squarci su persone che balbettano di pene nascoste, accennano a una violenza subìta, a esperienze indicibili che devono restare segrete. (Paola Splendore)

Simone Magli, L’ultimo ermetico, Puntoacapo 2021, pp. 42 € 10,00

Simone si occupa di scritture brevi:  poesie ermetiche, aforismo e haiku. Scrive Lorenzo Spurio nella prefazione «C’è un non detto, un silenzio, uno spazio, una brevità, una tessitura indecifrabile, un nodo, un abisso, un lacerto, una nudità, una levigatezza, un’ambiguità costitutiva che l’uomo affronta, semmai sperimenta o sopperisce tramite l’adozione di comportamenti che reputa idonei, piuttosto che giusti»

4         12

Nel dolore                          Vestirsi da bambini,

m’annego                      sbeffeggiare ogni cosa.

impietrito.                     Giocare poi all’amore.

42

Il mare conosce le mie turbe

Quanto spreco di sabbia dorata

Nel cuore ho una specie d’abisso

Sandro Sardella, Discanto sabbiarabbia &lucciole, Abrigliasciolta 2017, pp. 21                                                5,00

L’ultima creazione di Sandro Sardella pubbli-cata per festeggiare i suoi sessantacinque anni di azione. Raccoglie otto momenti del vivere quotidiano, di un’attualità spiazzante, che Sandro Sardella ha composto tra il finire del 2016 e i primi mesi del 2017: «Sono versi e ritmi che entrano nella cultura e nella realtà politica – commenta l’autore – e che dipingono un concetto di cultura non astruso dal mondo.

Il discanto è una forma che impiego per tendere alla parola di valore, nella sua essenzialità, potenza, liricità, per affermare ancora il bisogno di sognare un modo di vivere migliore. La mia è una poesia che tenta di parlare all’uomo, non asservita. Questo scrivere stonato è melanconico, ma non nostalgico. È la consapevolezza del passato che guarda al futuro delle storie».

Ferruccio Brugnaro, Las locuras ya no son locuras, Antología poética, Tradución de Teresa Albasini Legaz y Carlos Vitale,  Pregunta 2018, pp. 217 €   6,00

Dalla introduzione di Igor Costanzo: «È un poeta-lavoratore che parla della condizione dei lavoratori, senza il filtro dello scrittore-intellettuale, che per quanto virtuoso sia, non può più che descrivere la ristrettezza in terza persona. Qui, ecco, l’esperienza diretta: le infinite ore inalando veleni tossici. Ecco  perché la sua poesia ti trascina  con sé, perché la forza della lamentela e del dolore non possono che provocare contemporaneamente una
mimesi toccante e disincantato, che provoca il lettore, una volta aperta l’anima, una sola frase, immobile e perentoria: mai più!».

Claudio Borghi, L’anima sinfonica, Negretto 2017, pp. 120
                                          12,00

Scrive Claudio Borghi: « Il libro è stato in origine pensato, e la natura singolare degli aforismi lo conferma, come una possibile evoluzione del Tractatus logico-philosophicus di Wittgenstein, che dalla forma del pensiero razionale-speculativo a poco a poco si trasfigura in poesia. Un’immagine che esprima questa evoluzione naturale, una sorta di mutazione genetica, dal pensiero speculativo alla poesia potrebbe essere uno dei tanti quadri di Escher in cui degli animali, ad esempio pesci, diventano uccelli o farfalle, liberandosi metaforicamente dalla prigione del sensibile e dell’intelletto per staccarsi in forma di volo poetico. Questa è la chiave di lettura fondamentale de L’anima sinfonica».

Pasquale Vitagliano, Del fare spietato, Arcipelago Itaca 2019, pp. 71 € 13,00

«Con Del fare spietato (scrive Anna Maria Curci in Poeti del Parco )  la questione affrontata da Vitagliano è la questione umana. Troppo ampia? Troppo vaga? Tutt’altro: la dedica al comune amico Gianmario Lucini, instancabile propugnatore di poesia, sorridente e dolente e rigorosissimo nell’individuare gli obiettivi centrati dall’ipocrisia e dalla devastazione imperanti, fa sì che il passaggio dal precedente Habeas corpus a Del fare spietato si manifesti come coinvolgimento totale di chi scrive e di chi legge. Non ci si può sottrarre, nessuna torre d’avorio è permessa, le illusioni che ci possano essere spazi per una qualsivoglia sinecura sono smontate pezzo per pezzo».

Nikos Nikolau-Chazimichaìl, Isolamara, Traduzione  di Crescenzio Sangiglio, Fermenti 2016, pp. 126 € 16,00 Leggendo le due raccolte di Nikos Nikolàu-Chazimichaìl (I due mari e Pietramara) che qui vengono tradotte e presentate, la più chiara impressione, o piuttosto certezza, che se ne ricava è che ci si trovi davanti ad un autore di sostanzioso spessore lirico e nel contempo di immediato realismo descrittivo, due qualità qui sapientemente contemperate in un’atmosfera di tenera nostalgia e contenuta passione.

Peraltro, e al di là di tale constatazione è parer mio che, per quanto concerne la predetta produzione poetica sostanzialmente e comunque non si tratti di due vere e proprie sillogi di poesie tra di loro separate e ben distinte per mens ispirativa e geometrie espressive e senza reciproci nessi comunicativi, ma piuttosto di due poemi organici intercomunicanti, articolati in stanze (le singole composizioni), ognuno dei quali osmoticamente compenetrato nell’altro, parte reciprocamente integrante di un pensiero unitario e di un unico ragionamento creativo.

(dalla Introduzione di Crescenzio Sangiglio)

Nella Nobili, Ho camminato nel mondo con l’anima aperta, A cura di Maria Grazia Calandrone, Solferino 2018, pp. 277 € 17,00

Nella Nobili nata nel 1926 a Bologna, figlia di una sarta e di un muratore, a quattordici anni entra in fabbrica, la povertà della sua famiglia non le ha consentito di proseguire gli studi e fin dalle scuole elementari va come apprendista in varie fabbriche di ceramiche, astucci per orafi e infine, presso una vetreria. Questo non le impedisce, dopo una giornata di  dodici, quindici ore di lavoro, di leggere, scrivere, riflettere.

Notata da Sibilla Aleramo e Maria Bellonci, amica di Giorgio Morandi e Jean Cocteau, viene esclusa dalle antologie scolastiche perché alle soglie degli anni ’50 scriveva di fabbrica e amori omosessuali; erano temi scandalosi per una donna dell’epoca.

(…)

Cantava – leggermente

Con allegrezza accesa dentro le pupille

Dove si muovono fronde

Come tante piccole mani.

Appena l’ebbi scorta

Una primavera mi scoppiò nel petto

Mi fece male al cuore

Come se dal mio ramo

Si fosse staccata con breve rumore.

E la toccai leggera sui capelli.

Con mani trasparenti

La spogliai delle vesti.

Colma di giovinezza

Sono stata il suo guanciale per tanto tempo.

****

In ogni officina c’è una croce

Dalla quale pende un Cristo magro e scolorito

Che attira le mosche e le nostre sonore

                                                         bestemmie

Quando il vetro si scheggia e ci penetra        

                                                             la carne

Quando l’ustione del fuoco ci investe

In un momento di distrazione

Quando fa troppo caldo e sudiamo sangue e

                         acqua
Quando ne abbiamo abbastanza

Del padrone del caporeparto di noi stesse

Di Cristo e della Santissima Trinità

E della cattolicissima direzione

E della fabbrica dove perdiamo giovinezza e

   vita.
Wole Soyinka, Ogun Abibimañ, Traduzione  di Armando Pajalich, Supernova 2018, pp. 67 € 10,00

Il poemetto suggerisce una sintesi fra i popoli africani neri subsahariani all’insegna di una divinità yoruba, Ogun (dio della lotta distruttiva e creatrice) e di un grande monarca zulu, quasi mitico, Shaka (emblema dell’opposizione africana alla colonizzazione bianca). La storia è dunque parte essenziale del poemetto, ma travalica nel mito: è tale dimensione mitica che concede all’autore di fondere Nigeria e Sud Africa, dissolvendoli in un’Africa a venire, più che passata. Nella contingenza storica immediata, tale lotta è evocata, quasi fisicamente, per la liberazione dell’Africa meridionale dai governi razzisti con la speranza che il Sud Africa possa presto riscoprire la sua matrice culturale autonoma malgrado l’urbanizzazione,  la detri-balizzazione, l’americanizzazione e la povertà.

 

Flavio Ermini, Edeniche, Configurazione del principio, Poesie 2010-2019, Moretti & Vitali 2019, pp. 133 € 14,00 Questa è una poesia profondamente filosofica, dove risuonano i riferimenti a Heidegger, Rilke, Hölderlin, Wittgenstein e dove il pensiero poetante crea misteriose assonanze, mettendo in scena il brivido dell’impensato, la voragine dell’impensabile. Qui l’atto poetico è inteso come testimonianza di un’ambiguità fondamentale del pensiero, che cessa di comunicarsi laddove si sottrae all’illusoria comprensione e si formula come indeterminatezza fondante del linguaggio stesso, sua aporia primigenia, prelogica, quasi preumana. (dalla recensione di Ettore Fobo in  Lankenauta).

Bruno Lauzi, Ricomporre armonie, Poesie 1992-2006, Oltre 2020, pp. 220 € 18,00 Oltre che cantautore tra i più originali e amati, a partire dagli anni Novanta ha scritto numerose poesie. Questo libro, intitolato Ricomporre armonie, titolo tratto dal primo verso di una sua poesia, raccoglie per la prima volta tutta l’opera poetica di Lauzi a cura di Francesco De Nicola.

Andrea Rompianesi, Quote di non proletariato, Scrittura creativa 2017, pp. 71 € 14,00

È la scelta in poesia di una osservazione lucida, aliena da seduzioni utopistiche, che determina la visione critica rivolta ad una realtà contestuale troppo spesso compromessa da militanze miopi e distruttive. Tutto ciò tradotto in una architettura linguistica che si esprime sulla pagina conquistando spazi alternati, cadenze varie, si concede neologismi, arcaismi, diversità storiche attraverso una dialettica effervescenza di ritmi che offre al suono la consistenza inattesa dei termini. (dal risvolto di copertina)

Maria Grazia Insinga, Tirennide, Anterem 2020, pp. 57                                                s.i.p.

Tirrenide, aggiudicatasi il Premio Lorenzo Montano per il 2019, fa pensare al titolo di un poema epico (e si tratta di un’epica modernissima, il cui eroe è la parola poetica stessa che deve sfidare e attraversare le tenebre), ma anche al titolo di uno studio di botanica o di geologia, di geografia o di mitologia – e non lo scrivo a caso, visto che tutte queste discipline forniscono abbondante materia anche lessicale al libro, ché, come già in Persica e in Ophrys, in Etcetera e nella Fanciulla tartaruga, il tentativo rimane quello di andare oltre il puro e semplice “libro di poesia”, facendo della scrittura l’esperienza totale del conoscere. (Antonio Devicienti)

Ugo Magnanti, L’edificio fermo, Fusibilialibri 2015, pp. 72                € 13,00

Il poemetto è strutturato secondo un disegno razionale. È una voce monologante che prende la parola. Un labirinto di quaranta stanze per quaranta composizioni più una Entrata e una Uscita. Dunque, un numero pari per una versificazione che privilegia il novenario e il settenario (numeri dispari). Si dirà che i conti non tornano, e invece tornano e ritornano come un martello percussivo seguendo la via indiretta della mano sinistra.

Quello di Magnanti è un discorso poetico incentrato sulla disseminazione dell’io. Le poesie cominciano ad ogni stanza daccapo come un pensiero rimosso che non può essere pronunciato. Per 42 volte Magnanti prova a ricominciare daccapo, alla ricerca del «nome» che sfugge. La versificazione procede per contiguità e per affinità, in modo razionale come può essere razionale un incubo o un sogno sospeso tra i realia del sogno e il nulla, un viaggio all’interno del nichilismo interrotto, qua e là, da presenze umane irriconoscibili («Un estraneo che mi /viene incontro sulla /strada…») dove l’«io» è una «figura» altra, sospesa nella sua dimensione di inessenza e di alterità». (Giorgio Linguaglossa)

Vera Lúcia de Oliveira, Ditelo a mia madre, Fara 2017, pp. 72 €     10,00

Ditelo a mia madre è l’ultimo libro di poesia di Vera Lúcia de Oliveira scritto direttamente nella nostra lingua.

Autrice brasiliana, da tempo trapiantata in Umbria, alterna l’uso della lingua originale all’italiano e ormai le sue radici letterarie affondano sia nella vasta area di lingua portoghese  sia in quella nostrana.

C’è una tensione umanissima e sconvolgente in questa raccolta nata da una domanda della madre di Giulio Regeni carica di quella empatia assoluta che pure non riesce a calarsi totalmente nel tragico momento finale del figlio. I versi sono chiarissimi, discreti, essenziali.

Piera Mattei, L’infinito dei verbi, Manni 2019, pp. 139 € 15,00

Questa nuova raccolta poetica di Piera Mattei (editrice, poetessa, traduttrice) si compone di sette sezioni e di un’appendice. I titoli delle sezioni (I verbi all’infinito, Io, ha senso?, Scrivendone s’attenua, Il suono delle parole, La curva dell’oblio, La natura in sé, Lo spazio) indicano già l’ampio spettro tematico della raccolta, che declina le modalità del rapporto io-mondo e della sofferta interazione tra le parole e le cose. (Alessandro Romanello da redazione poetarum)

Alberto Nessi, Un sabato senza dolore, Interlinea 2016, pp. 113 € 12,00

Nato a Mendrisio nel 1940 è uno scrittore svizzero di lingua italiana.  Nel 2016 ha vinto il gran premio di letteratura in Svizzera.

Dalla nota di Fabio Pusterla: «Questo libro è come uno scompartimento che offre un campionario di tipi e di sentimenti, di oggetti e di visioni: così capita che “la purezza della neve nel cielo / si scontra con l’oscenità del giornale”. Alla ricerca della “parola che non tradisca la sua genesi” l’autore sa raccontare con la semplicità e la saggezza di chi è abituato a vivere in bilico fra attese e delusioni, in una terra spirituale di confine. Gli capita d’incontrare anche migranti clandestini: “quante volte ci morderà la rete ancora il cuore?” e alla fine deve constatare che “non vedrò più la viaggiatrice senza bagaglio / che avrebbe tante cose da raccontarmi” perché “deve scendere”. È il destino di tutti, ben racchiuso in poesie scritte “forse un po’ come ballare il tango”».

Amilcar Cabral, Rosa negra, Venti poesie per un mondo migliore, con testo a fronte e traduzione di Maria Cecilia Ramos de Sena Monteiro e Giovanni Maria Troianiello, Fefè 2018, pp. 113             € 10,00

Nato nel 19245 in Guinea Bissau fu agronomo, intellettuale poeta, organizzatore politico, uno dei più noti leader anticolonoliani di tutta l’Africa, assassinato nel 1973 dopo dieci anni  di  guerriglia contro i coloni portoghesi.

Questa raccolta di poesie pubblicate dopo la morte,  dimostra come il “privato” diventi facilmente “politico”, sono venti bellissime poe-sie  dedicate alla libertà, al legame ancestrale con la terra di origine, alla dignità della vita.

Seamus Heaney, Traversare l’inverno, Poesie, Traduzione e cura di Marco Sonzogni, testo inglese a fronte, Capelli 2019, pp. 185 € 20,00

Heaney (1939-2013) è stato un poeta irlandese, Premio Nobel per la letteratura nel 1995, massimo rappresentante contemporaneo del rinascimento poetico irlandese.

Traversare l’inverno tende la mano anche a temi politici importanti per l’Irlanda degli anni ’70 (un’epoca cruenta, sanguinosa, intrisa di repressioni e spaccature). La critica affermerà come Heaney sia riuscito a superare i temi delle sue precedenti raccolte attestando la propria maturità stilistica; e sarà Heaney stesso a dire come quelle di Traversare l’inverno sono poesie che nascono al di là della parola e del pensiero. Da singole espressioni ecco nascere interi wordscapes, paesaggi di parola: drammi in movimento dove religione, politica, folklore persino e letteratura, collidono e fondono. Heaney ci consegna un’opera perfettamente riassunta dalla motivazione del Premio Nobel assegnatogli nel 1995: «un lavoro di lirica bellezza ed etica profondità che esalta i miracoli quotidiani quanto il vivente passato».

Mariana Yonüsg Blanco, Io nasco donna, e basta, Poesie, Traduzione di Cristina
Ronzoni e Giancarla Codrignani,
La Piccola editrice 1999, pp. 157  € 25,00

Mariana Yonüsg Blanco nasce a Caracas (Venezuela) il 7 settembre 1951. Inizia l’attività politica prima nel movimento studentesco poi nei gruppi di solidarietà con il Nicaragua. Nel 1978 entra clandestinamente in Nicaragua come internazionalista combattente nella guerra di liberazione in corso. Dopo il trionfo rivoluzionario vi rimane e lavora nell’organizzazione di cooperative agricole e come educatrice popolare. In questi ultimi anni si dedica totalmente alle problematiche di liberazione della donna e lavora con il movimento femminista. Mariana scrive poesie “in alcuni minuti strappati ad altri impegni, alla lotta per sopravvivere – questa lotta del genere umano, dell’essere per esistere – questa lotta di popolo per decidere” Scrive poesie fin dall’adolescenza e in Nicaragua inizia a pubblicarle vincendo vari concorsi nazionali e latinoamericani.

Igor’ Kotjuch, Scrivi!, Testo russo a fronte e traduzione e cura di Polo Galvagni, Fermenti 2018, pp. 150               € 15,00

Igor’ Kotjuch è nato nel 1978 a Vyru, nell’Estonia meridionale. Attualmente vive a Tallinn. Presso l’università di Tartu si è laureato in lingua e letteratura estone. È poeta, traduttore, critico letterario ed editore. Fa parte della cosiddetta diaspora della poesia russa (vena rilevante della poesia russa contemporanea); un’interessante cerniera tra occidente e oriente. Ha pubblicato varie raccolte poetiche in russo e ha vinto vari premi.

Nikolaj Stepanovič Gumilëv, Nel giorno in cui il mondo fu creato, traduzione di Amedeo Anelli, Avagliano 2020, pp. 73 € 12,00

Nel giorno in cui il mondo fu creato è la prima, ampia, antologia italiana di versi di Gumilëv (1886-1921), autore russo che molta influenza esercitò sulle generazioni più giovani, nel suo Paese, e di cui erano finora note, da noi, solo rare composizioni. La traduzione italiana di Amedeo Anelli, nei suoi ritmi scanditi, restituisce la voce fresca e forte di un protagonista della letteratura internazionale del Novecento: in breve, di un giovane poeta dalla vita intensa, grazie ai suoi viaggi in Europa e in Africa; all’amore ricambiato per Anna Achmatova; alla partecipazione, come volontario, alla Prima guerra mondiale di cui fu un eroico combattente; al suo rientro in patria conclusosi con la morte prematura per una condanna ingiusta. Da La giraffa a La guerra, da Canzone a Spavento stellare o a Non conosco questa  vita, il lettore delle poesie di Gumilëv, raccolte in questo volume, ne riscoprirà l’incontro vitale con le meraviglie naturali, gli sconvolgimenti del mondo contemporaneo e la morte. Il tutto all’insegna di una ricerca poetica originale, tesa a sostituire le aure mistiche e remote della poesia simbolista con limpidezza di visione e di stile: con la parola-cosa. (Daniela Marcheschi)

Antonio Arévalo, Le terre di nessuno, Poesie, Testo spagnolo a fronte e traduzione e cura di Matteo Lefèbre, Ensemble 2017, pp. 237                                           € 15,00

Giovanissimo abbandona il paese in seguito al colpo di stato del generale Pinochet e si trasferisce in Italia, dove pubblica i primi versi e inizia a entrare in contatto con il mondo della letteratura e dell’arte.

«Nella poesia di Antonio Arévalo  – scrive Lefebre nella presentazione – c’è una vita e una vocazione letteraria attraversata da più orizzonti e più lingue, da più terre e più ombre. Nella sua lirica troviamo un esilio politico, quello che lo porta a lasciare il Cile di Pinochet, e un esilio linguistico, quello che emerge nel suo spagnolo in perenne cortocircuito grammaticale e poi in un avvicendamento sempre più costante con la lingua del paese che lo ha accolto, l’italiano».

Nikos Kazantzakis, Odissea, Traduzione e introduzione di Nicola Crocetti, Crocetti 2020, pp. 794 € 35,00

La produzione di Kazantzakis (1883-1957) più nota in Italia è quella relativa alle opere di narrativa quali: Zorba il greco da cui è stato tratto il film omonimo e  L’ultima tentazione che ha ispitrato  a Martin Scorsese L’ultima tentazione di Cristo.

Ma l’opera più importante è questa Odissea (uscito in Grecia nel 1938). Sono 24 canti, 33.333 versi, ottocento pagine, sette stesure e 14 anni di lavoro.

La narrazione di Kazantzakis riprende dalla irrequietezza di Ulisse una volta tornato a Itaca. Nella sua terra, finalmente raggiunta e riconquistata, l’eroe non si sente appagato. Il personaggio di Kazantzakis è mosso da un irrefrenabile impulso a liberarsi di ciò che è consueto e convenzionale, a trasgredire sistematicamente le prevedibili virtù di un figlio, di un padre, di uno sposo, di un amico.

È un eroe amorale, se non antimorale, paradossalmente “fedele” alla “santa infedel-tà”, che celebra nei versi citati come “la virtù più fertile al mondo”.

Yang Lian, Origine, cura e traduzione dall’inglese di Tomaso Kemeny, testo a fronte, Jaca Book 2020, pp. 369 € 20,00

«La poesia conduce al principio». Ne è convinto Yang Lian, uno dei più rappresentativi poeti cinesi, che è nato in Svizzera nel 1955 e vive tra Berlino e Londra.

«Origine – rivela Yang Lian – è una selezione di brani accuratamente scelti da vari periodi della mia vita, così come sono varie le forme metriche. Poemetti, liriche neoclassiche e lunghe sequenze mostrano lati eterogenei del mio percorso, mettono insieme il viaggio della mia vita. Tutte sono accumunate da una certezza: che l’arte è la nostra origine, da essa sorgono sempre la nostra esistenza e il nostro itinerario spirituale». Scrive il curatore che: «la poesia di Yang Lian  evoca l’anima simbolica delle persone e delle cose esaltando la bellezza tragica dell’enigmatico destino umano raffigurabile nel flusso oscillante tra il senso e il non-senso degli eventi».

«Le dissolvenze tragiche dell’esistente  –continua Kemeny – vengono affrontate con
sorprendenti costruzioni verbali. La forza del destino evocato spazza via i vuoti esercizi verbali che dissanguano molta poesia contemporanea, spalancando le finestre del meraviglioso a trascendere le salme storiche fondate sulle illusioni di un Progresso-Sviluppo permanenti.

Si può concludere che in Yang Lian trionfa il primato della poesia sulla tragica condizione cosmica e umana. Il destino del poeta pare quello di cancellare lo spazio/tempo effimeri trasformando i segni dello zodiaco nelle lettere di un alfabeto inedito, impenetrabile come il vetro e come la solitudine dell’animo umano».